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La candidatura alle Olimpiadi di Roma e il trionfalismo antisportivo di Renzi

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi, nella sede del CONI e con accanto il sindaco Ignazio Marino, annuncia la candidatura ufficiale di Roma per le Olimpiadi del 2024. L’annuncio del "vogliamo vincere" è stato rilasciato con un atteggiamento fuori luogo, del “ma lo vedete che siamo gente di successo…"

Ora si mettono a fare i patrioti, rispolverano i panni assai vecchiotti d’un nazionalismo che non ci ha mai convinti perché lo trovavamo, e lo troviamo, provinciale, ristretto, diseducativo; anche anti-scientifico. Questo è un andazzo iniziato una ventina d’anni fa con l’intesa Berlusconi-Fini: esso non s’è ancora esaurito… Anzi, appare irrobustito.

Matteo Renzi, Presidente del Consiglio, in queste ore, nella sede centrale del Coni dove si svolgeva, così di dicono, “la consegna dei collari”, ha annunciato in modo ufficiale la presentazione di Roma quale candidata alle Olimpiadi del 2024. Due anni e mezzo fa, intervenendo in merito, l’allora Presidente del Consiglio Mario Monti disse che “la situazione economica non lo permette”. Bene: quella fu la sola volta in cui ci trovammo d’accordo con l’economista lombardo.

L’annuncio è stato rilasciato con la pompa mondana, o pseudomondana, che da un bel po’ di tempo v.a molto di moda e ai cui creatori serve per dire “Ma lo vedete che siamo gente di successo siamo… Noi ci sappiamo fare… Lo capite che il Potere ce l’abbiamo noi e sempre lo avremo noi?? Il successo e il potere sono tutto: chi non riesce ad assicurarseli, è un fallito…”

Renzi la “grande” notizia l’ha data stretto fra il sindaco di Roma Marino e il Presidente del CONI Malagò, il quale Malagò a gennaio si collocherà alla guida del Comitato promotore di “”Roma 2024””, appunto. Nella circostanza Marino sorrideva beato, nella “beatitudine” di chi non s’accorge che la sua amministrazione municipale fa acqua da tutte le parti; Malagò si presentava invece con un certo cipiglio, ma si vedeva che il cipiglio era artefatto, costruito… O come mai in Italia da un bel pezzo spuntano tizi così? Come mai non ci s’imbatte più in facce alla Massimo Girotti, alla Massimo Serato, alla Franco Fabrizi, alla Pietro Germi? Ma questo è un altro discorso.

Care lettrici, cari lettori, stavolta il Presidente del Consiglio ha suscitato in noi un imbarazzo, uno scoraggiamento più profondi del solito. Ha voluto fare il “bellicoso”, ha voluto presentarsi come l’uomo “tutto d’un pezzo” che sa quel che vuole, indica la meta e esorta quindi il popolo a raccogliere con fede ed entusiasmo il suo proclama. Ha detto che a “Roma 2024” noi non prenderemo parte nello spirito di De Coubertin: gareggeremo per vincere”!

Vincere! Mamma mia, quale anèlito, quale impegno, quale slancio! Ma questo mica ci sorprende: Renzi e tanti altri della sua generazione si sono nutriti della figura dell’uomo forte, del guerriero che manco la contempla la possibilità di perdere il confronto; del personaggio che ha una marcia in più rispetto a tanti altri, del fenomeno che non conosce ostacoli e chiede cieca fiducia, pronto poi a disprezzare chi non intende seguirlo o magari lo segue con tiepidezza.

La Storia dello Sport, se Matteo Renzi non lo sapesse, è colma di atleti naufragati a pochi passi dalla vittoria, dall’apoteosi, proprio perché animati dalla sola volontà di vincere, disposizione d’animo, questa, che porta alla deconcentrazione, provoca smagliature nella prova agonistica, separa dal “self”, sissignori. Renzi questo lo sa? Renzi non sembra capire che il vero atleta, vero nell’assetto mentale e in quello fisico, non si batte per “vincere” a ogni costo, non si cimenta per umiliare gli avversari: si batte per il proprio miglioramento tecnico, si batte con se stesso prima ancora che con l’avversario. Il suo primo alloro è esattamente questo: salire sempre più in vetta nell’eccellenza, dimostrare a se stesso qualcosa di elevato, di luminoso, di entusiasmante.

Renzi non sembra rendersi conto che quel che conta nello Sport è dare il massimo, attingere a se stessi con bell’impegno, impiegare come si deve il bagaglio tecnico acquisito. Dare tutto quel che si ha sul piano sia interiore che su quello agonistico, significa “vincere”. Sissignori, la vittoria vera è questa. Lo Juri Chechi che in età avanzata conquista in grande stile il bronzo olimpico, è “il” vincitore. L’ingegnere scozzese Wells che nella finale dei 200 metri piani ai Giochi Olimpici del 1980 lotta fino all’ultimo mezzo metro con la strepitoso Mennea giunto trionfalmente primo nella memorabile gara, è “il” vincitore.

Badate bene che la mentalità “primi sempre, secondi mai” finisce per “giustificare”, “legittimare” di tutto… Finisce per guastare, stravolgere, sporcare chi in quella tela è scivolato, magari nella speranza di farla franca: lo stesso ragazzo che allo Sport s’era affacciato con bei sentimenti, bei propositi. Poi non ha retto alle pressioni, ai condizionamenti, perfino ai ricatti. Ha acconsentito a “stare al gioco”. Prima ancora che offendere il pubblico, gli ammiratori, ha offeso se stesso. Ha tentato di vincere attraverso l’inganno.

Che il Presidente del Consiglio non ironizzi più su De Coubertin… Ci faccia, almeno, questo favore. E parli anche un po’ meno. Strano questo toscano sprovvisto di senso della misura.

 

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