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L’arte della pizza, un patrimonio dell’UNESCO

Presentata anche a New York la campagna per rendere la pizza un patrimonio dell'UNESCO: secondo i promotori dell'iniziativa, l'eccezionale valore culturale che trascende i confini nazionali rispecchia quanto dettato dalle linee guida del World Heritage Committee per essere aggiunto alla lista. L'obiettivo, un milione di firme entro settembre 2016 / Read in English

Lunedì sera gli amanti della pizza si sono visti da Rossopomodoro, un ristorante nascosto in un angolo tra Greenwich Avenue e 13th Street, nel centro di Manhattan, dove una parte vitale della cultura partenopea, la pizza, non soltanto viene celebrata ma difesa. Alfonso Pecoraro Scanio, presidente della Fondazione UniVerde, insieme a Inigo Lambertini, vice rappresentante italiano permanente per le Nazioni Unite, e Sergio Miccù, presidente dell'Associazione Pizzaiuoli Napoletani si sono riuniti nel ristorante per una conferenza stampa volta a promuovere una campagna che chiede che "l'arte dei pizzaiuoli napoletani" venga aggiunta all'elenco UNESCO dei beni Patrimonio dell'umanità.

Secondo le linee guida del World Heritage Committee dell'UNESCO, perché qualcosa venga aggiunto alla lista, il bene in questione deve avere un valore “culturale e/o naturalistico così eccezionale da trascendere i confini nazionali e da essere di importanza collettiva per le generazioni presenti e future dell'intera umanità”. E la pizza, ha dichiarato il vice ambasciatore italiano alle Nazioni Unite: “non è solo il cibo più conosciuto al mondo, ma è un pezzo di cultura. È il prodotto di secoli di esperienza e di un popolo che ha creato la perfezione dal nulla. Per secoli l'Italia ha portato il suo cibo e le sue conoscenze in paesi di tutto il mondo. Ora abbiamo questo compito di migliorare lo standard della classica pizza”.

La campagna mira a preservare la disciplina culinaria della pizza napoletana che, via via che va diffondendosi in sempre più paesi ed è imitata e consumata da persone di tutto il mondo, corre sempre più il rischio di perdere l'identità originale, il che riguarda non soltanto l'uso di ingredienti autentici italiani, ma anche il metodo o l'“arte” della sua preparazione. E se è vero che l'arte di fare la pizza è nata a Napoli, Pecoraro Scanio ha detto che “non c'è bisogno di essere italiano o napoletano per fare una buona pizza, ma bisogna imparare come la si fa a Napoli, dove è nata la tradizione”.

t2“Ho quest'idea fin dal 2000, quando ero ministro dell'Agricoltura” ha detto Pecoraro Scanio a La VOCE. Tuttavia, la campagna non ha preso il volo fino a gennaio, quando è stata presentata una proposta all'UNESCO per includere nella lista l'arte di fare la pizza. Insieme, i Pizzaiuoli Napoletani e la Fondazione UniVerde, hanno raccolto 300.000 firme tra persone e pizzerie in città di tutto il mondo, tra cui Australia, Giappone, Thailandia, Seoul, Shanghai, Bangkok, Taipei, Manila, San Paolo, Tel Aviv, Mosca, Sud Africa e, naturalmente, New York. L'obiettivo è quello di raccogliere un milione di firme prima di settembre 2016, quando la domanda sarà formalmente presentata nella sede dell'UNESCO a Parigi. Una decisione ufficiale sarà raggiunta nel novembre 2016.

Per raccogliere queste firme i coordinatori della campagna non solo stanno portando la petizione in giro per le piazze italiane e nelle pizzerie di tutto il mondo, ma stanno anche utilizzando la piattaforma Change.org, che finora ha attratto quasi 50.000 sostenitori. Ci sono centinaia di organizzazioni che creano campagne sulla piattaforma per le petizioni online ma, “intorno alla questione qui sollevata si è creata una rara e straordinaria mole di attività” ha dichiarato a La VOCE Nick Allardice, responsabile campagne globali per Change.org. Il perché è facile da spiegare: “Una grossa parte del mondo ha bei ricordi legati alla pizza, è una parte così importante della vita di così tante persone – ha detto Allardice – Questa campagna riesce a connettere la gente a questo qualcosa che tutti hanno in comune. Ognuno ha una sua esperienza, di quando era giovane o da adulto, di riunirsi con la propria famiglia o andare in un qualche bel ristorante. Penso che siano questi i ricordi che questa campagna riesce a catturare”.

t1Mettere insieme un milione di firme non è cosa semplice. Ogni pizzeria che partecipa alla campagna dovrebbe raccogliere circa 1.000 firme. Il 2 e 3 settembre, durante un evento chiamato Pizza Village che ogni anno attira oltre 100.000 persone a Napoli, le pizzerie di ogni angolo del mondo che saranno riuscite a raggiungere l'obiettivo, appariranno in collegamento Skype su un grande schermo situato sul lungomare della città.

Alcuni dei sostenitori della campagna che hanno partecipato alla conferenza stampa a New York, come Frank e Jeanette Catena, proprietari di Luna Pizza nel New Jersey, portano avanti quotidianamente il lavoro di difesa e diffusione dell'arte dei pizzaioli napoletani. Catena ha spiegato che nel loro ristorante insistono sull'uso di ingredienti importati dall'Italia e hanno anche creato un sorta di cucina-scuola in cui quelli che aspirano ad aprire una propria pizzeria possono imparare a fare la pizza. La coppia lavora per preservare la tradizionale arte della preparazione della pizza non solo educando i propri clienti sui metodi e gli ingredienti, ma anche attraverso la scelta di riempire il ristorante di lunghi tavoli comuni che cercano di riprodurre l'atmosfera di Napoli. Chi si siede a questi tavoli condivisi, mentre assapora la pizza, può intavolare una conversazione con il vicino di posto. “Si riconduce tutto a quello che si cerca di promuovere oggi qui… è tutta questione di buoni ingredienti, ritrovarsi intorno a un tavolo e conservare uno stile di vita” ha detto la signora Catena.

La conferenza stampa si inserisce in una serie di appuntamenti organizzati questa settimana a Manhattan per rafforzare il legame tra la comunità italo-americana di New York e l'Italia, anche in coincidenza con la visita a New York del sindaco di Napoli Luigi de Magistris che però non ha partecipato all'evento da Rossopomodoro.

 

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