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25 aprile, le occasioni mancate

Il 25 Aprile come muro divisorio. Perché? Per calcoli politici, per ciniche strumentalizzazioni, per la conservazione di privilegi, per il potere, la carriera, la notorietà. Dopo si sarebbero dovute avere invece l’onestà e la saggezza d’indicare all’Italia le vie del futuro e di non avvitarsi intorno al passato. Con ulteriori riflessioni...

Il 25 Aprile da alcuni anni, se non andiamo errati, è chiamato, in modo ammirevolmente semplice, e perciò efficace, la Festa della Libertà. Resta, sì, il concetto riassunto nell’espressione “La Liberazione”, ma Festa della Libertà appare, appunto, ancor più incisivo e più vicino a tutti gli Italiani.

A tutti gli Italiani… Qui sorge “il problema”. Già nel 1950, a Roma (se la memoria non mi tradisce), si svolse un raduno fra reduci della Repubblica Sociale Italiana e reduci dell’Esercito del Regno del Sud, quelli che, per intenderci, fra il ‘43 e il ’44, a Montelungo, affrontarono e batterono ingenti reparti tedeschi, la “crema” della Wehrmacht. L’incontro ebbe un grosso successo: entrambi gli schieramenti seppellirono l’ascia di guerra, gli uni riconobbero il valore, il senso umano, la buona fede degli altri.

La stessa cosa non è invece avvenuta fra ex-partigiani ed ex-repubblichini. Forse non avverrà mai: oggi i più “giovani” di coloro che fra l’autunno del ’43 e la fine d’aprile del 1945 si combatterono con risolutezza, perfino con ferocia, hanno ottant’otto, ottantanove, novant’anni… Eccoci quindi alle prese con un’”occasione perduta”… Alle prese con una delle tante occasioni mancate che contraddistinguono la Storia d’Italia. Quali i colpevoli? I partiti politici, le segreterie nazionali dei partiti politici: Il Pci, il Msi, il Psi, la Dc, il Psdi, il Pli, il Pri. Il Msi da una parte, con la bava alla bocca; il Pci dall’altra, anch’esso con la bava alla bocca; come del resto anche gli altri partiti dell’”arco costituzionale”, incluso il Partito Liberale guidato da Giovanni Malagodi: anzi, i liberali nei riguardi dei missini si mostravano forse ancora più aggressivi dei comunisti, dei socialisti stessi, e della corrente democristiana che faceva capo a Aldo Moro.

Ben diverse sarebbero senz’altro state le sorti dell’Italia se, poniamo nel 1955, a ben dieci anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, fascisti e antifascisti, partigiani e ex-soldati del ‘Barbarigo’, del ‘Mameli’, della Guardia Nazionale Repubblicana si fossero radunati in una grande città e, circondati da telecamere, cronisti, inviati speciali, si fossero stretti la mano: se la fossero stretta ‘anche’ per rispetto ai caduti dell’una e dell’altra parte: per rispetto alla memoria dei partigiani morti in combattimento nella Val d’Ossola, nelle Langhe, nella Valle del Po, sull’Appennino Tosco-Emiliano; per rispetto alla memoria dei soldati della Decima Mas che salvarono Trieste dai titini, che sul fronte di Anzio e Nettuno dettero assai filo da torcere agli Alleati, che in Emilia, Lombardia, Piemonte, Liguria, caddero sotto il tiro dei cecchini comunisti.

Italiani contro italiani… Fino al 1943 sarebbe sembrato impensabile. Non era stata costruita per questo l’Italia del Governo Mussolini. Ma qualcosa nel grande apparato in camicia nera andò storto subito dopo la vittoria italiana nella Campagna d’Abissinia (1935-1936): sulla base del trionfo in Africa Orientale e della sconfitta inflitta dall’Italia alle Potenze sanzionatrici della Società delle Nazioni, Mussolini avrebbe potuto e dovuto tendere la mano agli avversari d’un tempo. Ma Mussolini la mano non la tese, e le conseguenze, come noi tutti sappiamo, furono disastrose: a soli sette anni di distanza dalla proclamazione dell’Impero, italiani cominciarono a spararsi gli uni contro gli altri mentre gli Alleati risalivano inesorabilmente la Penisola e con la caduta del Duce inglesi e americani, anziché smorzare il volume delle incursioni aeree, intensificarono i bombardamenti.

