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Umberto Eco e la parola social: un incontro difficile

Se la prende con i social media Umberto Eco, professore per eccellenza: quaranta lauree honoris causa, divo della ciarla blasè, pessimo imitatore di Donos Cortès. Il lettore ferragostano cede alla tentazione e gli risponde: "Pensi a una conversione reazionaria attraverso il silenzio"

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Di solito venivano subito messi a tacere, ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel”. Così, qualche giorno fa, il professor Umberto Eco (durante una lectio magistralis per il conferimento di una laurea honoris causa in Comunicazione e Cultura dei media all’Università di Torino, ndr). Si potrebbe pensare ad una sentenza pensosa, colma di un significato rarefatto che si cela nell’apparente clamorosa schiettezza, quasi un nucleo esoterico di sapienza e dottrina. D’altra parte, quaranta lauree honoris causa conferite e compitamente ricevute ai quattro angoli del pianeta, autorizzano il sospetto. Magari è un invito a volgersi verso i sovrumani silenzi e la profondissima quiete; un po’ ridondante ma, certo, nobilitato da quell’incantevole abbrivio.

Epperò, mentre il povero lettore ferragostano si appresta a granire intima gratitudine verso il professore che lo sottrae alle miserie dell’ombrellone richiamandolo all’ordine del sublime, ecco che la memoria, serva dell’infelicità, lo ripiomba verso l’urgenza essoterica del militante inquieto, del dubbio positivo ripiegato sul contingente: perso l’infinito, si ritrova nel sottoscala.

Perché il professor Eco ha un problema con le moltitudini; ma non con quelle senza nome che affogano nel Mediterraneo e uno può compiangerli a costo zero; no, il problema nasce quando questi mostriciattoli non crepano, e, pur essendo figli o nipoti di anonimi humiliores, anno dopo anno, generazione dopo generazione, hanno messo su bottega, qualcuno ha persino studiato, si è costruito una casa e ha osato non solo sopravvivere, ma vivere con brio. Sono i mascalzoni usciti dal boom economico degli anni ‘60 che, da straccioni, hanno dubitato di annunci egualitari così personalmente aristocratici e, mano mano, hanno perso fiducia nella parola erudita, facendosi seguaci più della parola e basta, del tipo sì, sì, e no, no.

Ah, la memoria! Così, al lettore ferragostano, epigono dell’epifenomeno Mike Bongiorno, mentre quasi si disponeva al silenzio, a tradimento sovvengono queste altre parole, e il suon di loro:  “Il problema non è cacciare Berlusconi con un colpo di stato, contro il 75 per cento degli italiani al quale in fondo le cose vanno bene così. […] Non dico quelli che votano direttamente Pdl, ma quella maggioranza naturalmente berlusconiana che non vuole pagare le tasse, ha voglia di andare a 150 chilometri all’ora sulle autostrade, vuole evitare carabinieri e giudici, trova giustissimo che uno se può se la spassi con Ruby, trova naturale che un deputato vada dove meglio gli conviene”. (Umberto Eco intervistato da Valentino Parlato per Il Manifesto, 28 aprile 2011).

Così, appreso che tre italiani su quattro, e certamente lui nel novero, sono una naturale schifezza, rassegnato, abbandona ogni tentativo di elevarsi verso il silenzio e si mette a scrivere un post. “Egregio Prof. Eco, il richiamo alla temperanza, anche e soprattutto nell’uso della parola precede il suo di un paio di millenni abbondanti. Non posso citare. Lei sa tutto: perciò, sarebbe inutile. Come con chi non sa niente. Certo che le ciarle dispiacciono, specie quando sono titolate; perché una ciarla semplice non ha pretese, nasce e muore simultaneamente. Le cose si complicano, appunto, quando si immagina di saper frequentare l’eterno. In quel caso la ciarla perde levità, si aggrava di presunzione, annuncia promesse che non può mantenere. La ciarla come attributo delle classi dirigenti, per es. era stata colpita da un pensatore duro e difficile, ma onesto, come Donoso Cortès. Clasa discutidora era per lui la borghesia parlamentare, e si riferiva non alla “gente meccanica e di piccolo affare”, ma ai dotti, alle marsine, alle fedine, alle tube: a chi come lei, Egregio Professore, Trismegisto per tredici più uno, inarrivabile aromatizzatore di bile, il caso e pacifiche abilità sofistiche hanno posto sul cocuzzolo effimero della ciarla mondana, dell’erudizione blasè. Però Donoso Cortès nella vulgata che piace alla gente che piace è un reazionario, anzi, Il Reazionario,  Padre del Sillabo. Un cattivone, insomma. Era ovvio che colpiva le parole in carriera, e non l’umile conversare, però se Ella si volesse mettere su quella scia, sarebbe molto più comprensibile, persino onorevole. Pensi, una conversione reazionaria attraverso il silenzio. Però dovrebbe cominciare da lei”.

E con questo, il nostro lettore ferragostano, dopo essersi sorpreso a scrivere su un social (anche se astemio, ovvio che è un imbecille, come i tre quarti degli italiani, per vocazione naturale) tornerebbe a parlare, a vivere e a guidare a 150 all’ora.

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