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La Reazione sconfisse Napoleone ma due secoli dopo il gigante resta lui

Napoleone a Waterloo

Napoleone a Waterloo

Duecento anni fa si concludeva il Congresso di Vienna. Dopo la sconfitta di Napoleone, sull’Europa venne varata la cinica e brutale Reazione, intrisa di caratteri religiosi vicini alla superstizione.  Si affermò perciò il concetto di Stato di polizia, Stato onnipresente, onnipotente, “guardiano”, “custode” davanti al quale "rigare dritto"

Nella primavera di duecento anni fa, a Vienna, si concluse nel modo previsto l’omonimo congresso iniziato nel novembre dell’anno prima. Si concluse secondo la volontà, soprattutto, di Gran Bretagna e Austria, fiancheggiate da Prussia, Russia, Spagna, Stato Vaticano, Stati tedeschi e circoli e correnti lombardo-venete prone dinanzi all’Impero Asburgico. 

Sull’Europa fu quindi stesa una coltre spessa, gelida, pesante. Non fu ripristinato il dispotismo illuminato del Settecento: venne varata la assai cinica e brutale Reazione, intrisa di caratteri religiosi vicini alla superstizione, ancorati a dogmi per noi inaccettabili.  Si affermò perciò (tranne che in Gran Bretagna) il concetto di Stato di polizia, Stato onnipresente, onnipotente, “guardiano”, “custode” davanti al quale ‘rigare dritto’, piegare, se necessario, la schiena; al quale dare insomma tutto di se stessi, e questo con gaudio, con ‘orgoglio’, con ‘fierezza’. Nacque così, più che altro nella Francia restituita alla monarchia dopo la caduta definitiva di Napoleone, nell’Impero asburgico, nello Stato della Chiesa e in Stati tedeschi la “stagione d’oro” di spie, delatori, ruffiani, doppiogiochisti: canaglie, insomma, della peggior specie.

Quattro i maggiori “campioni” della neonata Reazione: il Principe di Metternich, Ministro degli Esteri e poi Cancelliere d’Austria; Lord Castlreagh, Premier di Sua Maestà britannica; e gli italiani de Maistre e Solaro dalla Margarita, il primo, saggista, filosofo, giurista sabaudo; il secondo, Ministro degli Interni, anch’egli sabaudo. Tutt’e due convinti che il popolo non avesse alcun diritto, se non quello di ricevere un salario, ma doveva trattarsi di salari “non troppo alti”, i quali – come affermavano i due personaggi – allontanano da Dio, inducono alla pigrizia, guastano l’anima, indirizzano verso il soddisfacimento di pessimi appetiti… Ma due così non rappresentavano altrettanti casi che un secolo dopo sarebbero stati giustamente definiti “psichiatrici”?

Venne chiamata, appunto, Reazione. Contro di essa si sarebbero poi battuti personaggi di grosso calibro, personaggi dei quali si parla ancora, dei quali si scrive ancora, dei quali si studiano tuttora le opere: Mazzini, Marx, Engels, Corridoni, Gramsci, Mussolini, Lenin, Attlee.

Essa dette luogo a un’altra mostruosità, sia in Inghilterra che in Italia, nella provincia francese, nelle valli austriache: il perbenismo. Il perbenismo inesistente nelle società del Settecento, ma così tragicamente, vistosamente presente nel mondo post-napoleonico. La Reazione in quanto tale, la Reazione che nei ceti rurali e nei ceti piccolo-borghesi alimenta il già coriaceo “credo religioso”, è proprio di questo che ha bisogno per conservare e consolidare il proprio potere: ha bisogno di folle sterminate che ne esaudiscano i desideri, ne eseguano gli ordini, ne condividano indirizzi e orientamenti, ne glorifichino l’azione. Ne esaltino il Mandato! Mandato che, comunque la si voglia mettere, popolare certo non è. Qualcosa è cambiato. Qualcosa è cambiato per sempre: la strada da percorrere si presenta assai lunga, lunga e irta di insidie, di ostacoli: il nemico è pur sempre potente, il nemico poggia su un sostegno popolare e piccolo-borghese alquanto ramificato, piuttosto robusto. Se s’incattivisce, il nemico otterrà, quasi con voluttà, con voluttà indecente, la tua rovina e la rovina della tua famiglia: ti puoi salvare solo se le tue donne s’acconciano a fornicare con capi e gregari del Sistema “ante litteram”, essi presi da ancor più lascivia: così è, questa la realtà. Questa è Storia.