Esplose la guerra civile. La guerra civile su cui non siamo ancora d’accordo… Dopo settant’anni non siamo ancora d’accordo. Ne facciamo un caso politico quando, dopo tutto questo tempo, caso politico più non può essere: ora l’argomento è storico. Lo deve essere. Ma questo, salvo rare, rarissime eccezioni, non entra nella testa degli eredi dei partigiani, come non entra nella testa degli eredi dei repubblichini. Noi italiani siamo maestri nell’”opera” d’incancrenimento politico, culturale, morale, sociale. Ci ritroviamo con “camerati” che vedono “sovversivi” ovunque; con un ‘establishment’ di “sinistra” che vede ‘fascisti’ dappertutto. 

Quando potrà essere sbloccato tutto questo? A Londra c’è una spettacolosa arteria che si chiama Cromwell Road. Porta quindi il nome d’un rivoluzionario, d’un repubblicano inglese che mandò al patibolo un Re d’Inghilterra! Bene: in Italia non c’è un viale Italo Balbo, non c’è una piazza Michele Bianchi… 

Da parecchio tempo capisco le ragioni degli antifascisti, di quanti si batterono, e morirono, in nome delle libere elezioni e d’una nazione che non fosse controllata dal partito unico il quale a lungo andare guasta, debilita, corrompe la società: stravolge la società. Ma capisco tuttora le ragioni degli italiani che il 23 marzo 1919 raccolsero l’appello di Benito Mussolini e, riuniti in Piazza San Sepolcro, a Milano, aderirono alla costituzione dei Fasci di Combattimento. Erano tutti reduci, reduci della Grande Guerra; tutti socialisti, socialisti interventisti: tranne pochissime eccezioni, disoccupati, poveri in canna.

Nobile, eccome, la difesa del principio parlamentare, del principio di elezioni politiche libere; ma, secondo noi “eretici”, “antidemocratici”, nobile anche il concetto di libertà avanzato dai fascisti già negli anni Venti: libertà dal padronato reazionario, libertà dal giogo delle Grandi Potenze che all’Italia priva di materie prime, vendono materie prime a prezzi e condizioni esose, criminali. Come mettere a tavola tre volte al giorno, ogni giorno, quaranta milioni di italiani? Come…? Su questo tema noi italiani non siamo ancora d’accordo… 

Nacqui a Firenze un anno dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa. Già da bambino mi proiettavo più verso gli sconfitti che verso i vincitori. I vincitori tutto avevano: il plauso, l’acclamazione, la riconoscenza; avevano le donne… Donne piacenti, donne ‘esuberanti’, “grate”… Ma gli sconfitti?? Criminalizzati, demonizzati. Epurati. Meritavano essi questa sorte? Erano stati portatori d’un pensiero distruttivo, d’un pensiero quale rappresentante della peggior ferocia umana?? Non lo credevo: già a quattordici o quindici anni, l’animosità antifascista mi pareva sospetta.

Ricordo mie professoresse, miei professori di Scuola Media e di Liceo, che in classe picchiavano sul Fascismo: imitatori del giornalista Paolo Monelli diventato famoso col suo anti-storico, pretestuoso, tendenzioso “Mussolini piccolo borghese”, sottoponevano Mussolini a “linciaggio” quotidiano. Tutta gente “chic”, badate bene… Signore e signori che a Firenze abitavano in Viale dei Colli o in Piazza della Vittoria e che a Roma vivevano in Piazza Euclide, in Viale Aventino, in Piazza Navona… Le loro famiglie tutto avevano avuto dal Fascismo, tutto. Oggi li rivedo, le rivedo, idealmente, tutte quante: loro e le loro famiglie a galla in ogni regime; a galla sotto Giolitti, sotto il Duce, sotto De Gasperi…

All’assalto controcorrente ci andavamo soltanto noi, ragazzi nati nel ’44, ’45, ’46… Quelli che, tanto per esser sinceri, non trovavano giusto che gente in abiti borghesi sparasse a uomini in uniforme. Alcuni di noi avvertivano una certa simpatia per i partigiani della “Garibaldi”, della “Cremona”, i quali sul campo di battaglia portavano appunto l’uniforme e con una divisa addosso tutto è legittimo, tutto okay.

