Cerca

Primo PianoPrimo Piano

25 anni senza, seppur con, Leonardo Sciascia: vedeva il futuro e aveva ragione lui

Foto di Ulf Andersen/Getty Images

Foto di Ulf Andersen/Getty Images

Leonardo Sciascia ha scritto libri che meritano di essere letti, riletti, meditati. Ha raccontato la mafia e come combatterla, ha raccontato il potere e il suo lato criminale, ha raccontato la giustizia facendo i conti con la magistratura. Ha fatto politica, ma senza mai tradire il suo carattere di scrittore, quindi senza mai rinunciare alla ricerca della verità

 

Il 20 novembre di venticinque anni fa, ci lasciava Leonardo Sciascia. Nel corso di una vita tutto sommato breve – aveva 68 anni quando è morto – Sciascia è stato, è riuscito ad essere tante cose: grande scrittore, capace letteralmente di pre/vedere quello che sarebbe poi accaduto, perché era capace di cogliere e interpretare i segni anticipatori; è stato una grande coscienza critica, ha affrontato le grandi questioni della vita e della morte, del diritto, della giustizia, del diritto al diritto e alla giustizia: un grande intellettuale che non ha esitato ad immergersi nella politica, quando lo credeva necessario, utile. Nel 1979 è stato parlamentare, eletto nelle liste del Partito Radicale, e fatto parte della commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro; la sua relazione di minoranza ancora oggi, è un testo fondamentale, se si vuole capire qualcosa di quella stagione che si suol chiamare “anni di piombo”.

Grande scrittore, sapeva ascoltare; e proprio quel suo modo quasi esitante nel pronunciare le parole, riusciva a creare un pathos e un ascolto straordinari. Usava poche frasi essenziali, i suoi erano interventi brevi, ma per chi lo ascoltava costituivano sempre una preziosa occasione di intelligenza.

Tutti i suoi libri meritano di essere letti, riletti, meditati. Ma se proprio si deve fare una selezione, tra i fondamentali azzardiamo Il Giorno della civetta, dove si racconta la mafia e come combatterla, con gli strumenti del diritto e della legge, inseguendo le tracce che lascia il denaro, quei metodi che vent’anni dopo saranno usati con successo da Giovanni Falcone; La morte dell’Inquisitore,  storia di un eretico perseguitato dall’Inquisizione, il frate Diego La Matina; Il Cavaliere e la morte, libro che parla de potere e del suo lato criminale; La Scomparsa di Majorana, al di là della vicenda misteriosa di questo scienziato, affronta la questione del rapporto tra scienza e potere; Una storia semplice, dove Sciascia fa i conti con la magistratura, e certo modo di amministrare la giustizia, straordinario il dialogo tra il vecchio professore e il suo alunno diventato magistrato, e l’importanza dell’italiano.

Sciascia andrebbe ricordato per tante cose buone e giuste che ha fatto; ma se ne potrebbe parlare per tutta la giornata. Voglio però ricordare una polemica che gli procurò molta amarezza, quando scrisse un piccolo saggio, pubblicato sul Corriere della Sera e poi ripreso in un volume che raccoglie alcuni suoi articoli, A futura memoria; e mi riferisco a quell’articolo titolato redazionalmente “I professionisti dell’antimafia”. Venne ricoperto di insulti, volgari e meschini. Si arrivò a dargli del quaquaraquà e si sostenne che era praticamente un complice dei mafiosi. Una vera vergogna, furono in pochi a difenderlo e sostenerlo. In quell’articolo Sciascia parlava del prefetto Mori, della lotta alla mafia durante gli anni del fascismo, e pensava anche ai giorni nostri, comparandoli con quelli di allora: “E da tener presente”,  tra l'altro scriveva “l’antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando”. Aveva ragione Sciascia.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter