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Se un giorno il giudice Antonin Scalia, davanti a un buon boccale di birra…

Personaggio curioso il giudice della Corte Suprema di origini siciliane, Antonin “Nino” Scalia. Sul sistema giudiziario italiano ha espresso posizioni simili a quelle di Falcone, eppure è un conservatore contrario all'aborto e alle unioni gay, favorevole alla pena di morte. Sulle torture sembra pensarla come la maggior parte degli americani

Il giudice della Corte Suprema Antonin “Nino” Scalia è un personaggio che mi ha sempre incuriosito per la sua linearità e contraddittorietà insieme. Nato a Trenton, nel New Jersey, la madre Catherine era figlia di emigrati italiani, il padre, Salvatore Eugenio, professore di lingue romanze, era emigrato dalla Sicilia quando all'età di 15 anni. Cattolico, il giovane Scalia frequenta la Xavier High School di Manhattan, una scuola gestita dai Gesuiti. Si laurea primo nella sua classe Cum Laude presso la Georgetown University. Parallelamente frequenta corsi all'Università di Friburgo in Svizzera e perfeziona gli studi in legge presso la Law School della Harvard University. Si laurea, sempre Cum Laude, nel 1960, e diventa Sheldon Fellow Harvard. Sempre quell’anno si sposa con Maureen McCarthy, da quell’unione vengono nove figli.

Sicuramente conservatore, Scalia coltiva però una visione più positiva sui poteri di governo; pensa che i conservatori debbano rivedere il loro punto di vista ostile al potere nazionale. È stato Ronald Reagan nel 1986 a nominarlo Giudice della Corte Suprema, e da sempre Scalia è leader delle voci conservatrici. Secondo lui, la Costituzione deve essere interpretata con original intent, cioè come coloro che hanno scritto il documento, senza ulteriori reinterpretazioni. È grazie al determinante voto (e all’influenza) di Scalia se George W. Bush è diventato presidente, in occasione del contestato voto in Florida. Contrario all’aborto, al matrimonio tra omosessuali, favorevole alla pena di morte.

Anni fa in occasione di un suo viaggio di piacere in Sicilia gli scappò detto: “sarei molto preoccupato se dovessi essere processato da un sistema giudiziario come quello italiano. Considero una pessima idea la mancata separazione delle carriere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante. In America un sistema giudiziario come il vostro sarebbe assolutamente inaccettabile. Nel nostro Paese una lunga, radicata tradizione impone la separazione completa tra il ruolo del Pubblico Ministero e quello del Giudice. Il PM rappresenta l’esecutivo, il Giudice in genere è un avvocato che per gran parte della sua vita ha sostenuto le ragioni dei privati contro lo Stato, per esempio come difensore nei processi penali o nelle vertenze fiscali. Il popolo americano rifiuterebbe un giudice uscito dai ranghi della magistratura inquirente, con una mentalità da inquisitore e troppi amici nell’ufficio del Pubblico Ministero. Un sistema in cui giudice e accusatore sono intercambiabili mi pare una ricetta per l’ingiustizia”. Ed era quello che, parola più parola meno, diceva anche Giovanni Falcone: “…Ora sul piano del concreto svolgersi dell’attività del PM, non può non riconoscersi che i confini fra obbligatorietà e discrezionalità sono assolutamente labili e, soprattutto, che la discrezionalità è, in una certa misura, un dato fisiologico e, quindi, ineliminabile nell’attività dl PM. Ed allora, se vogliamo realisticamente affrontare i problemi, evitando di rifugiarsi nel comodo ossequio formale dei principi, dobbiamo riconoscere che il vero problema è quello del controllo e della responsabilità del PM per l’esercizio delle sue funzioni… Mi sembra giunto, quindi, il momento di razionalizzare e coordinare l’attività del PM finora reso praticamente irresponsabile da una visione feticista della obbligatorietà dell’azione penale e dalla mancanza di efficaci controlli della sua attività…”.

Per queste sue opinioni e prese di posizione Falcone subì più di un ostracismo da parte dei suoi colleghi. Ad ogni modo, curiose convergenze, queste, tra un giudice dichiaratamente conservatore e un magistrato simbolo della lotta antimafia e “liberal”.

Per tornare a Scalia, chiamato ad esprimersi sulla questione di Guantanamo non le ha certo mandate a dire: “Sono poco tollerante nei confronti dell’atteggiamento di superiorità degli europei su questi temi. È molto difficile trovare una soluzione, perché non si possono celebrare processi ordinari per questa gente. Quello di chi, da lontano, invoca “diritti” per i detenuti per il supercarcere antiterrorismo è un atteggiamento ipocrita. Non vi piace Guantanamo? Bene, ma cosa dovremmo fare, lasciarli liberi di tornare a uccidere i nostri soldati o altra gente? Saremmo felici di rilasciarli in Italia. Diteci dove li volete, ve li spediamo”. Una posizione non isolata, questa di Scalia, se è vero che un sondaggio condotto dal PewResearch Center pochi giorni dopo la pubblicazione di un rapporto del Senato americano sugli interrogatori condotti dall'intelligence USA su presunti terroristi rivela che la maggioranza degli americani ritiene giustificato il ricorso alla tortura da parte della CIA per interrogare i detenuti della "guerra al terrorismo". Il 51% delle persone intervistate ha giustificato i metodi usati dalla CIA, mentre il 29% si è detto contrario e il 20% non ha espresso opinione; inoltre per il 56% degli americani l'uso della tortura avrebbe permesso di ottenere informazioni utili a sventare attacchi, mentre il 28% la pensa diversamente. Gli americani risultano divisi sull'opportunità della pubblicazione del rapporto: il 42% ha detto di averla ritenuta una "buona decisione", il 43% una "cattiva decisione".

Sarebbe interessante a questo punto, magari davanti a un buon boccale di birra, che Scalia mi spiegasse come si può essere contrari alla soppressione del feto e favorevoli all’uccisione di un essere umano; come si può credere alla validità del quinto comandamento “Non uccidere” e a tutti gli altri, e al tempo stesso giustificare le più inquietanti e oscure “ragioni di Stato”. 

 

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