Certo che “qualcosa” è cambiato in Italia, di nuovo in Francia; nell’Inghilterra stessa, nei Paesi stessi di lingua germanica. Basti citare il massacro di Peterloo del 1819, nell’Inghilterra settentrionale: una folla di donne e uomini che reclama la riforma della ‘House of Commons’, presa dalle truppe a fucilate, revolverate, sciabolate. Basti citare i nostri moti, quelli del 1821, del 1831. Basti riandare alle rivolte in Francia, Austria, Germania, del 1848; all’epopea della Repubblica Romana del 1849, tutta di stampo mazziniano. Basti ricordare il Risorgimento italiano che, contrariamente a quanto afferma da oltre mezzo secolo una storiografia altamente politicizzata e che quindi non percorre le vie indicate appunto dalla Storia; non fu un fenomeno “soltanto borghese”, ma ricevette il concorso anche di ‘figli e figlie del popolo’: figli del popolo romani (trasteverini), milanesi, bresciani, siciliani, livornesi, pisani, pistoiesi. Anche questi sono fatti, non chiacchiere. E basti ripensare alla Comune di Parigi del 1871, eroica, disperata, gloriosa. Interclassista. Vi combatterono e vi morirono aristocratici e alto-borghesi, artisti e manovali, studenti e analfabeti, operai e garzoni, sartine e lavandaie, signorine di “buona famiglia”; donne di servizio. E puttane! Le più generose, le più disinteressate fra tutte, sissignori.

Gli europei usciti dalle guerre napoleoniche rivendicano libertà di movimento e d’espressione, potere contrattuale, anche salvaguardie sociali. Esigono che i rispettivi governi tutelino, e rafforzino, il potere d’acquisto della moneta nazionale. Impulsi di assoluto stampo democratico si registrano appunto nella breve, ma intensa vita della Repubblica Romana; perfino nel molto conservatore Piemonte che a Carlo Alberto strapperà presto il famoso Statuto Albertino. 

Con l’ascesa di Napoleone, sboccia e si fa largo il concetto di meritocrazia. Bonaparte è l’uomo che non parla granchè di meritocrazia, però la pratica! Ne fa un’architrave della Francia e dei Paesi di giurisdizione francese. E’ lui a creare un corpo di ufficiali in cui troviamo Capitani sui ventuno-ventidue anni; Colonnelli di venticinqe o ventisei: generali di trenta o trentadue, come Ney, Druhot, Cambronne e altri ancora. E’ stupefacente. E’ giusto.  E’ moderno! L’uomo, il corso che, nato ad Ajaccio nel 1769, a soli trent’anni prese il potere poiché la schizoide, sanguinaria involuzione giacobina stava affossando la Francia dopo che i giacobini stessi avevano salvato la Francia da una monarchia imbelle ed egoista e da caste anch’esse egoiste, parassitarie, prive di sentimenti, spudorate nella celebrazione di se stesse; ecco, quest’uomo rivolta la Francia come un calzino, rivolta come un calzino le regioni italiane sotto controllo francese, serve d’ispirazione anche a genti lontane per uso, costumi, lingua, al popolo francese: i tedeschi. I tedeschi che vedono in lui il portatore di idee davvero nuove, idee “di rottura”.

La giustizia sociale in Francia e altrove ha una sola paternità, la paternità napoleonica: la Milano alacre, creativa, impaziente, nasce sotto Napoleone; nel Mezzogiorno strappato ai Borbone, si progettano e si realizzano piani regolatori di alto valore artistico e sociale, particolarmente significativo quello di Campobasso: viali ampi, edifici luminosi, e verde, tanto, tantissimo verde. Sotto Bonaparte, Livorno diventa uno dei porti di maggior movimento al mondo, uno dei porti di maggior ricchezza. Con Napoleone artigianato, piccola industria e agricoltura, sia in Aquitania che in Lombardia e in Toscana, ricevono congrui sgravi fiscali. Incoraggiata la fiducia nei progressi della Scienza e della Tecnica. Napoleone, innamorato pazzo di Roma antica, riscopre i vantaggi economici, sociali, culturali delle grandi vie di comunicazione: sotto di lui per la prima volta dalla caduta di Roma, si costruiscono strade e ponti a ritmo serrato: strade e ponti in Francia, in Italia, Germania. I suoi codici, civile e penale, vengono tuttora considerati come codici fra i più moderni, fra i più giusti, fra i più illuminati: severi, ma anche vicini alla persona, ai bisogni, alle debolezze della persona.

