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Federica Belletti: Da Monte Urano alla Columbia University via crowdfunding

Dopo essere stata accettata dalla prestgiosa università newyorchese, Federica Belletti si è trovata a dover superare il secondo ostacolo: quello di mettere assieme i fondi necessari a pagare la retta stratosferica della Columbia e lo ha fatto con un metodo insolito ma il cui uso va diffondendosi, quello del crowdfunding

Federica Belletti ha 24 anni, viene da Monte Urano, un piccolo paese delle Marche e sta lottando per conquistare il suo sogno americano. Nell’epoca in cui furoreggia il crowdfunding, per realizzare pellicole cinematografiche, finanziare prodotti di design, o altri attuazioni di sogni professionali, Federica ha scelto il canale GoFundMe per riuscire a pagarsi gli studi universitaria alla Columbia University di New York. È risaputo che le rette dei college americani sono spesso proibitivi, ma Federica, perseverante ed ottimista, utilizza la rete per cercare di arrivare alla cifra che la separa dalla meta: 80.000 dollari per poter frequentare l’ateneo newyorchese.

Federica Belletti racconta nel suo video messaggio con grande umiltà e determinazione la gioia di vedere i suoi sforzi riconosciuti da un’università così prestigiosa, approfondendo il racconto “Fede’s Mission For Columbia” in questa intervista esclusiva con La VOCE:

Qual’è il corso di laurea per il quale sei stata ammessa e che prospettive professionali ti darebbe?

Sono stata ammessa ad un MFA (Masters of Fine Arts) in Creative Producing. Si tratta di un corso di laurea di tre anni che si concentra sul ruolo del produttore cinematografico come forza creativa dietro alla realizzazione di un film. È un corso di laurea di impostazione accademica, con lezioni teoriche e molti laboratori pratici. Il primo anno gli studenti di Creative Producing e Regia/Sceneggiatura condividono lo stesso curriculum per imparare gli uni le componenti fondamentali del lavoro degli altri. Le prospettive di impiego professionale sono estremamente alte per diverse ragioni. Innanzitutto, gli studenti si laureano con un portfolio di cortometraggi prodotti e almeno tre progetti per la realizzazione di lungometraggi completamente sviluppati e pronti ad essere realizzati. La qualità dei progetti è altissima poiché si lavora in team sotto la costante supervisione dei professori. Inoltre l’università si fa personalmente carico di sponsorizzare i lavori degli studenti portandoli a festival come il Sundance, Cannes o Toronto per fare alcuni esempi. Un altro motivo di impiego è il lavoro a stretto contatto con i professori che svolgono attività lavorative nei loro ambiti al di fuori dall’università, ad Hollywood o New York. La possibilità di crearsi un network professionale è una risorsa grandissima. Va aggiunto inoltre, il tirocinio presso una casa di produzione o distribuzione che permette l’inserimento professionale in aziende americane. Per un’italiana che sogna di lavorare negli States questa opportunità è “priceless”. Vuol dire avere la possibilità di trovare uno sponsor per un visto di lavoro. Riassumendo: gli studenti hanno ottime occasioni di lavorare grazie all’opportunità di fare e mostrare il loro lavoro ad alti livelli del settore.

Federica reputi che studiare in America potrebbe offrirti prospettive migliori rispetto all’Italia?

Assolutamente sì. La prima considerazione è che non esiste una laurea per specializzarsi in produzione cinematografica. I corsi magistrali offerti dagli atenei italiani sono troppo generalisti e quindi poco efficaci. Gli atenei americani sono strutturati invece per insegnare un mestiere specifico. Funzionano come delle accademie e rilasciano un titolo riconosciuto da tutto il mondo. Professionalmente parlando questo è essenziale perché vuol dire presentarsi ad una azienda con una buona qualificazione e una solida competenza linguistica. Nessuno propone ad un laureato americano uno stage non pagato perché la gavetta la si fa di pari passo con lo studio. Quando si esce, si lavora sul serio e si lavora perché in America, così come in gran parte d’Europa, esiste un’industria del cinema. In Italia possiamo parlare tutt’al più di tradizione cinematografica. È difficile – per non dire improbabile – lavorare in un ambiente così poco strutturato come quello italiano. Un esempio pratico: nei siti delle case di produzione americane c’è sempre la sezione “careers”, nei siti italiani si fatica a trovare anche solo un contatto mail a volte. Non voglio dire che sia semplice lavorare in America, ma che esiste un percorso ben preciso, uguale per tutti. Concludo, dicendo che sono gli stessi soggetti che oggi operano nel cinema italiano i primi a dirti “lascia perdere”. Più chiaro di così?

