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Expat and the city: quando i cervelli fuggono a Londra

Un gruppo di millennial italiani a Londra si incontra per una pizza e due chiacchiere tra amici. A unirli è la città in cui hanno scelto di fuggire, in cerca di opportunità che l'Italia non sa offrire. E poi ci sono la nostalgia, le mancanze, per alcuni il sogno di tornare, per altri il desiderio di continuare il viaggio. E intanto l'Italia continua a lasciarsi sfuggire un grande potenziale

Brain drain”: emigrazione  verso Paesi stranieri di persone di talento o alta specializzazione professionale. Il termine, riferito al "capitale umano ", evoca la "fuga dei capitali ", ovvero il disinvestimento economico  da ambienti non favorevoli all'impresa. Il fenomeno è generalmente visto con preoccupazione in quanto è collegato ad un impoverimento culturale, tecnologico  ed economico dei Paesi dai quali avviene la fuga, fino a rendere difficile lo stesso ricambio della classe docente.

Italiani in fuga, volume 2

A partire dall'inizio del Novecento, gli italiani si sono distinti per flussi migratori importanti: molti dei nostri concittadini hanno lasciato il Bel Paese in quegli anni per qualche destinazione oltreoceano, basta andare a vedere nelle nostre famiglie: tutti hanno qualche parente emigrato. Si andava a “tentare la fortuna” (concetto che gli italiani usano solamente per l’emigrazione italiana), senza conoscere la lingua; si lasciava il po’ che si aveva per imbarcarsi in viaggi lunghi mesi, pieni di rischi ma con un solo obiettivo: ricominciare la propria vita da zero.

Molte di queste storie hanno un lieto fine: in molti si sono distinti, addirittura in alcuni celebri casi alcuni migranti hanno contribuito al progresso dell’umanità (al riguardo ho recentemente letto America, Nuova Terra Promessa. Storie di ebrei italiani in fuga dal Fascismo,  di Gianna Pontecorboli, dove vengono raccontate storie davvero incredibili).

Ad oggi, il fenomeno è tornato d’attualità, in maniera differente: centinaia di migliaia di giovani durante gli ultimi anni hanno lasciato l’Italia, emigrando spesso in capitali europee, in particolare a Londra. Questi ragazzi sono in cerca di una nuova vita, di occasioni lavorative o di studio che in questo momento non potrebbero avere in Italia.

Tra i tanti giovani che hanno intrapreso questo cammino ci siamo anche noi di Angry Italian, un blog dedicato a chi ha lasciato l'Italia, a chi semplicemente  ne è scontento o a chi sogna e persegue un'Italia diversa.

Da buoni italiani, abbiamo approfittato del connubio cibo e chiacchiera per riflettere sulla nostra situazione di millennial. Ci ha ospitati una pizzeria tradizionale del Nord di Londra, dove la pizza é napoletana. Siamo un gruppo davvero eterogeneo e rappresentativo: c'é chi studia, chi lavora, chi insegue l'indipendenza e l'autonomia e chi un sogno irrealizzabile in Italia.

Londra dalle mille culture

La prima domanda che ci siamo fatti, è la più immediata eppure complicata di tutte: perché proprio Londra? Personalmente, sarei ipocrita a dare una spiegazione diversa da questa: per puro fato. Nel mio caso potrei dire che ho avuto la fortuna di essere capitato a Londra.

