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Contro l’ISIS in difesa degli dei, custodi della libertà

di Elisabetta De Dominis

Anche se gli islamisti dell'ISIS distruggeranno tutte le immagini degli dei, gli dei rimarranno in noi. Gli dei sono la nostra libertà di esistere, di essere come vogliamo. Sono i nostri pregi e difetti, la nostra coscienza del bene e del male. La possibilità di pensare, di fare, di essere diversi e unici. Non automi dell’ISIS

La notte non riesco a dormire, mi sento prostrata: i custodi delle porte di Nimrud non sono più. Erano cavalli, erano uccelli, erano dei. Hanno vissuto nella Mesopotamia fertile a cui dobbiamo tutto: la religione, angeli e demoni, la ruota, l’aritmetica, la scrittura. Sumeri, accadi, babilonesi, assiri che per quasi tremila anni hanno adorato con altri nomi i medesimi dei. 

Con queste parole inizia il più antico poema babilonese della creazione “Enuma elis…”: “Quando in alto… il cielo non aveva ancora un nome e in basso la terra non era ancora stata chiamata con il suo nome, nulla esisteva eccetto Apsu, l’antico loro creatore, e la creatrice Tiamat, madre di loro tutti, le loro acque si mescolavano insieme…” 

Tutto quello che facevano gli dei accadeva agli uomini perché le stelle influivano sulle vicende umane. Ma che stelle percorrono ora il firmamento per portarci i distruttori del patrimonio dell’umanità?

Hanno cominciato abbattendo la porta di Nergal dell’antica Ninive nel museo di Mosul, in Iraq. Non gli porterà bene: Nergal era il signore degli inferi.

Anche se distruggeranno tutte le immagini degli dei, gli dei rimarranno in noi. Perché ci abitano, ci abiteranno finché esisteremo. Gli dei sono la nostra libertà di esistere, di essere come vogliamo. Sono i nostri pregi e i nostri difetti, la nostra coscienza del bene e del male. La possibilità di pensare, di fare, di essere diversi e unici. Non automi dell’Isis.

Un giorno il re supremo degli dei sumeri Enlil s’incollerì con la figlia Inanna, la pura, che discese agli inferi perché “bramava il vasto cielo e il grande abisso”: era una sfida a lui stesso. Riuscì a ritornare viva, dimostrando di essere la dea di tutto. E’ la madre che ci dà la vita e la madre che invochiamo nella morte. Poi ha preso molti altri nomi: Isthar, Iside, Demetra, Artemide… Maria.  

Già nel X secolo avanti Cristo il re assiro Assurnasirpal II faceva di Ninurta, figlio di Enlil, il sovrano delle terre, il custode della tavola dei destini e il suo tempio troneggiava sulla nuova capitale di Nimrud. La dea era rimasta sotto, il suo culto segreto, la donna era apparentemente vinta. Ma abbiamo continuato a pregare e il sesso della divinità ha avuto sempre meno importanza. Almeno nei nostri cuori. Perché pregare fa bene al cuore, ti rassicura sull’esistenza, ti insegna a confidare in te stesso. Un dio è sempre dentro di te, non fuori a comandare di uccidere. Certo, sta in alto perché è alto rispetto ai piccoli uomini, la sua statura è immensa, ma lo senti dentro e ti dice qual è la sua legge. Perché dopo che hai seguito la coscienza, separato il bene dal male, trovato l’amore, puoi ancora trasgredire e perdere tutto, ma una cosa se sei un essere umano ti rimane: la misericordia, la pietà che viene dal cuore. Se non ce l’hai, non sei in Dio. Non sei divino, non sei un accidente.

“Stanotte mi svegliavo ogni ora col pensiero ai patrimoni che stiamo perdendo” ho raccontato a un’amica.  E lei: “Ma sei assurda, cosa ti frega dei templi?” Ah, come è difficile spiegare gli dei. Quanto pudore ho nel raccontare che li sento in ogni pietra che hanno costruito e che soffro perché non ci sarà più un domani nel quale poter visitare i loro luoghi. E’ un modo per sentirli più vicini. C’è chi va in chiesa e chi va tra i resti archeologici, come me. Il divino è nella storia secolare di quei luoghi, perché divini sono stati i primi uomini che hanno concepito la divinità e l’hanno onorata. 

Erano dei quelli che combattevano sulla piana di Troia – Omero non mente – e sostenevano gli eroi. Cosa sarebbero stati gli eroi senza di essi? Eppure anche nella nostra civiltà occidentale c’è chi crede di poter fare a meno degli dei. Cos’è una guerra senza dei? Lo stiamo vedendo. Non si può parlare di epos senza ethos, epica senza etica, come ha fatto Baricco riscrivendo l’Iliade senza dei ma con bell’esercizio di stile – già commentai anni fa. Ma il colmo è che in un liceo scientifico di Udine hanno pensato di far studiare la sua Iliade anziché quella di Omero, così i giovani comprendono meglio e si divertono di più con la descrizione minuziosa delle battaglie… Se non insegniamo il discernimento, i giovani non svilupperanno la capacità di analisi critica e cresceranno vuoti dentro. Poi potranno scegliere: riempirsi di cose o di armi. Ma quelli che rimarranno di qua a gozzovigliare e consumare senza sapere di essere vivi saranno inesistenti come quelli che partiranno a dare la morte cercando un dio che non hanno dentro.

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