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L’ospite è come il pesce: dopo tre giorni…

di Elisabetta De Dominis

Il governo italiano sembra ansioso di sentirsi lodare per il suo "buonismo" e per la sua politica di accoglienza nei confronti degli immigrati anche se questo atteggiamento ospitale, che a volte é a scapito dei suoi cittadini, non trova un corrispettivo negli altri paesi europei

Un uomo ricco ed ospitale accoglieva e sfamava i poveri viandanti per udire le proprie lodi e se esse non arrivavano spontaneamente, buttava lì una parolina accorta come un amo a cui abboccava immancabilmente il pesce della lode. Di questo lui aveva bisogno, era il suo tornaconto.

Non se ne può più del tam-tam mediatico messo in atto dal governo per giustificare la sua sregolata organizzazione dell’accoglienza: noi italiani siamo generosi di natura, noi italiani siamo ospitali perché l’ospite è sacro, noi italiani siamo pietosi perché il cristianesimo ci ha insegnato a non chiedere nulla in cambio. Invece il resto dei paesi europei è spietato: impone regole, limiti d’ingresso. Possibile che tutti abbiano torto e noi ragione? Che noi si sia permeati di valori superiori?

I migranti sbarcati si rifiutano di rilasciare le impronte? Non li si può mica obbligare, non sono cittadini italiani. Spariscono e lavorano in nero? Poverini, sono sfruttati dalla mafia. Non pagano le tasse? Certo, sono apolidi. Eppure abitano nello stesso luogo per quindici anni. Hanno bisogno di una casa? Eccola pronta. E diamogli un sussidio, devono sopravvivere: gli italiani possono aspettare a percepire le pensioni. Prima dobbiamo sfamare chi ci chiede asilo. Senza verificare se tra loro ci siano terroristi, disertori, approfittatori o predicatori musulmani di “distruzione dell’ordine costituito per costituire lo Stato islamico” a casa nostra.

Il governo italiano – uno vale l’altro – soffre di deficit di bontà, è famelico di lodi, quindi ha bisogno di dimostrare e proclamare la propria benevolenza con l’azione eclatante dell’accoglienza degli immigrati, mentre se ne strafrega degli italiani che hanno perso la casa e dormono nelle stazioni o nei centri città avvolti nei giornali; se ne strafrega delle periferie nel degrado più totale dove razziano zingari e delinquenti, i quali spesso scacciano i legittimi inquilini; se ne strafrega dei cinquantenni con famiglia che hanno perso il lavoro; arriva ad indurre al suicidio gli imprenditori attraverso le pretese usuraie di Equitalia; incita i burocrati dell'Agenzia delle Entrate ad accusare di evasione ogni povero cristo per estorcergli denaro al fine di sfamare i musulmani e pavoneggiarsi come lo Stato più buono del mondo.

E’ più facile essere permissivi che severi, soprattutto quando non c’è coraggio. In che mani è il destino dell’Italia? Il tema dell’immigrazione non è legato solo all’economia, ma pure e soprattutto a quello dell’istruzione, che furoreggia in questi giorni. Ma il problema non è fare la punta alle matite in mano agli insegnanti, bensì sono le basi morali, culturali, giuridiche su cui si regge la nazione. Il problema è l’ignoranza culturale di chi insegna, governa e amministra, che confonde appunto l’ospitalità con la pietà.

La xenìa, l’ospitalità dello straniero nella Grecia antica era sacra, ma presupponeva l’accoglimento di un ospite alla volta che arrivava portando doni e si tratteneva un breve periodo. Non per sempre. I doni rendevano concreta l’ospitalità: erano chiamati symbola e si dividevano in due per simboleggiare il legame d’amicizia anche tra le future generazioni. Il Vangelo introdusse la theoxenìa, l’ospite equiparato a Dio e quindi l’asimmetricità del dono. Concetto applicato dal governo italiano agli extracomunitari, salvo poi imporre quello della simmetricità delle tasse agli italiani. E poiché ospite nella lingua italiana è sia l’ospitato che l’ospitante, il rischio è che il governo per la sua benevolenza si creda un dio finendo per sacrificarci tutti sulla croce. Ma proprio perché l’ospite è sacro, entrambi devono essere considerati tali. Quindi non si può trattare peggio gli italiani dei musulmani richiedenti asilo. Se non vogliamo soffrire di troppa ospitalità. Nella lingua latina invece hostis era lo straniero ostile, mentre hospes l’ospite straniero. Entrambi derivano però da hostire che, come in greco, introduce un concetto di reciprocità, perché significa pareggiare, contraccambiare. Ma può prendere il significato di offendere, ledere. Inoltre hostire ferociam significa restituire la ferocia. Significati che Alfano e Renzi sarebbero tenuti a conoscere, e gli insegnanti ad insegnare, se non vogliono farci diventare hostiae, ossia vittime sacrificali offerte agli dei. In questo caso stranieri.

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