Quanto è stato duro il processo di selezione?

Il processo di selezione è stato impegnativo e complesso. Ho lavorato alla compilazione di quattro domande da metà agosto fino al primo dicembre. Ogni domanda comprende la compilazione di moduli e la stesura di testi che rispondono a domande del tipo “quali sono i tuoi obiettivi nella vita”, “racconta un momento di trasformazione nella tua vita”, “in che modo questa università può aiutarti”, “che cosa puoi fare per rendere questa università un posto migliore”. E poi la famosissima domanda: “Perché dovremmo scegliere te?” Ho dovuto trovare tre persone del settore che mi conoscessero disposte a scrivere una lettera di referenza in inglese, organizzare il rilascio del diploma di laurea in inglese, prendere il TOEFL e ottenere un punteggio superiore a 100; scrivere un "professional resume" e infine pagare la domanda. La Columbia inoltre, ha richiesto come materiali artistici due trattamenti per la realizzazione di due film e, data una scena, ho dovuto scriverne il seguito. Poi ho aspettato e ad inizio febbraio, una volta tornata in Italia, sono stata contattata per un colloquio. Sono passata così alla seconda fase di selezione e l’intervista è stata condotta dal preside della facoltà e da una professoressa del corso. Abbiamo conversato per mezz’ora e poi ho aspettato di nuovo. Dopo un mese il preside mi ha contattata informalmente via Skype per anticiparmi che ero sulla lista d’attesa. Mi ha voluta rassicurare e si è raccomandato di non mollare. Per me quello era già un traguardo. Il 21 Aprile è arrivata la lettera di ammissione.

Com’è stato il colloquio con uno dei membri dell’Academy Award?

Ero molto agitata. Mi tremava la voce e avevo paura di fare una figuraccia, soprattutto con l’inglese, visto che ero in Italia da un mese e sentivo l’angoscia di perdere dimestichezza nel parlato. Ho fatto infatti due videochiamate con la mia famiglia americana per esercitarmi. Sapevo che uno dei professori era un membro dell’Academy e l’altro aveva vinto un Oscar nel 2009 co-producendo un documentario. Mi sono rilassata solo dopo i primi 10 minuti, quando il prof. Deutchman ha commentato la mia risposta con un sorriso dicendo “fantastico, hai risposto anche alle prossime 3 domande”. La conversazione è stata alla pari, abbiamo scambiato le nostre opinioni apertamente, non mi sono sentita giudicata affatto e ho fatto loro molte domande. Ho chiesto al professor Deutchman se poteva dirmi chi avesse votato agli Oscar e la professoressa Maureen Ryan era curiosa quanto me. Non lo ha detto ma credo fosse “Boyhood”.

Quando hai fatto domanda avevi già in mente il crowdfunding per pagare la retta? Ti ha ispirato qualche altro esempio?

No, quando ho fatto domanda non avevo in mente il crowdfunding perché non mi sono mai illusa di poter essere scelta. Sognavo l’ammissione ma lo scetticismo era il mio scudo di protezione. Pensavo di pagarmi gran parte della retta con la borsa di studio Fulbright, che non ho vinto. Il crowdfunding è stata un’idea di una mia amica. Mi sono decisa dopo aver letto della storia di una ragazza canadese che ha raccolto 91 mila dollari in un mese per andare ad Harvard.

Come sta reagendo Monte Urano?

