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Il burqa di carne e il monsignore

In un recente documento, il cardinale Gianfranco Ravasi ha definito la chirurgia estetica un "burqa di carne". Ma non è più cristiano comprendere (le ragioni dell'eventuale iniscurezza che porta a quella scelta) che condannare? E perché si tira in ballo la donna e non l'uomo?

Si può condividere l’Anna Magnani che al suo truccatore intima: “Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una. Ci ho messo una vita, a farmele venire”. Però se c’è una Meg Ryan o una Nicole Kidman che per sfidare il tempo che passa preferiscono anche il rischio di farsi sfigurare il viso. Come dire? Problema loro…

Perché dunque il Pontificio Consiglio della Cultura prepara un documento dove si legge che la chirurgia estetica è un qualcosa di assimilabile a “un burqa di carne”; e il cardinale Gianfranco Ravasi, che pure soppesa sempre con molta attenzione le parole, fa sua questa affermazione infelice, e trova “impressionante la crescita della chirurgia estetica per aderire a un modello estrinseco”; Ravasi, cita, volendo giocare facile, il caso di “diciottenni che chiedono per il compleanno un nuovo seno”. Questo delle diciottenni potrà pur essere, oltre che un caso limite (quante saranno? Esiste al riguardo una ricerca, una statistica, uno studio?), un caso discutibile; anche se più che la diciottenne forse andrebbe “discusso” chi, come mai e perché quel regalo è disposto a farglielo.

Ora bisognerà pur dire che chirurgia estetica non è solo un seno rassodato. Come dice la Treccani: “E' la branca della chirurgia che si propone di correggere o migliorare gli inestetismi, siano essi congeniti o acquisiti in seguito a malattia, a eventi di tipo traumatico oppure parafisiologico quale l’invecchiamento”. Ma anche a voler limitare il campo al solo aspetto fisico che si intende migliorare, non si comprende perché la si debba condannare a priori o scrutarla con sospetto.

Ad ogni modo quella che colpisce è l’infelice equiparazione: “burqa di carne”. Certi paragoni sarebbe meglio non farli; anche monsignore certamente sa cosa sia, cosa rappresenta, il burqa. Non si dovrebbe banalizzare così la tragedia che il burqa costituisce e significa per milioni di donne; al loro carico di sofferenza e dolore non si dovrebbe aggiungere l’oltraggio di queste parole.

Ancora: perché volendo esprimere la sua contrarietà per la chirurgia estetica che circoscrive al caso di qualche ragazza che intende rinforzare il suo seno, non si citano anche altri esempi? La chirurgia estetica per ringiovanire, per migliorare il proprio aspetto (e resta da spiegare cosa vi sia in ciò di negativo), non è solo prerogativa femminile. Non c’è solo la donna che a un dato momento della sua vita può desiderare un seno più florido, un sedere meno schiavo della legge di gravità. C’è un esempio che dovrebbe perfino essere inutile fare: quello di un signore ricco e famoso, un leader politico avanti con gli anni, che da anni si tinge in modo vistoso i capelli, se li è fatti trapiantare, il cui viso ha sottoposto a ogni tipo di lifting, una maschera di cerone e fondotinta… anche lui rientra nella categoria del “burqa di carne”? Perché non si è fatto l’esempio di quel ricco politico, e si è fatto quello della ragazza diciottenne? Forse non sarebbe inutile interrogarsi sul perché un lifting femminile, equivale a “un burqa di carne”, mentre se lo stesso lifting riguarda un uomo questo burqa non lo si evoca.

Sempre a proposito del “burqa di carne”, monsignore definisce l’espressione “pertinente, anche se sferzante”. Per quel che riguarda la pertinenza, siamo evidentemente nel campo delle opinioni; ma perché si sente la necessità di essere sferzanti? Perché questa volontà di percuotere, di esser così aspri e feroci nella critica?

Si può anche scendere nel terreno che monsignore sembra voler percorrere: e cioè che chi vuole un naso migliore o qualche ruga in meno sia una persona con un fondo di insicurezza interiore, con un disagio figlio di chissà quale vicissitudine; ma se così è, che senso ha “sferzare”? Non sarebbe più opportuno e utile lavorare sulle ragioni di questa insicurezza, di questo disagio? Non è più cristiano comprendere, invece di condannare? E comunque, se un intervento di chirurgia estetica può far sì che una persona stia meglio con se stessa, perché deve essere condannata e la si addita come vittima di un “burqa di carne”?

 

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