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Cesare Battisti: espulsioni, estradizioni e confusioni

L’espulsione di questi giorni dell'ex terrorista Cesare Battisti dal Brasile sembra solo l’ultimo stadio di una vicenda ancora lontana da una soluzione definitiva. Nel frattempo, è tutto uno sfuggire alla questione di fondo e alle sue scomode implicazioni “legalistiche”. Il caso dell'appello di Roberto Saviano "riposizionato"

E’ stata annunciata l’espulsione di Cesare Battisti: in effetti un Tribunale ordinario del Brasile l’ha proprio pronunciata, ma sono ancora esperibili tutte le impugnazioni ammesse. Sicchè è ragionevole escludere esiti immediati della questione. Per qualche ora è seguita la solita gragnuola di dichiarazioni, o nel senso di una rinvigorita dignità dell’Italia o in quello di un martirio che si avvicina. Poi, visto che si annunciavano tempi lunghi, dichiaratori ed esegeti di entrambe le compagnie hanno tirato uno sbadiglio e hanno portato la loro festa permanente altrove. 

Ma la faccenda non è noiosa: è fastidiosa. 

Si ricorderà che dell’illustre concittadino era stata chiesta l’estradizione e che l’ex Presidente Lula l’aveva negata. Oggi se ne fa una questione di “revoca della residenza”, perchè’ le condanne subìte in Italia la renderebbero “irregolare”. Ha tutta l’aria di una questione di lana caprina: anche perchè l’estradizione è stata negata dal Presidente della Repubblica e la sua decisione confermata dal Supremo Tribunal Federal (2011): perciò ha rango superiore a quello della sentenza ordinaria. E non sembra che la precisazione del Tribunale, per cui espulsione ed estradizione sono istituti distinti, migliori la comprensione: certo, l’espulsione riguarda i rapporti fra uno Stato e una persona, l’estradizione, quello fra due Stati; ma qui l’espulsione viene pronunciata proprio per l’esistenza delle condanne che fondano la richiesta di estradizione: che Battisti possa essere espulso anche verso paesi “di ultimo transito”, (Francia o Messico) diversi dall’Italia, appare una divagazione appena accettabile. Forse, per questo voler dare un colpo al cerchio e uno alla botte, il Tribunale ha pure aggiunto che l’espulsione giudiziaria non contraddice l’estradizione presidenziale. Charissimo.   

Ma dicevo del fastidio, che è la ragione del mio interesse. Il fastidio nasce dal “velen dell’argomento”: Delator Premiado. E dal fatto che questa è la radice di tanta “legalità combattente”. In quelle due parole, infatti, si condensa il nocciolo dell’affaire. Con queste due parole il Brasile ci rimandava (e ci rimanda) all’irrisolto grumo dei nostri compromessi: stretti con le nostre coscienze e con la nostra storia recente. Il Brasile ci dice che in Italia Battisti non ha avuto processi legali, perché le sue condanne fanno perno sulle dichiarazioni di un “pentito”. E’ vero? E’ falso? E’ vero. Le condanne riflettono, in misura determinante, le accuse di Pietro Mutti, compare di Battisti nei PAC (Proletari armati per il comunismo). Non mancano certo dati probatori accessori che, come frequentemente accade nei processi fondati sulle chiamate di correo, valgono più ad imbellettare una cattiva coscienza investigativa che a rinvigorire l’ipotesi di colpevolezza; giacchè, alla valutazione finale del giudizio, risultano frequentemente posticci, equivoci e, perciò superflui, quando non addirittura controproducenti. Così, anche per la condanna di Battisti, quello che conta è che essa non vi sarebbe stata senza le chiamate di correo compiute da Mutti. Fermiamoci qui. 

E qui che la storia di Battisti diventa una filigrana: del carattere parolaio e carrierista che in Italia ha assunto la già difficile parola “legalità”. 

Infatti, anche volendo prescindere dal Battisti imputato e condannato per omicidio, il Battisti proletario armato per il comunismo è senz’altro colpevole: di una storia, di un regresso, di un’epidemia di irreparabili sofferenze. E’ colpevole culturalmente, è colpevole politicamente, è colpevole moralmente: è cioè gravido della stessa colpa di cui sono incisi tutti coloro che lo difendono non in termini processuali, non facendo i conti fino in fondo con l’imbarazzo bruciante che dovrebbe suscitare quella figura, il delator premiado; ma adducendo fumisterie sulla redenzione letteraria, invocando infami contesti legittimanti, pronunciando pelose e inascoltabili perorazioni sulla necessità del “superamento”. Come mai questa schizofrenia?

Ma si capisce: da giovane, opporsi alla “violenza di Stato” e al suo secolare e più sconcio grimaldello, il delatore, faceva avanguardia coccolata e dischiudeva carriere antidemocristiane; con l’incedere degli anni, la via del  successo ha cambiato direzione, e così la “collaborazione di giustizia” ha fatto scuola (e carriera). 

Un piccolo esempio, aggiornato ai nostri anni: nel 2004 Roberto Saviano firma un appello a favore di Battisti; nel 2006 esce Gomorra: nel 2009 revoca la firma ed “esprime solidarietà alle vittime”. Cos’era successo, nel frattempo? Niente. I fatti di Battisti sono del 1979. Nel 2004 erano noti da venticinque anni. E note erano le posizioni sui processi. Però due più due fa quattro: e a battere troppo sul tasto dei processi illegali, e per quelle ragioni, si correva il rischio di prendere alle spalle il core business della legalità. Così si è “riposizionato”. Tutto per bene, direbbe Pirandello.      

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