Vorrei che, oggigiorno, il XXV Aprile  accomunasse tutti quanti noi nel ricordo dei nostri padri, dei padri partigiani, dei padri repubblichini, gli uni e gli altri in campo convinti della sacralità dell’una e dell’altra causa: fratelli fatti per intendersi, ma che mai vollero intendersi. Una tragedia italiana: la tragedia italiana. Che abbiamo vissuto sulla nostra carne, che non ci ha certo favoriti nel mondo del lavoro, che, insomma, ci è costata parecchio.

Il XXV Aprile, quindi, come muro divisorio. Perché? Per calcoli politici, per ciniche strumentalizzazioni, per la conservazione di privilegi, per il potere, la carriera, la notorietà. Per brame elettorali, certo. Per gli scopi, non sempre molto chiari, dell’una e dell’altra parte. Poteva stare bene anche allo stesso Movimento Sociale… Ne trasse vantaggio ‘anche’ il movimento che nel 1950 virò a destra e che da allora in poi si proclamò, appunto, forza di destra, “la parte sana della Nazione”. Ma quale parte sana…? Giovò, eccome, anche a tanti personaggi di destra la contrapposizione antifascismo-fascismo, che dalla seconda metà degli anni Sessanta in poi si fece addirittura sanguinaria: vite spezzate, vite rovinate su entrambe le barricate. Famiglie divise, famiglie gettate nella disperazione. Ai vertici della politica nazionale non ci rimetteva nulla nessuno: non ci rimisero mai niente neppure i capi del Movimento Sociale che vedevamo raggianti, soddisfatti, anche azzimati; ben contenti del plauso assai coreografico da parte dei loro seguaci, fra i quali figli del popolo puri e innocenti a disposizione di agiati personaggi in combutta coi palazzinari romani… Figli del popolo al servizio di aulici ‘condottieri’ i quali non concepivano affatto il diritto allo sciopero…

Tutto questo per non aver voluto voltare pagina quando la si sarebbe dovuta voltare: nel 1945, sissignori. Si sarebbero dovute avere l’onestà, la sensibilità, la saggezza d’indicare all’Italia le vie del futuro e di non avvitarsi quindi intorno a un passato che col trionfo degli Alleati e dell’Unione Sovietica non poteva certo schiudere orizzonti radiosi: poteva soltanto instaurare nel Paese un clima malsano, rendere anti-storica la discussione; bruciare, appunto, giovani vite. ‘Anche’ da questo nacquero, secondo noi, il terrorismo rosso, il terrorismo nero.

Ora, a tanti anni di distanza ci s’accorge che il XXV Aprile merita molto di più: merita il definitivo sganciamento da posizioni settarie che ne avviliscono lo spirito. Il mandato.

 


 

ULTERIORI RIFLESSIONI

SUL XXV APRILE

 

La Seconda Guerra Mondiale ci strinse nel suo fatale abbraccio senza che vi avessimo preso parte. Eravamo nati “dopo”, ma non molto dopo: nati nel 1945, 1946, ’47, ’48. In un altro Paese. a dieci o dodici anni di età, il conflitto che sancì la fine del Fascismo, del Nazionalsocialismo, dell’Impero del Sol Levante, ci sarebbe apparso come un evento già lontano nel tempo. Una società giusta, sana, equa ci avrebbe tenuti di certo al riparo dalle formidabili suggestioni che colpirono molti di noi, quelli nati, appunto, pochi anni dopo l’uccisione di Benito Mussolini, pochi anni dopo la dichiarazione italiana di guerra alle “Potenze reazionarie, demoplutocratiche”; pochi, pochissimi anni dopo lo sfacelo dell’Otto Settembre, ignominia senza precedenti nella Storia d’Italia, il disonore che s’abbatte su ogni italiano, la questione non riguarda “soltanto” il Fascismo… Roosevelt, Eisenhower, Montgomery non distinguevano certo tra fascisti e antifascisti: come novelli pagani, credevano nella responsabilità collettiva, non certo in quella individuale.