Ovviamente, non per tutti è così: molto interessante per esempio l’esperienza di Alice: “Sono venuta a Londra per fare un master in letterature comparate a UCL. I motivi per cui ho scelto Londra sono essenzialmente due, che alla fine si riducono ad uno solo: volevo studiare la letteratura – e l'arte, in senso lato – in un'università che fosse più a contatto con la contemporaneità, e volevo farlo in un luogo in cui la vitalità culturale si trovasse principalmente fuori dai libri. Per questo Londra. Ho sempre amato Parigi, ma sono convinta che Londra viva una dimensione particolare, a metà tra l'influenza culturale dell'Europa continentale e la tradizione anglosassone, a loro volta ibridate dalla massiccia presenza di migranti da ogni dove. Il fatto che Londra viva in equilibrio su queste componenti così diverse tra loro è il tratto principale della sua identità, paradossale solo in apparenza. Se anche la diversità non è sempre apertamente supportata – comunque sia, viviamo in un paese conservatore – non è nemmeno apertamente ostacolata, perché 'being intrusive' è forse la paura latente più potente nella cultura British: sporcarsi le mani con la roba degli altri. I British preferiscono una cortese, rispettosa distanza di sicurezza, e le varie sub-culture riescono così a prosperare in maniera abbastanza indisturbata, entrando in contatto, fondendosi, o estraniandosi l'un l'altra. Questo, oltre a meravigliarmi, mi fa sentire al sicuro”. 

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Ludovica, 21 anni, vive a Londra da due anni

Anche per Victoria, che lavora per un brand dell’alta moda internazionale, la multi-culturalità londinese è uno degli aspetti più importanti dietro la sua scelta: “Ho scelto Londra perché convinta del fatto che fosse una delle città europee più esposta a livello internazionale, per educazione e carriera. Offre ottime opportunità lavorative nei settori più svariati e percorsi accademici ben riconosciuti, non solo in Europa. A Londra ti senti parte di qualcosa, grazie alla sua multi-culturalità e soprattutto all'informazione a cui siamo perennemente sottoposti: arte, musica, food e qualsiasi news globale e non. In Italia invece l'informazione è un po' troppo 'Italia-centrica': ci siamo solo noi”. 

Alessandro, venuto qui per gli studi universitari e ora nel team di Industry Analytics per una software start-up. Concorda: “Ho lasciato l’Italia perché troppo e sempre ancorata al passato, che spesso invece di essere un asset é il problema”.

Ecco le birre (sarde). E soprattutto, ecco le pizze. Silenzio tombale: nessuno si preoccupa più dei perché e dei per come, nessuno parla fino a che non si è divorata almeno metà pizza. Un’improvvisa e violenta immersione nell’italianità, uno schiaffo affettuoso di mamma: “Ok, hai detto quello che ti pareva, ora mangia”.

Catari, Catari, pecche me dice sti parole amare,
pecche me parle e 'o core me turmiente, Catari?
Nun te scurda ca t'aggio date 'o core, Catari,
nun te scurda! … *

Cosa ci manca?

Il silenzio è interrotto da una tipica canzone napoletana, suonata per un compleanno in sala. Torniamo in noi. Ma la domanda ora è chiarissima: “Che vi manca dell’Italia?”

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Alessandro, 26 anni, si è trasferito a Londra da circa due anni

Andrea è il più rapido di tutti: “Mi manca il cibo!”. In una serata come questa, la prima cosa che ti viene in mente è la nostalgia per il cibo nostrano. L’assaporare cose realmente italiane, da norma qui diventa privilegio. Devo ammettere però, ricollegandomi ad Alice e Victoria, che la multi-culturalità anche qui è un fattore determinante: è vero che non si mangiano sempre le cose con le quali si è cresciuti, ma è anche vero che la varietà di cucine e sapori a Londra è incredibile. Puoi mangiare ogni sera una cosa completamente diversa, e di ottimo livello. Ricette tradizionali o mix ed invenzioni frutto di decenni di melting pot culturale. L’immigrazione ha sicuramente arricchito questa città anche sotto questo punto di vista.

E poi, la vita e gli affetti. A Victoria manca “lo stile di vita, molto più relaxed rispetto a quello londinese”; mentre a Margherita, che lavora in una start-up, mancano famiglia e amici di sempre. E come darle torto: non è sempre facile mantenere i contatti, per la felicità delle compagnie aeree. Poi però ammette che a Londra vive “con voglia di fare”. Ludovica, architectural assistant, conclude con un aspetto che ci trova quasi tutti d’accordo: “Il clima!”. In effetti, questa non-primavera la sto patendo molto… speriamo almeno che l’estate sia bella come lo scorso anna.

