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La morte di Stefano Cucchi, gli italiani forti solo coi deboli e la retorica del Presidente Grasso

Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, mostra l'immagine del fratello massacrato mentre era in stato di detenzione

Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, mostra l'immagine del fratello massacrato mentre era in stato di detenzione

Nelle indagini che riguardano la polizia giudiziaria, come per il caso Cucchi, tutti sanno: Tizio ha fatto quella cosa; e Caio lo sa. In quell’altra Caio, invece, ha fatto quell’altra cosa e, stavolta, sa Tizio cos’è accaduto. Il “Chi sa parli” dell’ex magistrato Piero Grasso rischia di aggiungere al danno la beffa se il suo monito escludesse la magistratura...

Stefano Cucchi è morto perché a molti, moltissimi italiani, non interessa un bel niente che sia morto, che sia vissuto e come. Stefano Cucchi è morto perché a molti, moltissimi italiani piace la violenza di stato. Stefano Cucchi è morto perché a molti, moltissimi italiani piace che la magistratura sia una satrapia di intoccabili. Stefano Cucchi è morto perché a molti, moltissimi italiani piace essere forti con i deboli e deboli con i forti.

Dagli organigrammi delle forze di polizia vengono gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria. Gli agenti e gli ufficiali di polizia giudiziaria lavorano alle dipendenze dei pubblici ministeri. Di ciascuno di costoro si conosce tutto: se è un mezzoserpiko, talvolta efficace ma non sempre affidabile, o un balordo tutto palestra e fighetteria, buono ad arruffianarsi il pubblico ministero per essere trasferito a servizi di segreteria, o se è un galantuomo che sta sul crinale, che rischia, che vede e conosce abitudini, che lavora senza troppi grazie, come nella maggior parte dei casi.

Nelle indagini tutti sanno chi ha fatto cosa. Lo sa, in primo luogo, il pubblico ministero. In quell’indagine Tizio ha fatto quella cosa; e Caio lo sa. In quell’altra Caio, invece, ha fatto quell’altra cosa e, stavolta, sa Tizio cos’è accaduto. E l’uno e l’altro sanno che, se non “scoppia il caso”, nessuno gli farà un bel niente. A cominciare dal Pubblico Ministero. E che anzi, sarà proprio quest’ultimo a difendere dalle grinfie dei Difensori, questi sabotatori della Verità, il loro legittimo operato. Legittimo, si badi: lo sostengono sempre. 

Questo schema registra due variabili. Ad una abbiamo già fatto cenno: scoppia il caso, come con Stefano Cucchi. Allora, bisogna assecondare l’onda anomala, perché la carriera, prima di tutto. E poi non bisogna indebolire il fronte, altrimenti gli italiani virtuosi, quelli che campano a pane e legalità, chi li sente? Così possiamo assistere al “chi sa parli” del Presidente del Senato, Piero Grasso, pubblico ministero di lungo corso.

Ma perchè, Presidente Grasso, Ella non sa come funziona? Perché sì, ora c’è questo problema, ma è un buon agente, dai, e in quell’altra indagine ha fatto un buon lavoro; poi ha moglie, due figli, e non me la sento di “penalizzarlo eccessivamente”. Non lo sa, Presidente Grasso, quante volte in un ufficio di procura quadretti del genere si sono avuti? Ma sì che lo sa. Parli lei, allora; e spieghi qual’è la due diligence del mondo inquisitorio italiano.

Ma perché, non se lo ricorda lei, quando, nell’Agosto 1985, a ridosso dell’omicidio Montana più di venti fra poliziotti e carabinieri “interrogarono” tale Salvatore Marino, a elettrodi e acqua salata, nei locali della Questura di Palermo? E poi, ops, ma questo è morto! Il Governo Craxi, nelle 24 ore, rimosse il Capo della Squadra Mobile, il Capitano dei Carabinieri, e il Dirigente della Sezione Antirapine (ed altri, in sottordine). E certamente erano ottimi investigatori. E certamente Cosa Nostra non stette a guardare. Due giorni dopo uccise Ninnì Cassarà e Roberto Antiochia. Ma le rimozioni rimasero. Perché lo Stato si doveva muovere su un altro piano. Falcone e Borsellino, comprensibilmente lacerati, non solo annuirono, ma non tentennarono di una virgola. Anche dopo gli omicidi. Se lo ricorda, Presidente Grasso? 

Chi è che deve parlare? Deve parlare il giudice che ha visto Stefano Cucchi in udienza, tredici ore dopo il suo arresto, con evidenti ecchimosi agli occhi e vistosamente claudicante e, come nulla fosse, ne dispose la custodia cautelare in carcere? Rinviando a 28 giorni, quando l’imputato sarebbe “purtroppo” risultato morto da 23 giorni? In quelle condizioni, senza fare domande agli agenti che lo accompagnarono in udienza? Senza fare il diavolo a quattro perché un imputato gli veniva presentato come un vitello pronto per il foro boario? Senza chiedere il referto all’ambulatorio del Tribunale in cui, due ore dopo quella prima udienza, erano state diagnosticate, oltre che agli occhi, anche lesioni alla schiena e alla gambe? Senza coltivare il minimo sospetto?  Gente che, per mestiere, fa domande a tutti e su tutto? Senza magari disporre gli arresti domiciliari, nonostante l’imputato avesse ammesso lo spaccio di cui era accusato e dichiarato la già conclamata condizione di tossicodipendente (peso d’udienza: 44 chili), cioè, di malato? Chi è che deve parlare, Presidente Grasso, già Procuratore Nazionale Antimafia? 

La seconda variabile è la caduta in disgrazia per ragioni di potere. In questo caso, il poliziotto o il carabiniere non solo viene inquisito, ma il merito, per la magistratura, cresce con il crescere dell’accusa. Maresciallo Canale, Generale Mori, fatti di Genova e così via. In questa variabile all’impunità inquisitoria i fatti sfumano in disputa partigiana; non conta più il cosa, ma il “chi è con chi”. Perciò non si ha motivo di temere che l’ex investigatore cominci a raccontare di quando gli amici non erano ancora nemici, giacchè si potrà sempre buttarla in caciara processuale: sì, lo dice lui, ma si vuole vendicare, perché l’ho sottoposto a processo. A volte seguono querele e chiacchiere varie. E, con il prezioso ausilio dei gazzettieri di supporto, il gioco è fatto.

Che dice, Presidente Grasso, se la fa una bella chiacchierata a reti unificate, così almeno qualcuno di quei moltissimi italiani che hanno Stefano Cucchi sulla coscienza possono sperare di sgravarsi?     

    

 

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