Fummo risucchiati nella spirale chiamata, alla francese, “revanche”: il desiderio, profondo, invincibile, di rivalsa; la voglia, spasmodica, di riscatto, di rivincita. Gli sconfitti, il loro grosso “charme” lo esercitavano… Belli, bellissimi, impavidi nella lotta apocalittica che sanno di non poter vincere, eppur decisi ad andare fino in fondo: decisi a servire fino alla fine il Capo finito nella polvere… Gli sconfitti: la Decima Mas che ai titini impedì la conquista di Trieste, la Decima Mas che sul Fronte di Anzio e Nettuno fece sputar sangue a inglesi e americani: la Divisione alpina Monterosa che in Garfagnana ricacciò indietro di chilometri e chilometri truppe americane e truppe brasiliane. Eppoi, gli uomini, le donne: ragazzi classe ’24, ’25, ’26, ’27, che nell’autunno del ‘43 s’arruolarono a decine di migliaia nell’Esercito della Repubblica Sociale Italiana; ragazze che afffluirono anch’esse numerose nel Corpo delle Ausiliarie della RSI. Una gioventù disinteressata, ecco, disinteressata; una gioventù capace di grandi slanci, pronta, appunto, nel fiore degli anni, a offrir di sé il massimo sacrificio. Questa non è politica… Non può esserlo, non deve esserlo. E’ Storia. E’ umanità.

Ma avremmo dovuto chiudere il 28 aprile 1945… Il 28 aprile del fatidico 1945: il giorno della morte di Benito Mussolini e della sua coraggiosa, commovente amante Claretta Petacci, in un villaggio della Lombardia mentre gli Alleati già intravedono le guglie della Madonnina. Morto “lui”, è davvero finita. Morto il socialista romagnolo, l’ateo romagnolo, il sovversivo che dirige il periodico “Lotta di Classe”, il socialista poi interventista che a Milano fonda il quotidiano “Il Popolo d’Italia”, il fondatore dei Fasci di Combattimento il 23 marzo 1919 a Milano, l’uomo della Marcia su Roma (28 ottobre 1922) quindi incaricato dal Re d’Italia Vittorio Emanuele III di formare il nuovo governo; ecco, con la sua liquidazione fisica, col definitivo abbattimento del suo regime, tutto è finito, tutto: il Fascismo dovrebbe essere quindi consegnato alla Storia, come gli americani consegnarono subito alla Storia la loro “Civil War” (1861-1865), come gli inglesi del Seicento consegnarono alla Storia la loro guerra civile.

Ben diverso, invece, l’indirizzo in Italia… L’Italia… Il Paese del melodramma, del sentimentalismo, della retorica… Il Paese delle “posizioni di privilegio” inseguite, spesso conquistate, da mestieranti della politica; da rampolli allevati nel “realismo” da mamme, zie, papà; dalle amiche delle zie, delle mamme… L’Italia: il Paese del “buon partito”… Lui è grigio, bruttino, monotono? Però è un “buon partito”! L’Italia, dove molto è sacrificato all’interesse personale; dove c’è sempre una “giustificazione”…

“Giustificazione” anche la nostra, di quelli come me nati, sì, nell’immediato dopoguerra; di quelli che raccolsero la “seducente” canzone del Movimento Sociale Italiano costituito a Roma sul finir del ’46? Seducente, eccome: l’Italia che dichiara guerra non solo a Francia e Gran Bretagna, ma “perfino” agli Stati Uniti d’America! L’Italia che vuole andare fino in fondo…L’Italia che è arbitro di se stessa! Il tambureggiamento era continuo, anche ben orchestrato, interpretato da voci “magnifiche”, assai radiogeniche: le voci di Almirante, Romualdi, Michelini, tutti e tre impareggiabili negli aulici comizi che mandavano in visibilio ragazzi di quindici, sedici, diciassette anni.

