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Ulrick Beck, un intellettuale pubblico che ridefinì l’Europa

La notizia è passata piuttosto velocemente nei grandi media. La notte di Capodanno è morto Ulrick Beck all’età di settant’anni, uno degli intellettuali più originali della sociologia contemporanea. Un intellettuale ascoltato dalla politica ma soprattutto dai media, cosa che accade raramente

E’ probabile che alcuni non lo conoscano. La notizia è passata piuttosto velocemente nei grandi media, anche se i commenti che sono seguiti sono stati numerosi. La notte di Capodanno è morto Ulrick Beck all’età di settant’anni, uno degli intellettuali più originali, acuti, intelligenti della sociologia contemporanea. Non era conosciuto solo in ambito sociologico ma si faceva apprezzare, come scritto dall’altro arcinoto sociologo Zygmunt Bauman nella sua lettera in ricordo di Beck, perché: “era la personificazione dell’intellettuale pubblico, in ragione del ruolo e delle posizioni che ha assunto: un modello cui gli studiosi di scienze sociali aspirano ardentemente, anche se a pochi è dato raggiungerlo con tanto vigore, efficacia e dedizione.”

Un intellettuale ascoltato dalla politica ma soprattutto dai media, cosa che accade raramente. Non posso omettere, tuttavia, l’importanza che i suoi scritti hanno avuto nella mia formazione sociologica, e non solo, perché le sue riflessioni ascoltate, lette e amate, hanno permeato le mie idee, le mie decisioni, le mie passioni. Beck, mi ha fatto amare la sociologia perché ha raccontato la società e i suoi cambiamenti con la semplicità e lo stupore del ricercatore che ha a cuore la divulgazione la più diffusa, ponendo grande attenzione verso il lettore, l’ascoltatore o lo studente. In altre parole, Ulrich Beck è sempre stato in grado di raccontare i passaggi complessi della società contemporanea con grande semplicità e coinvolgimento, mettendo il lettore in grado di far sue le riflessione lette con naturalezza e fluidità. E’ uno di quei pensatori che senti, in qualche modo, di avere accanto anche quando esci per strada e osservi la gente, gli accadimenti, i fatti sociali o semplicemente quando leggi qualche notizia collocandola naturalmente nel più grande contenitore del pensiero beckiano.

Professore all’Università di Monaco, alla London School of Economics e alla Maison des Sciences de l’Homme (Fmsh) a Parigi, Ulrick Beck è noto per essere stato il teorizzatore della “società del rischio” (il libro La società del rischio viene tradotto in italiano solo nel 2000 anche se l’opera originale è del 1986) , della “modernizzazione riflessiva”, insieme al sociologo inglese Antony Giddens, della “seconda modernità” o “tarda modernità” in sintonia con le idee di Bauman e Scott Lash. Ma Beck studia e racconta tutto ciò che riguarda la vita attuale di ognuno di noi, non lo fa attraverso manuali pedagogici e rognosi, ma con l’umiltà di di chi sa che ciò ci riguarda innanzitutto come cittadini di questo mondo, non solo come studiosi: “Siamo tutti nella stessa barca”, gli piaceva ricordare. Ma anche con la forza di chi sa, con l’esperienza accumulata, di dover donare i risultati delle proprie ricerche. Racconta la globalizzazione e il cosmpolitismo, la libertà e i suoi rischi, la politica, il potere e i cambiamenti climatici, l’amore e la famiglia, l’Europa e il terrorismo, la paura e il desiderio. Un sociologo a 360 gradi capace di dare nuovi significati all’idea stessa sociologia: multidisciplinare, aperta e dialogante, con il dubbio sempre incombente e al tempo stesso pregna di immaginazione.

Beck è stato politicamente militante nei Verdi tedeschi, figura di riferimento culturale del governo rosso-verde di Gerhard Schröder e Joschka Fischer, contribuendo  all’elaborazione della Terza via con Antony Giddens, ispiratrice, almeno all’inizio, della politica di Tony Blair. 

Dal “nazionalismo metodologico”, che metaforicamente definì Merkiavelli, riferendosi alla leader tedesca e alla sua politica di austerità, poco attenta ad altre esigenze se non a quelle dello Stato nazione tedesco, che induce al ripiegamento in sé stessi come popolo e individui, Beck passa al “cosmopolitismo metodologico”, quello dell’apertura e della convivenza, riferendosi in particolare all’Europa come entità superiore a quella degli Stati, che necessita di: “una parola nuova per comprendere l’europeizzazione. L’Europa non è uno Stato, non è un’unità territoriale, una nazione o una condizione definitiva. Per questo serve una parola nuova: per definire una geometria variabile, interessi nazionali variabili, relazioni interne ed esterne variabili, confini variabili, una democrazia variabile, una concetto di stato variabile e un’identità variabile”.

Ne La società del rischio teorizzò che i rischi più gravi, le cadute e gli insuccessi della società moderna sarebbero derivati paradossalmente dai suoi successi, dalle vette raggiunte, dai traguardi superati.

Beck lascia un vuoto intellettuale, almeno per chi come me lo ha studiato a lungo, chissà quanto avrebbe potuto ancora dare. Ma le parole che ci ha lasciato, nei libri e nei tanti video ormai presenti su YouTube, lo annoverano immediatamente tra i grandi del pensiero contemporaneo.

 

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