E’ vero che nel 1804 Napoleone si fa incoronare Imperatore, ma, all’atto pratico, lui resta repubblicano: è come Augusto, il quale soleva ripetere: “Ho ucciso la Repubblica per salvare la Repubblica”! E’ vero che, nel complesso quadro degli equilibri e dei rapporti di forza internazionali, Bonaparte occupò quasi tutta l’Italia per creare nel 1805 il Regno d’Italia. E’ vero che gli italiani non gli piacevano granchè: si proponeva di cambiarli… Si proponeva di porli in condizione d’usufruire ancora meglio del loro estro, della loro creatività e di disincagliarli dalle tendenze all’esercizio della doppiezza, tendenze createsi a partire dal Cinquecento, o forse anche prima. Ma nei mesi dell’esilio all’Isola d’Elba, si lasciò sedurre dall’Elba e dagli elbani (pare anche da qualche elbana spigliata, istintiva, gioviale – e formosa…). A capo del contingente italiano di 30mila uomini andato a fare la guerra in Russia nel 1812, non pose Generali francesi: vi collocò con tutti gli onori tre Generali italiani: Pino, Lechi, Roccaromana. I quali dettero ottima prova di se stessi.

Francia e Italia nell’epoca napoleonica conobbero la pace sociale. Conobbero un indirizzo, una via comuni: progredire sotto ogni aspetto, migliorare di volta in volta le condizioni del popolo, operare in un clima cui fossero estranee pressioni straniere, pressioni industrial-commerciali attuate nella presenza dello spauracchio militare. Già ai primi dell’Ottocento s’erano fatte sentire in modo allarmante le manovre speculatrici inglesi e americane nei settori del cotone, del frumento, del carbone.

Le Grandi Potenze d’allora decisero che Napoleone Bonaparte dovesse essere spazzato via e che a Parigi dovesse tornare un monarca… Se anche Napoleone, di sua spontanea volontà, avesse un bel giorno deposto la sciabola e se ne fosse andato in Madagascar o alle Isole di Pasqua per dedicarsi alle Lettere e alla contemplazione della Natura, inglesi, austriaci, russi, lo avrebbero rintracciato anche nel Madagascar o alle Isole di Pasqua. “Il mostro”, come lo chiamavano loro, doveva esser tolto di circolazione.

La sua fine politica, militare, avvenne il 15 giugno del 1815 a Waterloo, anonimo paesino belga nella battaglia contro inglesi, austriaci, prussiani. Il Congresso di Vienna, il “banchetto” della Restaurazione, era iniziato ancor prima che “il mostro” lasciasse l’esilio elbano per tornare in Francia, riassumere la guida della Francia e inaugurare i suoi famosi “cento giorni”. Eloquente la decisione della Coalizione di avviare lavori di straordinaria portata senza la presenza del nemico battuto nel 1813 a Lipsia, ma alla presenza di emissari di Re Luigi XVIII, vale a dire di passacarte il cui padrone era del tutto d’accordo coi vincitori: coi nemici della Francia stessa… Come dire “il mostro è mostro, con lui non trattiamo…

Napoleone li aveva fatti tremare, li aveva tenuti sul filo del rasoio per quindici lunghi anni. Gli aveva tolto il sonno non si sa per quanto tempo… Aveva messo in discussione la loro autorità, perfino la loro legittimità! Uno di loro, l’Imperatore d’Austria Francesco I, gli aveva addirittura dato in moglie la figlia Maria Luisa, così da suggellare nel 1810 la pace fra Parigi e Vienna dopo la disfatta austriaca a Wagram. Francesco I s’era così ritrovato con un nipote mezzo austriaco e mezzo corso… Ma neanche questo era servito a calmare gli Asburgo: nulla poteva calmare gli Asburgo se non la completa sudditanza del popolo e l’acquiescenza di altri governi. A Francesco I nulla importò che si cercasse e si ottenesse la distruzione del marito di sua figlia, del padre di suo nipote: la distruzione del “sovversivo” che neppure l’assai attraente Maria Luisa aveva saputo ammorbidire e guadagnare alla causa dell’”Ancien Regime”…

Ma duecento anni dopo, Napoleone resta un ‘gigante’, sia sul piano militare che sul piano umanistico, scientifico, giuridico. Di quelli che lo combatterono, poco o nulla, invece, si ricorda.

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