Gli antifascisti ci mettevano del loro… A piene mani… Con gran vigore. Mettevano in guardia gli italiani da un nemico che più non esisteva; da un nemico vinto in Russia, in Nordafrica, in Sicilia… Spazzato via per sempre nell’aprile del 1945. In molti di noi ottenevano, s’intende, l’effetto contrario.

Non fummo lasciati liberi né dagli uni, né dagli altri. Fummo usati dai nostri “padrini”, dileggiati, offesi, perseguitati dai nostri “nemici”. Non avemmo mai un amico vero… Da nessuno trovammo conforto. Comprensione. Ma la strada in salita l’abbiamo saputa fare, e l’abbiamo fatta, sissignori, in bello stile e, soprattutto, col sorriso sulle labbra.

Siamo fieri di noi stessi. Nulla a nessuno dobbiamo,

 


 

25 APRILE A ROMA

La mattina del 25 aprile, a Roma. Zona Piramide Cestia-Porta San Paolo-Mura Aureliane. Per l’esattezza, è la tarda mattinata.  Dinanzi alla Piramide sono raccolte due o trecento persone, donne e uomini in egual misura. Recano con sé bandiere e vessilli, in gran parte bandiere e vessilli del Partito Comunista Italiano, che non c’è più: di comunisti ne sono rimasti pochi, pochissimi, quelli che ancora seguono Rifondazione, e fanno bene, anzi, benissimo, non solo dal loro punto di vista, ma anche dal nostro… A noi non piacque, a noi non piace la morte delle ideologie. La morte delle ideologie in Italia ha portato soltanto sventura, ha portato un conformismo asfissiante, inelegante, nocivo assai. Ha consegnato la Nazione ai neoliberisti, ai voltagabbana della classe politica in combutta con novelli imprenditori senza principi, senza ideali.

Ma andiamo per ordine: folla, sì, striminzita quella in cui ci siamo imbattuti appunto la mattina del 25 aprile… Il XXV Aprile, cari lettori, attenzione: il XXV Aprile, mica una data qualsiasi! E’ la ricorrenza infinitamente cara a chi condusse la lotta partigiana fra il 1943 e il 1945: cara a molti dei figli di coloro i quali affrontarono la Wehrmacht, affrontarono la Decima Mas, la Guardia Nazionale Repubblicana, il Folgore, le Brigate Nere: la “Muti”, la “Resega”, la “Cappellini”, altre ancora.

La Piramide Cestia e Porta San Paolo sorgono a meno di venti metri l’una dall’altra, in prossimità delle Mura Aureliane: il luogo è suggestivo, fa subito presa, è alquanto allegro, idilliaco, per via della presenza di numerosi pini, alti, altissimi; snelli: hanno un chè di umano! Qui, fra la sera dell’8 Settembre e il tardo pomeriggio del 10, si svolse la Battaglia di Porta San Paolo: la Wehrmacht da una parte, i Granatieri di Sardegna e i Lancieri di Montebello dall’altra… Soldati che fino a poche ore prima avevano combattuto insieme contro gli Alleati, adesso sparavano gli uni contro gli altri: la mattina dell’8 era stato annunciato l’armistizio fra Regno d’Italia e la coalizione formata da Stati Uniti, Gran Bretagna, Paesi dell’Impero Britannico, Unione Sovietica. I tedeschi, che questo se lo aspettavano, reagirono con tempestività. Obiettivo: il disarmo delle truppe italiane. Ma a Porta San Paolo i soldati del Re non ebbero nessuna voglia di lasciarsi disarmare: per quasi quarantott’ore resisterono con efficacia, con eroismo, agli urti dell’alleato di ieri, finchè vennero sopraffatti dai tedeschi, superiori per mezzi e per uomini.

