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L’Italia ha chef geniali, ma fuori dalla cucina le mancano regole certe e gioco di squadra

Nel palazzo del Comune di Siena, il celebre affresco di Ambrogio Lorenzetti 'Effetti del Buono e del Cattivo Governo (1338-1339)'

Nel palazzo del Comune di Siena, il celebre affresco di Ambrogio Lorenzetti 'Effetti del Buono e del Cattivo Governo (1338-1339)'

Nessuna organizzazione proposta da esseri umani è perfetta e i sistemi di vigilanza divengono sempre più necessari per prevenire i furbi dall’emergere sui cittadini più vulnerabili. In Italia nei ristoranti le regole si rispettano, ma la troppa tolleranza altrove rende il Bel Paese un paradiso per chi delinque

 

Pappardelle, ravioli, agnolotti, agnello, maialino, coniglio, pesce, grana, montasio, asiago, mozzarella, vini, acque minerali tiramisù, gelato, dolci, caffè, ammazza-caffè e digestivi… Peccato, il business più difficile è quello della ristorazione dove tutto è deperibile e deve essere usato entro un numero di ore per non causare problemi ovvero avvelenamenti. Nei Paesi che consideriamo più avanzati o democraticamente più evoluti, i casi di avvelenamento sono sempre più frequenti che in Italia, perché? Perché la cucina è come un piccolo feudo dove il cuoco ha potere assoluto e i beneficiari della sua arte lo cercano solo se sbaglia. Possiamo concludere che in cucina l’Italia ha delle leggi non scritte che tutti rispettano e la responsabilità è ben definita. 

In America, dove io vivo, fatta eccezione per i ristoranti di un certo livello, i cuochi e il personale sono tutti collocati in uno schema che prescinde dai personalismi e tutti (cuochi compresi) sono intercambiabili in un contesto di menu inflessibile e senza sorprese. Il sistema sociale è fedelmente riproposto in cucina e la prevenzione del conflitto è valida ed estesa a tutti i settori. Nessuna organizzazione  proposta da esseri umani è perfetta e i sistemi di vigilanza divengono sempre più necessari per prevenire i furbi dall’emergere sui cittadini più vulnerabili. Si concordano regole per un miglior vivere insieme e laddove in cucina conta la creatività e l’intuizione, le regole non ammettono interpretazioni perché scritte a tutela di tutti. Almeno questo è il concetto del vivere insieme nei Paesi dove si vive in democrazia. 

Assumiamo che anche l’Italia sia un Paese democratico (e noi crediamo che lo sia più di tanti altri) dobbiamo chiederci perché il Bel Paese venga percepito con un comune denominatore da chi lo definisce, di volta in volta, in contesti diversi. Il Ministro degli esteri Rumeno, davanti alle accuse di razzismo contro i Rumeni ebbe a dire che, se Bucarest avesse promesso impunità ai criminali Italiani, i fuorilegge Italiani che fossero arrivati in Romania avrebbero dato la stessa impressione ai cittadini Rumeni. 

Le proteste degli Italiani contro l’immigrazione selvaggia dei Nord Africani e dei ROM, trova giustificazione nel degrado che questi nuovi ospiti portano a quel museo a cielo aperto che si chiama Italia. Poi però arrivano i tifosi Olandesi del Feyenoord, violentano Piazza di Spagna e la sua famosa Barcaccia, Fontana capolavoro del Bernini. Lo fanno dopo aver fatto quello che molti ROM fanno regolarmente ovvero urinare e defecare fuori dai sitemi sanitari pubblici e privati che servono a prevenire malattie ovvero patologie dimenticate da decenni in Italia. E’ lecito chiedersi se tutti questi “untori” che abbiamo descritto fino adesso, invadano anche altri Paesi Europei. La risposta è positiva anzi, ad onor del vero, sono più numerosi in Germania e Francia e negli altri Paesi tradizionalmente più colonizzatori dell’Italia. La Spagna e la Grecia sono, come l’Italia, al Sud dell’Europa però basta mettere questo Sud a confronto e appare evidente come le prime due siano, in genere, più pulite e organizzate anche nei quartieri meno abbienti. 

