Cerca

Primo PianoPrimo Piano

Perché le proteste anti Renzi non piacciono al New York Times

Le proteste ad Hong Kong osannate e quelle a Roma criticate? Per i liberisti e i renziani se si lotta per ottenere deregulation, ossia opportunità di successo individuale per i più competitivi, si è dalla parte della storia; se si lotta per la qualità della vita collettiva e per i diritti comuni si è contro la storia 

Il New York Times di oggi dedica un’intera pagina alle proteste a Roma e in altre città italiane contro il governo di Matteo Renzi. Ma chi si aspettasse di trovarvi espressa una decisa simpatia per i lavoratori sarebbe un illuso. Niente di analogo all’incondizionata approvazione espressa in ottobre per gli studenti di Hong Kong che manifestavano contro il governo cinese. Per il New York Times quegli studenti rappresentavano il progresso; i lavoratori italiani rappresentano un ostacolo al cambiamento. In altre parole, se si lotta per ottenere deregulation, ossia opportunità di successo individuale per i più competitivi (a scapito degli altri, ma questo viene tralasciato), si è dalla parte della storia; se si lotta per la qualità della vita collettiva e per i diritti comuni si è contro la storia. I giovanissimi rampanti cinesi (chi vuole scommettere che i loro leader, a cominciare dal diciassettenne trasformato in celebrity dallo stesso New York Times e da Time, entro un anno saranno ammessi con generose borse di studio a Harvard o a Stanford?) sono il futuro; i trentenni italiani condannati al precariato o gli operai cinquantenni in cassa integrazione sono il passato.

Questo è il pensiero unico liberista. In vent’anni di assoluta egemonia a livello globale ha causato danni enormi: l’equilibrio ambientale è seriamente minacciato, i vincoli di comunità non sono mai stati così deboli e la diseguaglianza economica mai così elevata. La maggior parte della gente, anche in occidente, è meno felice di prima. Come mai allora non si ribella, non dico con le armi ma almeno con il voto? Perché l’informazione è controllata e sistematicamente manipolata dai media. Elena Povoledo, la corrispondente del New York Times da Roma, aveva a suo tempo scritto articoli molto critici nei confronti di Berlusconi: ma Berlusconi era un personaggio scomodo per la grande finanza globalista, che è totalmente immorale e tuttavia ama indossare una maschera moralista a uso e consumo delle masse che ha soggiogato. Neanche una parola, invece, Povoledo ha speso contro Renzi; neanche un accenno alle sue continue menzogne, alla sua sistematica incoerenza, alla possibile illegittimità costituzionale del suo governo, al suo arrivismo e narcisismo patologico, alle dubbie amicizie con speculatori e faccendieri. Al contrario: anche questo articolo inizia con un elogio della sua determinazione a scuotere “lo sclerotico sistema italiano” e sconfiggerne i gruppi di interesse “radicati” (“entrenched interests”). Rivelatorio, quell’aggettivo: “radicati”. Liberisti e renziani odiano le radici: qualsiasi consuetudine o memoria, in sostanza qualsiasi norma etica o culturale, viene da loro considerata un intollerabile impaccio alla libera lotta per la supremazia personale.

Se poi leggete l’intero articolo di Povoledo vi accorgerete che in realtà l’unico gruppo di interesse che viene nominato sono i sindacati. Sono loro, per la giornalista (che lavora anche per la Rai) e per il New York Times, la causa di tutti i mali. Come per Ronald Reagan negli anni ottanta. La questione di come mai nonostante tutto l’Italia resti uno dei paesi più vivibili del mondo, con un’aspettativa di vita inferiore solo al Giappone e a minuscole nazioni quali Andorra e Singapore (e, guarda caso, Hong Kong) e nettamente superiore (più di tre anni) agli Stati Uniti, e con un sistema sanitario che Bloomberg ha classificato al terzo posto per efficienza (gli Stati Uniti sono al quarantaquattresimo), non entra nell’equazione. 

I rottamatori piacciono al liberismo, quelli di Hong Kong come quelli italiani, perché il liberismo prospera sulle macerie delle tradizioni, della cultura, della civiltà, dello stato di diritto. La dissoluzione della solidarietà è il suo obiettivo, che persegue senza sosta, trasformando qualsiasi tecnologia in uno strumento di alienazione, celebrando gli istinti più egoisti della gente e demonizzando quelli di partecipazione; incurante del fatto che sia un percorso che sta portando alla fine dell’umanità.

 

 

[Altri miei articoli nei blog Controanalisi e Il pensiero inelegante.]

 

 

 

 

 

 

 

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter