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Morte a Park Avenue. Anche Renzi lascia New York senza direttore per l’Istituto di Cultura

Il ministro Dario Franceschini all'Istituto Italiano di Cultura di New York

Il ministro Dario Franceschini all'Istituto Italiano di Cultura di New York

All'Istituto Italiano di Cultura non c'è il direttore da più di un anno. Quando abbiamo chiesto i motivi al Ministro della Cultura Dario Franceschini in visita a New York, ci ha risposto che lo stanno scegliendo tra vari candidati qualificati. Il grave ritardo era già accaduto in passato, altro che "svolta" di Matteo Renzi 

 

Mercoledì sera c'era atmosfera di festa all'Istituto Italiano di cultura di New York. Aria frizzante di folla allegra, stretta in quelle vecchie sale trascurate. Si notava la massa di giornalisti italiani che sgomitava per avere una dichiarazione del ministro della Cultura Dario Franceschini, che aveva appena inaugurato la "nuova" sede dell'ENIT, l'ente del turismo, e anche una nuova biblioteca, all'interno dell'Istituto. Da tanto a New York non si vedeva una fila così di giornalisti attorno ad un ministro italiano,  a quanto pare Franceschini emana potere. Ha, come dire, l'aura del potente che durerà a lungo. 

Facce sorridenti, quindi, dappertutto, l'Italia della cultura che avanza. Ma chi scrive queste righe, ieri non aveva proprio l'umore giusto per quell'evento, nessuna voglia di far "le fusa" una volta entrati in quella palazzina derelitta che da anni ospita le sale dell'IIC di New York e che per noi resta il simbolo del decadimento dell'Italia.

Quando il ministro si è trasferito al secondo piano, dove ha parlato in una sala ormai lasciata sempre più decrepita, con il pavimento bucato e rattoppato, ma davanti ad un microfono, lo abbiamo finalmente potuto ascoltare e con attenzione. E abbiamo registrato tutto il bello di Franceschini, su come il governo di Matteo Renzi starebbe finalmente dando alla cultura il giusto ruolo, di come il turismo diventerà sempre più strategico e importante per l'economia italiana, su come i cinesi arriveranno in milioni in Italia per l'Expo ma anche per girare il Bel Paese etc etc. Già, e intanto pensavamo ai "nuovi" uffici di rappresentanza dell'Enit nella città più importante del mondo, che da un bellissimo grattacielo del Rockfeller Center, adesso si ritrovano dentro la palazzina scricchiolante dell'Istituto di cultura. E già, quando si deve risparmiare…

Il nostro umore era così cupo ieri sera perché ogni volta che mettiamo piede all'Istituto di Cultura italiano di New York, da più di un anno lasciato senza direttore, non sentiamo alcuna aria frizzante di allegria, ma solo il gelido vento di morte della cultura italiana, massacrata dalla partitocrazia ancora così imperante a Roma.  

Oltre 10 anni fa, questa column, allora pubblicata su America Oggi, uscì col titolo: Morte a Park Avenue. Anche allora, l'istituto italiano di cultura era rimasto senza direttore e per oltre un anno. La "fumata bianca", quando arrivò, designava Claudio Angelini, il notissimo inviato della RAI, un giornalista che come accade spesso in Italia, si era anche candidato alle elezioni, ma senza fortuna, nelle file del Centro destra. Angelini  diventò direttore dell'Istituto di cultura grazie alla sua "appartenenza"? Su Visti da New York denunciammo allora quel metodo di lottizzazione partitocratica che non risparmiava nemmeno la cultura italiana all'estero, ma certamente non ci sorprendeva. Quello che ci fece infuriare allora, non fu la scelta ricaduta su Angelini, che dopotutto era una persona di cultura (è anche poeta e scrittore di teatro) e alla fine condusse, a mio modesto parere, più che dignitosamente l'IIC di NY. Quello che ci faceva imbestialire era il metodo e il fatto che la scelta non fosse ricaduta, come scrissi allora, su un "archeologo di chiara fama" bloccato che so, in qualche scavo in Afghanistan e quindi, pur di assicurarlo alla sede culturale di Park Avenue, era giustificato il sacrificio calcolato di lasciare l'Istituto senza direttore pur di avere, dopo un anno di attesa, il suo genio. Angelini infatti era rimasto tutto quel tempo, nell'allora scintillante sede della Rai a pochi isolati di distanza. Allora perché tutte quelle manfrine e attese su quella nomina scontata? Perché lasciare per oltre un anno un istituto senza direttore quando il "prescelto" era già a New York?  Mah, mistero delle lottizzazioni italiane…

