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Aspettando la sentenza per Amanda Knox, la giustizia penale italiana imbarazza

Non hanno commesso il fatto: questa la sentenza per Amanda Knox e Raffaele Sollecito. L’ambasciata americana a Roma aveva comunque fatto sapere che, in caso di condanna, gli USA non avrebbero concesso l’estradizione. Ma anche con l'assoluzione, le pene già inflitte sono l’ennesima sconfitta per la nostra giustizia penale

La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di condanna per la cittadina americana Amanda Knox e l'italiano Raffaele Sollecito nel lungo processo per l'omicidio dell'inglese Meredith Kercher, avvenuto nel 2007 a Perugia. Secondo la formula di assoluzione i due “non hanno commesso il fatto”. Amanda è stata condannata a tre anni per calunnia, una pena che ha già scontato. 

Poco prima della lettura della sentenza, riportano le cronache, Raffaele Sollecito, che aveva assistito al processo in aula, si era allontanato dal tribunale, facendo pensare che si aspettasse una condanna (nel qual caso la sua presenza in aula avrebbe potuto portare all'arresto immediato). 

L'americana si trovava invece a Seattle con i genitori dove, secondo quanto riportato dalle agenzie, in attesa del verdetto non avrebbe chiuso occhio per tutta la notte.  

Nelle ore che hanno preceduto la sentenza l'Italia e gli Stati Uniti sono stati con il fiato sospeso, mentre il sistema giuridico italiano, ancora una volta era sotto i riflettori. Aspettando il verdetto, il nostro columnist Fabio Cammalleri ha commentato l'mbarazzante situazione in cui si trovava la giustizia italiana nell'articolo qui di seguito.

 


A Roma hanno un problema, con Amanda Knox, anzi più di uno. In primo luogo, devono decidere se condannare o assolvere. In realtà queste sono parole che in Cassazione non si pronunciano: in quella sede si dice (e si scrive) annullare la sentenza oppure rigettare il ricorso o, prima ancora, dichiararlo inammissibile. E, allora, se annullano la condanna inflitta dalla seconda Corte di Assise d’Appello di Perugia, possono decidere che non occorre altro, e allora, rivive l’assoluzione pronunciata dalla prima Corte di Assise di Appello, e il processo finisce così. Ma possono anche decidere di annullare, richiedendo però che una terza Corte di Assise si occupi del caso, perché, per esempio, si ritiene necessaria una nuova perizia; e allora il processo in verità si riapre ad ogni ulteriore esito, giacché sarebbe sempre possibile un terzo giudizio di cassazione, contro una seconda assoluzione o una seconda condanna in Appello.

Se, invece, rigettano le richieste degli imputati (c’è anche Raffaele Sollecito che La VOCE aveva intervistato durante una sua visita a New York) la condanna a ventotto anni e sei mesi per lei, e a venticinque anni per lui, verrebbe confermata definitivamente. E così si aggiungerebbero due altri colpevoli al primo, il cittadino della Costa d’Avorio Rudy Guede, condannato a sedici anni (si è proceduto con il processo c.d. abbreviato e i ventiquattro anni di pena gli sono stati ridotti di un terzo, cioè di otto anni). Gira la testa? Certo che gira la testa.

Proviamo a capire. In primo grado, Amanda Knox e Raffaele Sollecito furono condannati, l’una a ventisei anni, lui a venticinque; appello, assoluzione; la Procura ricorre la prima volta in Cassazione; la Corte annulla e rimette gli atti alla Corte di Assise di Appello di Perugia, per un secondo giudizio di “impugnazione nel merito”.

I punti controversi, essenzialmente sono tre: poiché le ferite sulla vittima sembrerebbero inferte da due diverse armi da taglio, una di lama corta, e una di lama lunga, furono repertati un coltellino del Sollecito e un coltello da cucina su cui la perizia in primo grado ritenne di rinvenire tracce genetiche anche della Knox, oltre che di Meredith Kercher, la vittima. Inoltre, vennero rilevate tracce biologiche sul fermaglio del reggiseno dell’aggredita, attribuite a Sollecito. Infine, si ritenne un movente a matrice sadica (nell’accezione del famoso Marchese capostipite del genere): Guede, avendo occhieggiato dal bagno Sollecito e Knox che amoreggiavano, preso da raptus libidinoso, avrebbe puntato Meredith; al suo rifiuto, la violenza, cui si sarebbero fulmineamente aggregati, ispirati da subitanea perversione, Sollecito e Knox; alle protratte resistenze della Kercher, un crescendo inarrestabile fino al lugubre epilogo. Onde, la prima condanna.

La prima Corte di Assise di Appello, accolse una specifica richiesta di nuova perizia, disattesa in primo grado, e grazie a questa seconda perizia, come dicevo, decise per l'assoluzione; giacché sia le impronte sul coltellaccio che le tracce biologiche, pur di Amanda, potevano però riferirsi anche ad un uso propriamente culinario, di qualche giorno prima dell’omicidio (notte fra l’1 e il 2 Novembre 2007); la materia molecolare presente sul gancetto del reggiseno, che aveva fondato un’attribuzione del DNA di Sollecito, venne del pari ritenuta equivoca, potendo esservisi depositata anche accidentalmente (cioè non necessariamente nel contesto considerato). Ovviamente, se non c’era l’omicidio, non c’era nemmeno il terzo elemento, cioè il movente sessuale torbido.

La Procura va alla guerra; la Corte di Cassazione (la prima) scrive che l’assoluzione era fondata su un “pregiudizio assolutorio” e impone un secondo giudizio di Appello (il quarto in totale); questa seconda Corte di Assise di Appello, anziché assolvere, come aveva fatto la prima, condanna, come aveva fatto la Corte di Assise in primo grado. E, in più, condanna la Knox anche per calunnia, a tre anni: poiché l’imputata aveva accusato infondatamente il congolese Lumumba (suo datore di lavoro) di aver preso parte all’omicidio. Sinteticamente ripristina il giudizio di univocità dei reperti sul coltello da cucina e sul gancio del reggiseno, valorizza la connessione fra l’accusa mendace a Lumumba e gli altri elementi, ma cambia il terzo elemento: non più aggressione sadica, semmai lite per questioni di turni sulle pulizie dell’appartamento condiviso fra Amanda e Meredith. Questa volta ricorrono gli imputati; e oggi sono a tremare per la loro sorte.

L’ambasciata americana a Roma ha fatto sapere che, nel caso di condanna, il Dipartimento di Stato non pare sia orientato a concedere l’estradizione. La Knox, infatti, rimessa in libertà dopo tre anni e dieci mesi di custodia cautelare, all’atto dell’assoluzione della prima Corte di Assise di Appello (3 Ottobre 2011) si era immediatamente recata all’aeroporto e, dodici ore dopo, era già nella nativa Seattle. L’orientamento dell’Amministrazione statunitense sembra dettato dal principio detto del double jeopardy: una volta assolti, la storia finisce lì. La catena descritta, per loro, è “fuori ordinamento”; come per noi è “fuori ordinamento” la pena di morte; e quando questo accade, lo Stato richiesto di cooperare all’esecuzione di un provvedimento altrui, rifiuta.

In attesa degli sviluppi successivi, a Roma, in Cassazione, sono in un bel pasticcio: se condannano, cioè rigettano il ricorso degli imputati, si porrà una questione diplomatica resa delicata dalla notorietà della vicenda; se assolvono, cioè accolgono il ricorso, i tre anni e dieci mesi di custodia cautelare, non potranno che accrescere la malafama che il nostro benamato processo penale si è giustamente conquistato nel mondo.

   

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