L’Italia ha regole che prevengono comportamenti illegali nel rispetto dello spazio pubblico mentre la percezione è che nel Bel Paese sia tutto permesso in nome di un perdono incondizionato a vantaggio di chi delinque. I tifosi Olandesi non farebbero mai in Olanda quello che hanno fatto a Roma mentre i vari “immigrati” preferiscono la tolleranza dell’Italia invece che quella dei loro Paesi.  “Preferisco i disordini ai morti” ha dichiarato il Prefetto di Roma a sua difesa per aver permesso a chi violava la legge di farlo fino ad un serio pericolo per l’incolumità dei cittadini e dei turisti. “Un oggetto non vale la vita di un uomo” suggeriva un carabiniere ad un mio amico che, al quarto furto subito nella sua abitazione, confessò che se avesse trovato i ladri in casa, dopo averli visti in faccia in due precedenti occasioni, avrebbe loro sparato. 

Tolleranza e pace sembrano essere le due virtù di una società che rischia di perdere la propria abitazione per non aver pagato una multa da 500 EURO e la propria libertà per legittima difesa. Anche io sono stato emigrato a New York e, dopo aver letto le leggi che regolavano l’iter per la mia permanenza negli USA, le ho seguite e a scadenze regolari ho alla fine ottenuto anche la cittadinanza. Quanti sono coloro che vorrebbero mettersi in regola con il loro soggiorno in Italia e si perdono nei meandri della burocrazia? Allora è lecito pensare che potrebbe essere più comodo restare fuori dalla legalità dove con tolleranza e pacifismo si riesce a rimanere impuniti ed evadere tranquillamente le tasse. A questo punto, prima di essere tacciati di induzione a delinquere vorremmo ricordare di essere nati in Italia e la nostra intelligenza si è sviluppata nel sistema educativo Italiano. Individualmente abbiamo straordinari talenti e abbiamo dato al mondo più geni di quanti non ne abbiamo prodotti i nostri fratelli Europei. Siamo raramente riusciti a dare una squadra vincente perché abbiamo difficoltà a giocare in squadra. La squadra vincente si identifica sempre dalla sommatoria delle qualità dei singoli al servizio del successo del gruppo. Mi diceva un amico Tedesco che gli Ingegneri  Italiani che lavorano nella sua Azienda hanno una marcia in più per fornire la soluzione a problemi apparentemente insolubili. Per rendere poi la soluzione operativa c’è sempre bisogno della squadra dei Tedeschi perché gli Italiani addirittura si criticano tra loro sulle strategie da applicare. 

Il ruolo di un capo dovrebbe essere quello di entrare in sintonia con le emozioni, proprie e altrui, e prendere il meglio di ognuno per vincere tutti insieme. Non abbiamo mai scritto che gli Italiani siano meno intelligenti degli altri gruppi etnici e non lo abbiamo mai pensato. Dobbiamo però richiamarci alle priorità di un popolo (che non si possono mai generalizzare) per cui, se gli Italiani riescono dove gli altri hanno difficoltà perché danno poi la percezione di essere poco capaci ad autogestirsi? Ovvero di far rispettare quelle regole di vivere sociali che sono essenziali all’organizzazione democratica di un Paese moderno? Mi viene da fare una considerazione: “Non è tanto importante quanto gli Italiani siano intelligenti, importante è come utilizziamo la nostra intelligenza”. Fin quando penseremo, attraverso l’Olimpiade delle parole, di essere migliori degli altri, per uscire dal ghetto dove ci siamo cacciati, dovremmo cominciare a seguire corsi di formazione per toccare con mano l’importanza dei risultati del lavorare insieme. Senza toccare la cucina dove siamo già i migliori. 

 


Vincenzo Marra*Vincenzo Marra, romano e per anni imprenditore italiano a New York, è il fondatore e Chairman di ILICA (Italian Language Inter-Cultural Alliance

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