Quando, sempre per lo stesso istituto, dopo Angelini arrivò lo sconosciuto (almeno per i non addetti ai lavori) Renato Miracco, critico d'Arte, che in pochi mesi organizzò meraviglie di cultura italiana mai viste prima… ricordate come andò a finire allo sfavillante Miracco? Il direttore dell'IIC super organizzatore non fu confermato al suo incarico dalla Farnesina. Infatti i direttori, anche di "chiara fama", dopo due anni devono avere la conferma per gli altri due.  Scrivemmo allora, sempre su Visti da New York: "Dopo due anni, il critico d’arte Renato Miracco non è stato confermato come direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York, nonostante il superbo lavoro svolto. "Speedy Gonzales" Miracco, il direttore più veloce nel dare efficenza, autorevolezza, bellezza e straordinaria vitalità all’Istituto di Park Avenue, finalmente frequentato anche dai newyorchesi allergici alla insignificante leggerezza del passato, è stato silurato. Il suo contratto di due anni, che viene rinnovato a tutti, soprattutto ai mediocri, a lui non è stato confermato. Perché troppo bravo? Nell’Italia del male che diventa bene e viceversa, il troppo preparato deve essere ridimensionato, rischia di far fare agli altri mediocri "cattiva figura". Al suo posto del tanto capace quanto pericoloso Miracco, il ministro degli Ester Franco Frattini nomina Riccardo Viale, che leggiamo essere presidente della Fondazione Rosselli e docente di sociologia alla Bicocca di Milano….".

Così Miracco fu sostituito dal professor Viale, accademico di filosofia della politica mi pare, sicuramente bravo ad organizzare convegni sui temi soprattutto a lui cari, ma che rispetto a Miracco faceva girare l'istituto come se al motore di una Ferrari venisse sostituito quello di una 500 (quella degli anni Cinquanta). Ovviamente Viale, arrivato in coincidenza con il ritorno al potere di Silvio Berlusconi, compie tutti e quattro gli anni da direttore. Poi esce di scena: ma questo oltre un anno fa!

Allora, dato che il professor Viale non è scappato durante il suo mandato né è finito sotto un taxi attraversando Park Avenue, ma ha ultimato i suoi quattro anni (ora ci risulta ancora attivo a New York con una sua fondazione…) chiediamo: come mai l'IIC di cultura, ancora come avvenne dieci anni fa, viene lasciato senza direttore per tutto questo tempo? Non si sapeva forse quando sarebbe scaduto il mandato di Viale?  Perché non si è proceduto speditamente alla nomina di un nuovo direttore in tempo per organizzare la nuova stagione?

All'Istituto di cultura spagnolo, che appare ancora più scintillante, messo accanto a  quello italiano lasciato in condizioni pietose, si rischia mai di rimanere senza direttore per oltre un anno? E a quello francese? A quello tedesco?

Vergogna Italia! Purtroppo non ci viene da usare un'altra espressione.

Ora sapete perché ieri avevamo questo "mood" così cupo (unica luce di speranza l'apertura, sempre ieri, della biblioteca Lorenzo Da Ponte al piano terra dell'Istituto), e questo umore diventava sempre più scuro mentre ascoltavamo il ministro della cultura Dario Franceschini tessere le lodi del governo Renzi, del suo approccio nuovo alla cultura italiana e bla bla. Così, purtroppo per Franceschini, abbiamo rovinato l'aria di festa che si respirava fino a quel momento. Quando la console generale Natalia Quintavalle ha chiesto se qualcuno avesse domande, noi abbiamo alzato la mano per primi. "Ministro Franceschini, ma le sembra possibile che l'istituto italiano di Cultura nella città più importante del mondo, venga lasciato così, in queste condizioni senza direttore per oltre un anno?".

