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Sulla sofferenza nella scuola di massa

La scuola nella società di massa è impossibile: forse la verità l’aveva detta Pier Paolo Pasolini, che però era un poeta, e non un Ministro con responsabilità costituzionali e politiche 

Che la scuola, di ogni ordine e grado, soffra non è mai un fatto secondario; che soffrano gli insegnanti, gli alunni, i genitori degli alunni, non è solo una sofferenza comune. E’ una sofferenza in cui ciascuno può riconoscersi anche intimamente, da solo, perchè chiunque, oggi, più o meno intensamente, più o meno proficuamente, ha frequentato un corso di studi. Ma se questa può sembrare un’ovvietà, a ben vedere, lo è meno di quanto appaia: perchè significa che in Italia l’istruzione scolastica è divenuta così capillare e sicura da aver fatto smarrire persino il ricordo che non sempre è stato così. E nemmeno fino a troppi anni fa. Ancora nel 1951 gli analfabeti erano 12,9% della popolazione (circa sei milioni di persone); già vent’anni dopo la percentuale era più che dimezzata (il 5.2%), ma erano ancora pur sempre circa tre milioni.

Nel 1962 fu introdotta la scuola media unica, nel 1974 entrarono in vigore i c.d. Decreti Delegati, pensati sulla spinta del ’68. Che non fu solo disordine e isteria collettiva. Sarebbe insensato affermarlo. In quegli anni l’Italia, uscita dal Boom economico, era diventata società di massa e nelle scuole, in primo luogo nelle Università, si registrarono le complessità proprie di un simile movimento storico: impetuoso e improvviso. Un osservatore originale e penetrante com’era Pasolini, qualche anno dopo scriverà di quella fase storica come delle “scomparsa delle lucciole”. A significare che la vastità e la violenza di quei rivolgimenti, umani e sociali, era stata tale da aggrumare, in pochi anni, il venir meno, dal panorama geografico e spirituale di un popolo, di una presenza, di un equilibrio, di una sintonia fra uomo e natura che risalivano alla notte dei tempi. E siccome era un artista anche vividamente immaginifico, consegnò ai posteri la complementare immagine del “genocidio culturale”.

Questo per dire che gli anni che andarono dalla morte di Stalin (’53), passando per Giovanni XXIII (1958-63) e l’inizio del Vaticano II, gli omicidi di John (1963) Robert Kennedy e Luther King (1968), erano stati una piena che si era abbattuta anche sulle università italiane, con una forza e una portata inedite e in larga parte incontrollabili.

Da quella svolta, i problemi della scuola sarebbero stati quelli della gestione delle masse. Non più l’analfabetismo elementare, ma quello delle integrazioni sociali evolute, cosiddette. Dal 1963 al 1983 i professori nella (allora) scuola media passano da 147.000 a 282.000, quasi raddoppiando in vent’anni; e dal 1965 al 1975, nella secondaria, da 98.000 salgono a 261.000, quasi triplicando in dieci anni. 

Il fenomeno era così complesso e di titanica gestione che, nello stesso 1975 (anno della sua morte) ancora Pasolini aveva formulato alcune “modeste proposte” per affrontare il “genocidio culturale”, da egli imputato all’avvento anche in Italia della società di massa, “laica e consumista”: una delle proposte era l’abolizione della scuola dell’obbligo: colpevole, nella sua valutazione, di legittimare, insieme alla televisione (oggetto dell’altra proposta) l’omologazione culturale e la massificazione della società. Indipendentemente dal consenso che quelle proposte, più o meno provocatorie, potessero e possano ancora oggi suscitare, resta che segnalavano l’affioramento di un problema: proprio liddove si era tentato di offrire una soluzione. L’ampliamento della base scolastica, l’unificazione a fini egualitari della scuola media, l’accesso libero ai corsi universitari.

Perciò il governo della scuola nella società di massa fu difficile sin dall’origine. Per questo dicevo che la croce non si può gettare indiscriminatamente sul ’68: cioè sugli studenti di allora, e su buona parte degli insegnanti. Certo veicolò soluzioni equivoche, matrici di equivoci successivi: ma quel disordine scaturì da un impatto devastante, e tale da rendere virtualmente fallimentare ogni proposta che non ritenga di fare i conti con quella dimensione fondamentale: la società di massa.

Non è un caso che, da allora in poi, qualsiasi riforma, tentata o attuata (e inevitabilmente fallita) abbia determinato, sempre e comunque, frontali opposizioni. Falcucci, Ruberti, Berlinguer, Moratti, Gelmini e ora “La Buona Scuola”.

Inondare le piazze, purtroppo, non fa più notizia, se la ragione è la scuola: perchè, più o meno consapevolmente, è diffusa l’opinione che la scuola di massa è un’utopia o, se volessimo ritornare a Pasolini, un’ecatombe. Si possono dare variamente succedanei: scuola che include e non boccia; scuola delle competenze e delle abilità; scuola in cui sembra geniale usare la parola “discalculico” o similari, con le implicazioni medicalizzanti, vagamente (e neanche tanto) nazistoidi che questo comporta; si può pensare, come dice di voler fare il Governo Renzi, ad un  Preside che “giudica e manda secondo c’avvinghia”; ma il lessico reale di questa scuola è fatto di “precari” (più di centomila), graduatorie aperte, richiuse e poi riaperte e poi di nuovo richiuse per almeno due decenni; più di un milione di persone che vi lavorano fra dedizione e frustrazione; di sperimentazioni didattico-pedagogiche; di affanni sindacali; di volumetrie edilizie insufficienti; di “riformatori” che danno dell’incompetente ad ogni predecessore e ad ogni successore.

Sosteneva Pietro Calamandrei che “La scuola è organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente”; magari la locuzione “dal basso” andrebbe ridimensionata. E Concetto Marchesi, insigne latinista e insigne comunista (e sembra più lontano di Omero): “Ho sentito dire che la scuola deve formare l'uomo moderno; io non so che cosa sia quest'uomo moderno. La scuola deve formare l'uomo capace di guardare dentro di sé e attorno a sé; a formare l'uomo moderno provvederanno i tempi in cui egli è nato”. Magari anche l’utilitarismo immediato, tecnico-aziendalistico, andrebbe ridimensionato.

Classe dirigente; guardare dentro di sè e attorno a sè. Significa ripristinare un indirizzo universalistico, abituare i ragazzi ad un linguaggio comune, fatto di segni, immagini e concetti comuni, umanistici. Per far crescere cittadini la scuola deve essere seria, pubblica e difficile.

E la scuola di massa non può esserlo. 

  

   

 

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