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Mafia: ennesimo maxi-sequestro alla rete di Matteo Messina Denaro ma la “latitanza funzionale” continua

Carabinieri del Ros e Gico della Guardia di Finanza sequestrano numerosi beni e dieci società nel Trapanese intestati, per un totale di 20 milioni di euro, a prestanome dell’ultimo Capo dei capi di Cosa Nostra. Ma diversi interrogativi emergono dalla mancata cattura del boss Matteo Messina Denaro dopo anni di ricerche. Una latitanza che fa comodo?  

La ribalta a livello nazionale, ed anche internazionale, che negli ultimi giorni ha interessato Roma con la maxi operazione "Terra di mezzo", e che ha ancora una volta evidenziato, qualora ve ne fosse ancora bisogno, l'esistenza di una rete di stampo mafioso in territori diversi dalla Sicilia, Calabria, Puglia e Campania, ha certamente celato l'attenzione dell'opinione pubblica sul "giro di vite" che sta avvenendo in Sicilia Occidentale attorno a colui che viene considerato il boss dei boss e cioè Matteo Messina Denaro, da oltre 20 anni latitante.

Come per "Mafia Capitale" anche negli affari che girano attorno agli affari della rete di Matteo Messina Denaro, la droga, la prostituzione ed il classico pizzo stanno lasciando il posto ad altri "business" grazie ad una "sottile linea rossa" che travalica i confini della malavita e che si infiltra nei meandri delle istituzioni, ad ogni livello, attraverso la corruzione di politici e funzionari che poi si scoprono essere i veri manovratori delle associazioni di stampo mafioso.

Il "guado" fra mafia e politica è stato superato da decenni, e gli assassinii dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di moltissimi servitori dello Stato che avevano scoperto l'esistenza inequivocabile di tale legame non hanno, purtroppo, accelerato l'emersione di un fenomeno mafioso radicalizzato nelle istituzioni. Eppure il mondo del cinema ha più volte denunciato il filo diretto fra politica e mafia, non ultimo ne “La Grande Bellezza”,  premiato con l’Oscar come miglio film straniero la scorsa stagione, il regista Paolo Sorrentino ritrae inquietante la figura di un latitante che vive indisturbato nel suo attico di fronte al Colosseo, personaggio al quale il regista da il nome di “Giulio Moneta”.

Anzi, ecco come all'indomani delle stragi sono saltate le teste del braccio violento al servizio della mafia, quella che conta, vedi gli arresti di Toto Riina, Bernardo Provenzano etc. Poteri deviati dello Stato hanno riavvolto il nastro nascondendo perfino ai piani più alti l'esistenza di una "trattativa" Stato-mafia. Troppo alta la posta in gioco, interessi di potentissime lobby economico-finanziarie da tutelare a tutti costi e le reti della macro-criminalità nazionale, la mafia siciliana, il terrorismo nero, la mala romana e milanese degli anni '70 ed '80, per diversi anni sono state il braccio armato di questo golpe politico-economico talvolta ostacolato da personaggi, vedi ad esempio Bettino Craxi "non allineato" (vedi anche il Caso Moro) che stava seguendo altre direzioni affaristiche; risulta strano ancora oggi il "salvacondotto" offerto allo stesso ex premier per un dorato esilio in Tunisia fino alla morte.

La maxi operazione contro la "famiglia allargata" di Messina Denaro (in foto ritratto in una vecchia foto-tessera) annunciata questa mattina probabilmente è avvenuta alcuni giorni fa ma le autorità giudiziarie sanno ben scegliere anche loro quando la notizia può divenire mediaticamente appetibile e così a quel punto la danno in pasto ai giornalisti corredata da video, immagini etc…

L'operazione condotta congiuntamente da Guardia di Finanza e Carabinieri del Ros ha portato al sequestro, nel compresorio fra Castelvetrano, Campobello di Mazara e Mazara del Vallo, di beni per un valore di 20 milioni di euro riconducibili agli affari di "'U siccu". Stavolta nel mirino delle forze dell'ordine sono finite aziende operanti nell'edilizia e nel settore delle energie rinnovabili, e facenti capo a persone arrestate da tempo e attualmente detenute.

Tra i beni sequestrati nell'operazione figurano: 3 società, 7 quote societarie e 4 ditte individuali, 12 autovetture, 4 veicoli industriali, 1 motociclo, 13 autocarri, 3 semirimorchi, 1 fabbricato industriale, 1 immobile a destinazione commerciale, 8 immobili ad uso abitativo, 29 terreni, 4 fabbricati rurali, polizze assicurative, titoli azionari, rapporti bancari, depositi a risparmio, per un per un valore complessivo di oltre 20 milioni di euro. Le imprese, secondo gli inquirenti, servivano tra l'altro a finanziare la latitanza del boss di Castelvetrano. Il provvedimento è stato emesso dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo su richiesta della Dda.

Quindi continua a farsi "bruciata" la terra attorno al super boss che per molti continua a rimanere nel "suo territorio" (consuetudine di un capo mafia tradizionale) nascosto chissà in qualche casolare o addirittura in qualche miniappartamento sapientemente celato nel centro urbano di una delle città della Provincia; non è escluso però che Matteo Messina Denaro viaggi e si sposti con tranquillità grazie ad un nuova identità fisica ed anagrafica.

In questo contesto sorgono spontanei alcuni interrogativi: davvero non si riesce a braccarlo? Lo Stato ha posto gli uomini ed i mezzi necessari per arrestarne la latitanza? Sarà arrestato al momento giusto, cioè quando servirà (furono così gli arresti di Riina ed altri superboss) e forse al momento la sua latitanza risulta "funzionale" al potere costituito per distogliere l'attenzione dalle grandi manovre politico-economiche stanno, pian piano, cambiando il volto del “Bel Paese”?

 

Francesco Mezzapelle è il direttore di www.primapaginamazara.it, dove questo articolo è stato anche pubblicato

 

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