Il Ministro, visto interrotto l'incantesimo che si respirava fino a quel momento in quella palazzina che gli altri giorni dell'anno risulta spettrale, ha replicato dandoci ragione ma che non è al suo ministero che spetta la responsabilità della nomina… Già, la nomina arriva infatti dal ministero degli Esteri. Ma poi Franceschini ha tranquillizzato tutti, dando la buona novella che tanti qualificati candidati erano stati presi in considerazione, che la decisione sarebbe arrivata tra poche settimane. Evviva. Ma perché allora l'attesa di un anno se si trattava semplicemente di scegliere tra dei candidati? Forse si voleva quel famoso archeologo rimasto prigioniero degli islamisti durante un raid a Timbuktu?

Non sarà colpa di Franceschini, potente ministro in quota PD del governo Renzi. Non era sua la responsabilità di scegliere. Eppure, al posto suo, se fossi io ministro della cultura del governo arrivato annunciando la "svolta" dalla lottizzazione del passato per il rilancio dell'Italia, in uno dei primi consigli dei ministri avrei chiesto e ad alta voce: ma come è possibile tenere l'Istituto italiano di cultura nella città più importante del mondo in condizioni fatiscenti e senza direttore? 

Lo avrà fatto il ministro? Chissà, speriamo. Ma anche se non lo avesse fatto, non è colpa sua. E forse non è responsabilità neanche di Federica Mogherini che aveva già l'Europa a cui pensare… E nemmeno di Paolo Gentiloni, poverino, appena arrivato. 

Allora, dato che un responsabile in questa vicenda che vergognosamente discredita l'immagine dell'Italia a New York lo vogliamo, diamo tutta la colpa a Matteo Renzi. 

Caro Matteo, oltre ad essere il premier più giovane che dice di voler rappresentare il futuro, e dato che per giunta sei toscano, decidiamo di darti del tu per essere ancora più diretti in quello che ti vogliamo dire. Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, allora prefetto per 100 giorni a Palermo, visitando le scuole diceva agli studenti che per sconfiggere la mafia non si doveva più andare con la vespa in tre e sopra i marciapiedi. Diceva, il generale ai ragazzi delle scuole di Palermo, che la mafia si sconfigge rispettando la legalità sempre. Ma cosa c'entra Dalla Chiesa, la mafia con la cultura e l'IIC di New York? Ora te lo spiego Matteo, premier dell'Italia che vuole "svoltare". Per il generale  Dalla Chiesa, come anche per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la cultura della legalità, e quindi la cultura in genere, era qualcosa che per rispettarla sempre si deve riaffermare con l'esempio. Senza eccezioni. 

Qui a New York, guardando a quanto accaduto ancora una volta all'istituto italiano di Cultura – alla sua paralisi determinata da che cosa se non dalla lottizzazione ancora imperante della partitocrazia? – abbiamo visto che il tuo governo ha fatto cilecca. Non ha dato alcun esempio di cultura della legalità. Anzi, ha dato l'impressione che tra il tuo governo e quello di Berlusconi di dieci anni fa, non ci sia alcuna differenza di stile né di sostanza. 

Anche se Franceschini ha detto che tra poche settimane verrà nominato il nuovo direttore dell'Istituto italiano di Cultura, ieri sera siamo tornati a casa tristi perché convinti che il declino dell'Italia, almeno visto da Park Avenue, continui. Ci piacerebbe  essere smentiti. Chissà, una nomina che segnali una vera volontà di cambiamento culturale. Ma figurati Matteo, tu hai altro a cui pensare per gli italiani, c'è l'ISIS in Libia, l'economia da far ripartire…

 


L'intervento di Dario Franceschini all'Istituto Italiano di Cultura di New York: 

L'intervento prosegue qui, e poi Franceschini risponde alle domande qui e anche qui

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