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Paolo Borsellino ventitre anni dopo: antimafia di facciata e i grandi affari sui beni confiscati

Lo scenario, a ventitre anni dall’omicidio di Paolo Borsellino e della sua scorta, presenta luci e ombre. Tanti boss e gregari finiscono dietro le sbarre. Ma trionfano professionisti dell’antimafia e speculazioni sui beni confiscati. Il nodo degli appalti pubblici. Ma a mancare, soprattutto è la speranza, perché lo Stato si disinteressa del Sud

Ventitre anni dopo l’assassinio di Paolo Borsellino cosa resta di quella Sicilia irredimibile che ha divorato i suoi tanti eroi? Resta una fiducia malferma e claudicante che la fine della “diversità” siciliana infine possa compiersi, che gli aspetti più macroscopici del dominio mafioso siano stati intaccati, che la forza che per cento anni ha tenuto sotto il suo tallone un’Isola intera sia preda di una mutazione che potrebbe  costituire l’anticamera della sua dissoluzione.

Ma è davvero così, e gli avversari della mafia sono davvero così uniti da poterne avere ragione? 

Purtroppo, no. Il fronte antimafia è più disunito che mai: rivalità, protagonismi, procedure e scelte errate hanno contribuito alla creazione di un professionismo così penetrante, pervasivo ed economicamente coinvolto che i professionisti antimafia di sciasciana memoria appaiono timide educande. Di contro, la mafia non è rimasta a guardare. Se la legislazione sui collaboratori di giustizia e quella sulla confisca dei patrimoni l’hanno disarticolata e messa in ginocchio, se ha scelto di non sfidare apertamente le istituzioni attraverso l’uccisione di uomini simbolo, resta pronta a rialzarsi e ad azzannare ancora.

La scelta di sfidare con tariffe ribassate la propensione sempre maggiore degli imprenditori a denunciare le estorsioni, la decisione di penetrare nell’economia legale non solo attraverso i grandi canali della finanza, ma attraverso il finanziamento diretto di piccole e medie iniziative d’impresa, la nuova leva più colta e meno aggressiva, ma sempre propensa all’uso della violenza mirata: ebbene, questa è la nuova mafia.

Certo, se raffrontiamo il periodo attuale agli inizi degli anni Novanta molta buona acqua è passata sotto i ponti. Sono nate, a decine, le associazioni antiracket, gli imprenditori che si recano nei Tribunali a puntare il dito contro i loro estorsori sono sempre più frequenti, boss e gregari sono gravati da montagne di anni di galera e immensi fiumi di ricchezza, frutto dell’accumulazione criminale, sono sotto sequestro o confisca.

Ci sarebbe da gioire se non si rilevassero pericoli all’orizzonte. Questi beni sostano troppo tempo e a volte senza tempo nelle mani dello Stato invece di essere restituiti al circuito economico legale, alimentando altre burocrazie e una propensione a trattenerli. Politici, imprenditori, alti burocrati aderiscono e celebrano vuote liturgie di un’antimafia di maniera, sempre presente nelle ricorrenze in onore dei tanti assassinii, ma sempre assente o indifferente ai destini di una comunità che attraversa la crisi più devastante dell’ultimo sessantennio senza la speranza di una rinascita che accompagnava i periodi più bui del dopoguerra.

Si celebra un eroe e si lascia che la vita quotidiana scorra come sempre nella rassegnazione, nella percezione di un’immutabilità che fornisce alla mafia quel sostegno culturale che le consente di sopravvivere. Si arrestano decine di boss, ma non si investe sulla scuola, si frena l’impatto pervasivo della criminalità sugli appalti pubblici, ma enormi risorse sono mal impiegate o sprecate o non utilizzate e non per colpa della mafia. 

Qualcuno parlava di eccessiva attenzione alla mafia militare invece che a quella dei colletti bianchi. Forse dovremmo aggiornare quel ragionamento e parlare anche dei nuovi nemici, la ritualità e l’indifferenza delle istituzioni che sta incatenando l’unica forza liberatrice che questa comunità possiede e di cui anche nella fasi peggiori non è mai stata priva: la speranza.

 

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