Alice ha nostalgia del tipo di relazioni sociali che si hanno in Italia: “Mi manca molto l’Italia quando penso all'altro lato della medaglia di questa 'rispettosa distanza di sicurezza', cioè l'individualismo radicato che per noi si traduce in senso di solitudine. Per quanto liberarsi delle pesantissime forme di controllo sociale che ci sono in Italia sia stato un sollievo inesauribile, dopo due anni a Londra mi manca la spontaneità del contatto con gli altri, il calore tutto mediterraneo degli incontri”.

Per concludere sembra che una cosa che ci manchi sia la possibilità di costruire un futuro solido. Siamo tutti d’accordo che qui le opportunità siano infinite (ma la competizione incredibile), e che si guadagni mediamente molto meglio che in Italia, ma il costo della vita è tale che non si risparmia come si dovrebbe, e di certo non abbastanza per costruire qualcosa di solido. L’ostacolo più grande per gli immigrati da tutto il mondo (che stanno facendo la fortuna di Londra) sta nel livello dei prezzi nel settore immobiliare. Una persona della tipica “classe media” ha una difficoltà inimmaginabile a permettersi anche solo un mutuo trentennale.  Purtroppo la domanda nel settore immobiliare al momento è di troppo superiore alla pur dinamicissima offerta e i prezzi al metro quadro sono destinati a salire ancora, almeno per il prossimo lustro.

Per l’impossibilità di costruirsi un nido (ma non solo, come vedremo dopo), in pochi pensano a Londra come ultima fermata.

Un futuro in Italia o… what about NYC?

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Margherita, 26 anni, vive a Londra dal 2013

Per un motivo o per l'altro o per la pizza, a tutti noi manca quindi l’Italia: ma cosa vorremmo poter fare in Italia? E cosa cambieremmo se ne avessimo l’occasione? 

Margherita vorrebbe la possibilità di portare avanti un proprio progetto, poter inseguire i propri sogni senza vivere con i propri genitori. Ludovica sarebbe davvero entusiasta: “Aprirei il mio studio di architettura e proporrei una serie di progetti al Comune per spazi e servizi pubblici, per i romani e per tutti coloro che dovrebbero smettere di essere schiavi delle macchine. Progetti sociali che verrebbero realizzati usando fondi legittimi senza scandali e idealmente completati in un lasso di tempo umano. Cosa che non credo succederà mai. Cosa cambierei… come prima cosa la mentalità italiana. La tendenza a sviare i problemi, lasciare situazioni irrisolte, ma soprattutto la comune mancanza di chiarezza e di puntualità. Per non parlare poi dei politici e altre figure statali che agiscono solo per interessi personali e non per il bene pubblico”.

Come detto prima, Londra non è vista come meta finale della propria maturazione, e quindi chiedo se a qualcuno piacerebbe fare un ulteriore salto, magari a New York. L’idea mi ha sempre affascinato, anche a causa di quelle famose storie familiari di chi ha “tentato la fortuna” (parecchio dopo l’inizio del ‘900 nel mi caso). E non sono l’unico della tavola pare. Victoria pensa sarebbe fondamentale per la crescita personale, Alice è tentata ma ha timore della distanza da casa, Alessandro è entusiasta: “Londra ultima fermata? Ho lavorato in UK (Londra), in Etiopia e USA (Washington D.C.). Ora lavoro nel team di Analytics in una software startup che ha sede a Londra e New York, se mi fosse data la possibilità di trasferirmi e lavorare un’altra volta oltreoceano non ci penserei due volte e mi trasferirei immediatamente. Sicuramente a New York o in California”.

Non siamo tutti dello stesso avviso: Andrea non ci andrebbe mai e Margherita solo se con un lavoro e una casa, non all’avventura come nel caso londinese. Questo per la scarsa protezione sociale negli USA (vero, gli UK hanno il peggiore indice di disuguaglianza in Europa… ma c’è chi fa peggio). A Ludovica la vita frenetica londinese basta e avanza.

