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La grande bellezza delle uova alla Scala

Quando non si hanno miliardi per comprarsi giornalisti, deputati, ministri ed elezioni, non resta che ricorrere ai cortei, agli slogan, al lancio delle uova.  La conflittualità quando non degenera in violenza estrema e sistematica, è alla base della democrazia e della creatività, testimonianza di un senso di appartenenza e di una coesione sociale ancora forti, malgrado gli sforzi di Renzi e Marchionne 

Ho letto che il ministro dei beni e delle attività culturali, Dario Franceschini, ha dichiarato che le proteste davanti alla Scala sono un danno per l’immagine e dunque per l’economia del paese.

Fosse anche vero, sarebbe solo la prova che occorre continuare a farne, di proteste. Perché se le proteste restassero del tutto invisibili e prive di conseguenze, a cosa servirebbero? Davvero Franceschini, oltre a essere un democristiano DOC e un renziano liberista, deve anche essere sempre vissuto in un mondo parallelo: come Maria Antonietta (o chi per lei), si sorprende che la gente stia lì a manifestare per il pane: perché invece non mangia brioche? 

Per cui glielo spiego: chi scende in piazza, chi sciopera, chi fa casino e tira uova, lo fa perché la situazione in cui si trova gli è intollerabile o lo preoccupa gravemente, e non ha alcun potere per modificarla. Mentre chi il potere ce l’avrebbe, non ha alcuna intenzione di modificare nulla, anzi, fa di tutto per rafforzare lo stato delle cose. Ovvio dunque che chi protesta voglia fare danni ai suoi oppressori o sfruttatori e insieme a loro anche a tutti quelli che, per complicità, indifferenza o mera stupidità, li appoggiano. Quando non si hanno miliardi per comprarsi giornalisti, deputati, ministri ed elezioni, non resta che ricorrere ai cortei, agli slogan, al lancio delle uova: la politica dei ricchi si fa nei palazzi e negli studi televisivi, quella della gente normale si fa nelle strade. Non ce la volete, nelle strade? Pensate che danneggi qualcosa? Create una società più egualitaria, più giusta. Se invece vi va bene che ci sia chi riceve 500 euro al mese di pensione e chi va alla Scala con una collana da un milione di euro, beh, aspettatevi un po’ di rabbia.

C’è però un altro aspetto. Che l’immagine del nostro paese all’estero venga danneggiata dalle proteste è una cazzata. La conflittualità non è in sé negativa; quando non degeneri in una violenza estrema e sistematica è alla base della democrazia e della creatività, e da noi è la testimonianza di un senso di appartenenza e di una coesione sociale ancora forti, malgrado gli sforzi di Renzi e Marchionne. In realtà è proprio l’autenticità ciò che molti visitatori cercano in Italia: quelli che davvero vogliono solo l’ordine e la precisione, piuttosto se ne vanno a Zurigo o Francoforte, mica a Milano, e quelli a cui piacciono le città segregate, con zone dove la più oscena opulenza può essere impunemente esibita e altre di miseria assoluta, se ne vanno a Los Angeles.

Siamo seri. A danneggiare l’immagine del paese sono gli abusi edilizi, lo scempio del territorio, la disneyficazione delle città d’arte, l’arrogante maleducazione dei media (e di conseguenza del loro pubblico, in particolare giovane). A danneggiare l’immagine del paese sono catene commerciali come Eataly, “non-luoghi” che per un attimo fanno sentire i turisti a casa loro e per il resto della loro vita gli fanno dimenticare il motivo per cui erano venuti in Italia. 

Un ministro della cultura dovrebbe rendersi conto che, culturalmente ma anche economicamente, è molto più spendibile la storia e immagine del PCI che quella di Berlusconi: e questo perché Berlusconi, bunga bunga a parte, era solo la copia di un Donald Trump o di un George W. Bush o di un Mitt Romney; mentre un partito comunista così ampio e potente nessun paese occidentale ce l’ha avuto. Sono le vicende e gli autori del novecento, dal fascismo all’antifascismo alle lotte sindacali e studentesche, da Marinetti a Pasolini e Calvino e Fabrizio de André, che piacciono ai miei studenti di Harvard, non l’Italia dei talk show o la Firenze della Leopolda che provincialmente scimmiottano stili di vita e pratiche politiche americane (e spesso dell’America vista al cinema o in tv).

Oppure Franceschini pensava ai ricchi investitori, alla nuova plutocrazia planetaria, in effetti l'unica categoria che conti in un regime liberista: e quelli sì, lo ammetto, preferiscono restare, dovunque vadano, nella loro bolla di privilegio, e quindi vedersi circondati solo di servi ossequienti e schiavi fedeli, che non provino a farla scoppiare a colpi di uova.

 


Qui sotto il video de "Il Fatto Quotidiano" con le dichiarazioni del ministro Franceschini e le proteste con gli scontri fuori dal teatro La Scala a Milano

 

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