E’ così che dal 1945, la Battaglia di Porta San Paolo è considerata come la nascita della Resistenza, come il primo vagito della Resistenza antifascista e anti-nazionalsocialista. E’ così che, dal 1946, ogni 8 Settembre e ogni 25 Aprile ci si raduna all’ombra di Porta San Paolo e della Piramide Cestia, e ci si raccoglie al cospetto di vistosissime lapidi in marmo nelle quali la Repubblica Italiana ringrazia Stati Uniti, Gran Bretagna, Paesi del Commonwealth per gli sbarchi in Sicilia, a Salerno, a Anzio.

Anche se ormai in Italia nulla più ci stupisce, confessiamo francamente d’essere rimasti sorpresi dall’esiguità dei presenti il 25 aprile sul luogo della Battaglia di Porta San Paolo. Facevano quasi tenerezza le donne, gli uomini assiepati fra Testaccio e la Via Ostiense, riuniti ai piedi del Colle di San Saba. Così pochi… Così poche. Nulla di solenne nella cerimonia, nulla di solenne negli atteggiamenti dei partecipanti alla commemorazione. E così in altre città italiane, perfino a Milano, culla sia del Fascismo che dell’Antifascismo; perfino a Bologna, Bologna “la rossa”, e anche a Firenze, patria di fascisti irriducibili e di antifascisti, comunisti irriducibili.

Ci ha fatto male il crollo del Blocco dell’Est. Ci ha fatto male l’evaporazione dell’Unione Sovietica. Ci ha fatto malissimo la rabbiosa, ma articolata, ora subdola, ora assai appariscente, controffensiva del padronato internazionale scattata nel 1980 con l’elezione di Ronald Reagan alla Presidenza degli Stati Uniti d’America. Non ci ha fatto molto bene nemmeno l’avvento di Papa Wojtyla, nel 1978, in seguito alla improvvisa morte di Papa Luciani. Le prime bordate ai Paesi del Socialismo, rivelatesi poi determinanti tanto quanto la “pressione nucleare” di Reagan sull’Unione Sovietica con costi e ritmi relativi, fu lui a sferrarle, e a sferrarle anche con un po’ di malcelata supponenza: come se ne avesse il “diritto divino”…

Ci ha fatto male la televisione… Quella privata, che in Italia è dilagata molto più che altrove. Regole ben precise in Francia, in Germania, in Scandinavia riguardo all’emittenza appunto privata. Ma da noi… Da noi ponti d’oro, a partire dal 1979-1980, a imprenditori così scaltri, sottili, “lungimiranti”, da aprire stazioni tv una dopo l’altra, fino al sorgere della “metastasi” avvenuta, grosso modo, fra il 1985 e il 1995. Sparisce la Cortina di Ferro, il Capitalismo, anzi, il neo-capitalismo, ha vinto, ora siamo tutti “ricchi”, tutti “liberi”, tutti “emancipati”! Ricchi, liberi, emancipati un corno! Siamo invece schiavi. Schiavi nel deserto delle idee, nel deserto delle aspirazioni: nel deserto apertosi con la scomparsa delle ideologie. Schiene piegate nel deserto della rassegnazione, nel deserto di un intimismo sterile, suicida; nella landa della assai grottesca ricerca del voluttuario, dell’orpello e del ciarpame squallidi nella loro pretenziosità: generi di cui un crescente numero di italiani non vuole, non può, non sa fare a meno. Italiani che più non leggono, o leggono sciocchezze appunto intimistiche, se non addirittura pseudo-intimistiche. Italiani incatenati a una tv che nulla insegna, ma inganna, guasta, banalizza: banalizza bei sentimenti, stati d’animo verso cui nutrire rispetto, considerazione, e invece arriva il dileggio contrabbandato per “presa di coscienza”, “rispetto della verità”, “bellezza della modernità”…

‘Anche’ per questo il 25 aprile 2015 soltanto un nugolo di donne e di uomini ha sostato sul selciato di Porta San Paolo. Dove caddero in combattimento oltre 400 soldati italiani e decine di romani schieratisi col Regio Esercito.

 

 

 

 

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