Il mio è un paese molto tradizionale che fa fatica a capire una cosa moderna come il crowdfunding. Credo di essere un’anomalia per la mia gente, sia per quello che voglio studiare sia perché senza mezzi sono arrivata a questa ammissione. Il cinema non è visto come una professione in Italia in generale, per cui molti non mi sostengono già per questo. Ci sono però tante altre persone – alcune non mi conoscono neanche – che mi stanno sostenendo e mi hanno già finanziata con una donazione. Insomma, Monte Urano è un paese arroccato sulle colline che però sa guardare al mare, all’infinito.

Hai vissuto da au pair per un anno in NJ, qual’è stata la reazione della tua “famiglia americana” quando hanno saputo del tuo progetto?

La mia famiglia americana mi ha sostenuto sempre. La “zia” della famiglia è stata il mio mentore, lei mi ha ascoltata e mi ha fatto scoprire delle cose di me che non avevo mai realizzato e che mi sono servite per la domanda. Il mondo esterno diceva “non ci rimanere male se non ce la fai”, loro invece mi hanno detto di provarci sempre e comunque. Sono il mio fan club. Quando ho saputo che ero stata ammessa, ho avviato una videochiamata e ho beccato tutta la famiglia insieme: genitori, figli, nonni e zii, quindici persone. C’è stato un passaparola agitato di “Fede got into Columbia!” e di urla di gioia. Mi hanno detto “siamo orgogliosi di te” e alla fine hanno riadattato la canzone “tanti auguri ” cantandomi “Congratulazioni a te”. Danno per scontato che sarò negli Stati Uniti a breve, non vedono l’ora che ritorni perché abbiamo costruito un legame speciale. La piccola della famiglia mi ha pregato di tornare perché il 31 agosto, che è il giorno in cui dovrei essere lì, è anche il suo compleanno. Uno di loro ha già contribuito con una donazione molto consistente.

Hai contattato delle figure istituzioni per perorare la tua causa?

Ho contattato la mia precedente università e figure imprenditoriali locali come i Della Valle; ho contattato la fondazione Rotary. Nessuno si è fatto sentire ancora. L’intenzione è anche quella di scrivere a fondazioni come la Olivetti, Feltrinelli, Einaudi, le quali erogano borse di studio ma solo per dottorati, e di scrivere a personaggi del mondo del cinema.

Qual’è la scadenza?

Le lezioni iniziano l’8 settembre ma devo essere lì per la settimana introduttiva il 31 settembre. Considerando i tempi di richiesta e rilascio del visto, ho due mesi per raccogliere i soldi.

Come pensi cambierebbe la tua vita se riuscissi a studiare alla Columbia?

La mia vita sarebbe sempre e comunque una vita di sacrifici e di duro lavoro. Però sarebbe un percorso con dei risultati. Oggi in Italia sono una cameriera, tra l’altro solo il sabato e la domenica. Studiare alla Columbia è invece un punto di partenza. È un’istituzione che mi offre prospettive e possibilità professionali inimmaginabili in Italia. La mia vita cambierebbe in meglio perché avrei il potere di fare qualcosa per il mio territorio, come portare quel know-how americano di capitalizzazione della propria cultura in Italia. Ti ricordi “Nuovo Cinema Paradiso” di Tornatore? Alfredo dice a Totò “Vattene e non tornare più”. Totò se ne va dalla Sicilia e si realizza a Roma. Oggi è la stessa cosa solo che la scala è cambiata. Per fare qualcosa, non basta più spostarsi dalla provincia alla città, bisogna andare oltre i confini.

Pensi che il crowdfunding possa ispirare altri ragazzi come te a finanziarsi gli studi?

Si credo che sia uno strumento nuovo, affidabile, sicuro e intelligente per raccogliere fondi. È una colletta 2.0; laddove non arriva l’efficienza del nostro paese e del sistema istruzione, arriva la sensibilità delle persone. Qualcuno ha scritto che “se si sogna da soli è un sogno, se si sogna insieme, è la realtà che comincia”. Questo è il crowdfunding.

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