Si è fatto tardi, la musica è finita, le luci sono soffuse. Per l’inglese medio, abituato a cenare alle 6.30, il nostro dolce potrebbe ritenersi colazione. Un bicchiere di limoncello, e si avvicina una ragazza italiana, che lavora come cameriera nella pizzeria: per tutta la sera passando aveva sentito i nostri discorsi, e voleva scambiare due chiacchiere non appena gli altri clienti fossero andati via. 

Lei pare davvero nostalgica dell’Italia, “Non avete anche voi una gran voglia di tornare? Pensate che tornerete mai?”.

Personalmente, l’idea non mi dispiacerebbe affatto; nemmeno a Victoria e anche Margherita vorrebbe crescere i suoi figli in Italia e stare al fianco della famiglia. E queste per l’Italia potrebbero essere ottime notizie.

Ludovica invece la pensa diversamente: “No non penso di tornare a vivere in Italia, il mio progetto è di fare nuove esperienze di vita in altre capitali europee e non. Torno in Italia molto più volentieri come turista, ora apprezzo molto di più la ricchezza culturale italiana e la bellezza del paese”. Anche Alessandro pensa a un ritorno puramente di tipo turistico, oppure per passare la vecchiaia in terra natia.

E l’Italia che ci guadagna?

Quello descritto da Alessandro è noto agli studiosi di flussi migratori come return migration: individui che partono da giovani perché all’estero le loro capacità sono più valorizzate, risparmiano durante la vita, e poi fanno ritorno in patria da anziani, godendo dei servizi sociali offerti dal paese natio e del tasso di cambio spesso favorevole ai loro risparmi.

Ma se si dovesse tornare prima? Come piacerebbe a me, Victoria e Margherita? In quel caso, si parlerebbe di brain gain: gli individui si formano all’estero, e tornano in Italia contribuendo alla crescita del paese. L’esito finale, il primo o il secondo epilogo, dipende esclusivamente dall’Italia: deve essere un’Italia diversa da quella di oggi, che offra nuove opportunità in grado di attrarre giovani (emigrati e non). L’amore per la patria non manca di certo, ma se questi cambiamenti non vi saranno si assisterà ad una semplice return migration, dove tutti noi torneremo in patria godendoci (si spera) una buona vecchiaia, sfruttando il welfare system del nostro servizio pubblico (se ci sarà ancora) e il tasso di cambio. E l’Italia avrà nuovamente perso un grande potenziale, rallentando ancora la sua crescita e accelerando quella altrui. 

Core, core, 'ngrato,
t'aie pigliato 'a vita mia,
tutt'e passato e
nun'nce pienze chiu!

Catari, Catari…
tu nun `o ssaje ca
fino e `int`a na chiesa
io so' trasuto e aggiu pregato a Dio,
Catari.
E ll`aggio ditto pure a `o cunfessore:
sto'a suffri pe` chella lla…
sto'a suffri,
sto'a suffri nun se p? credere…
sto'a suffri tutte li strazie!`
E `o cunfessore,ch'e perzona santa,
mm`ha ditto: `Figliu mio
lassala sta! … *
*

 

**Core 'ngrato, canzone napoletana scritta nel 1911  da Alessandro Sisca, calabrese-napoletano  emigrato a New York. 

 


*Lorenzo Lotti, dottorando in Economia Applicata presso l’Università degli studi di Genova e Teaching Assistant presso University College of London, scrive per il giornale online Angry Italian.  Co-fondatore della Onlus Gruppo Kamenge Pavia, volontario presso il Centre Jeunes Kamenge, Bujumbura (Burundi).

Angry Italian, presente anche su Facebook, è un giornale online composto esclusivamente da giovani, per lo più italiani residenti all’estero per studio o lavoro. Affronta temi sociali, politici, culturali nonché nuove tendenze tecnologiche, italiani e del panorama internazionale.  

 

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