Cerca

Primo PianoPrimo Piano

Perché la giustizia italiana fa terrore

I coniugi Covezzi

I coniugi Covezzi

In attesa che si “sviluppino” gli ultimi casi mediatico-giudiziari, quelli del piccolo Loris e della Mafia Romana, una storia “minore” ci ricorda perché ogni più intenso scetticismo nei confronti della giustizia italiana e della sua capacità di trovare la verità sia giustificato

 

La dose media settimanale di lenocinio mediatico-giudiziario, in queste ore somministra la Mafia di Roma e i sospetti per la morte del piccolo Loris. Vedremo. Prima, però, vorrei spiegare perchè nutro totale sfiducia nel processo penale italiano: senza offesa per nessuno dei suoi attori o svariati sostenitori. Lo farò con un esempio.

Un padre e una madre, lui fuochista in un’azienda che produceva ceramica, lei maestra d’asilo, devono aprire la porta della loro casa a uomini che entrano con la forza: pretendono che i loro figli, quattro, siano svegliati. Dormono: sono bambini, la minore ha tre anni, la maggiore undici. E sono le cinque del mattino. Li portano via. Non li vedranno mai più.

Non siamo in Cile, nei giorni immediatamente successivi al golpe di Pinochet. Né nell’Argentina dei desaparecidos. Né in Cambogia, quando il suo primo ministro Saloth Sar, in arte Pol Pot, fra le altre pregevoli iniziative, ebbe quella di sottrarre i figli ai genitori, per educarli al nuovo stato socialista. No, no. Siamo in Italia, a Bassa Finalese, frazione di Finale Emilia, provincia di Modena. Italia colta, civile e ricca. Ma, purtroppo, anche lì c’è questa magistratura. È il 16 Novembre 1998, e siamo a casa di Delfino Covezzi e Lorena Morselli.

Il Tribunale per i Minorenni, con provvedimento provvisorio aveva disposto il prelievo. Qualche mese prima, i Servizi Sociali avevano ascoltato da due bambini problematici di cui una, di otto anni, formalmente psicolabile, un racconto fantastico. In questo racconto c’erano, alla lettera, “orchi”. Poi c’erano delle “messe” al cimitero, di sera o anche in pieno giorno, dirette da un prete, Don Giorgio Govoni. In queste riunioni si lanciavano “dei bambini” in aria, che poi cadevano e, “forse morivano”; si facevano delle cose nudi, i bambini venivano decapitati e gettati nel fiume Panaro dal prete stesso; i bambini affluivano da alcune famiglie povere del paese, in cambio di “utilità” (anche l’aria è utile); condotti, anzi portati, su un pulmino parrocchiale; un fotografo poi, delle messe, presto qualificate dai pubblici ministeri “riti satanici”, traeva anche un book da rivendere, per i più curiosi. Ah già, dimenticavo: perché, naturalmente, Satana vuole le orge.

I bambini di Delfino e Lorena erano stati sequestrati per “omessa vigilanza”: avrebbero assistito alle orge sataniche. Non verranno mai ascoltati dal magistrato sul fatto nel quale, secondo Maria, la loro cuginetta di otto anni psicolabile, sarebbero stati coinvolti. Dopo quattro mesi, il caso arriva in Parlamento, da qui al ministro della Giustizia, che chiede al Tribunale di uscire, entro sette giorni, dalla condizione “provvisoria” in cui erano precipitati i Covezzi: che non erano nemmeno indagati. L’ultimo giorno dell’ultimatum, dopo un colloquio con la psicologa dei Servizi Sociali, la maggiore dei piccoli Covezzi afferma di esser stata violentata da Delfino, presente la madre, che osservava indifferente. Il giorno stesso, i Covezzi ricevono un avviso di garanzia. Per celebrare la puntualità del ricordo. Il Ministro Diliberto chiude soddisfatto la faccenda della provvisorietà.

Ad un anno dal prelievo, i bambini più grandi cadono preda di allucinazioni: vedono papà e mamma dovunque. I genitori, a cui il particolare viene riferito, perchè loro non possono avere contatti con i loro bimbi, chiedono al Tribunale per i minorenni di sottoporli ad una visita. Il Tribunale nega. A questo punto, la bambina maggiore aggiunge anche di essere stata violentata dal nonno Morselli (padre della madre) e dagli zii, con una frasca di quaranta centimetri, in un boschetto adiacente la scuola, prima di prendere lo scuolabus. Nonno e zii, si accerta, abitano a 85 chilometri da lì, e non potevano essere presenti quando la bambina (che continuava a non essere curata) se li era immaginati.

Già il GIP, durante l’indagine, aveva rilevato che le consulenze tecniche ginecologiche e psicologiche del Pubblico Ministero erano destituite di qualsiasi fondamento medico-biologico. Dei colloqui avuti con i Servizi Sociali, nessuna documentazione: né cartacea (verrà affermato che i verbali, no: gli “appunti”, erano andati “smarriti”) né video. Il fiume, dragato al costo di 280 milioni, non restituirà nessun corpicino, nè integro nè decapitato. La bambina, nel frattempo divenuta “abusata centinaia di volte”, risulterà vergine. Il boschetto del nonno e degli zii (arrestati), “inesistente”. Nonostante tutto questo, il Tribunale condannerà a 12 anni Delfino e Lorena (2002). La Corte di Appello assolverà loro e gli altri, censurando duramente sia le consulenze del Pubblico Ministero che i “colloqui” con gli psicologi dei Servizi Sociali (2010). Sono passati otto anni e una sentenza della Corte Europea per violazione dei diritti della difesa. Il Pubblico Ministero, imperterrito, impugnerà in Cassazione, che ordina (2011) un nuovo processo in Corte di Appello. Conferma dell’assoluzione (2103). Nuovo ricorso in Cassazione del Pubblico Ministero. Questa volta, oggi, dopo sedici anni, l’assoluzione è definitiva. Per tutti. Anzi no.

La madre di Maria, la bambina di otto anni psicolabile, e cognata di Lorena, è morta in carcere a 36 anni. Don Govoni, è morto d’infarto, un anno dopo l’apertura dell’inchiesta. Delfino Covezzi, invece, se n’è andato l’anno scorso. Valeria, Enrico, Paolo e Agnese, i bambini prelevati quella mattina, per sette anni non hanno potuto vedere i genitori; convinti di essere stati abbandonati, non li hanno più voluti rincontrare.  

 

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter