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La sollevazione di Watts: mezzo secolo dopo l’America brucia ancora

A Watts, sobborgo di Los Angeles, nell'agosto del 1965, bianchi e neri ingaggiarono una lotta feroce. Ci volle l’intervento della Guardia Nazionale con quasi diecimila uomini per sedare le violenze che la polizia di Los Angeles aveva provocato, ennesimo scandalo in un Paese che non riusciva allora e non riesce ancora a trovare l'armonia razziale

Accadde cinquant’anni fa, di questi giorni. Più che una sommossa, fu una rivolta, una sollevazione popolare che costò la vita a oltre trenta persone, provocò il ferimento di altre1.086, causò devastazioni di enorme portata, surriscaldò ancora di più la scena politica e sociale americana già arroventata dall’intervento statunitense nel Vietnam.

Furono i fatti di Watts, sobborgo di Los Angeles, dove, dall’11 agosto fino all’alba del 16 agosto del 1965, bianchi e neri ingaggiarono una lotta feroce. Si registrarono scontri di massa, si scatenarono spedizioni punitive; spedizioni punitive condotte da neri, lanciate da bianchi. Ci volle l’intervento della Guardia Nazionale con quasi diecimila uomini per sedare le violenze che la polizia di Los Angeles non aveva saputo spegnere e, là dove era intervenuta, s’era mossa con autentico spirito anti-afroamericano, un altro scandalo, l’ennesimo scandalo in un Paese che non riusciva a trovare la giusta armonia razziale.

Cominciò, appunto, l’11 agosto, con l’arresto di un nero, Marquette Frye, trovato dall’agente di polizia Lee Minikus in stato di ubriachezza alla guida di un’automobile. I parenti di Frye chiesero la riconsegna dell’auto, la polizia rispose picche e, verosimilmente, fu questo a far esplodere i disordini di Watts: la notizia fece in un battibaleno il giro del mondo; se ne parlò a lungo anche sulle spiagge della Versilia, nei borghi del Casentino, a Cortina, in tv, nei due soli canali Rai allora esistenti, ma capaci di fornire, come i giornali, come la radio, un’informazione ampia, articolata.

Per paradossale che possa sembrare, la rivolta di Watts sorprese parecchi americani; non sorprese però parecchi italiani, all’epoca abituati a interpretare nella dovuta maniera fatti, notizie; a vedere ben più in là del proprio naso. Era fatale che prima o poi dalla pentolona in ebollizione il coperchio dovesse saltare. Soltanto otto anni prima, a Little Rock, il governatore democratico dell’Arkansas Orval Faubus aveva impedito a nove ragazzi neri l’accesso alla scuola pubblica; il Presidente Eisenhower, che nel 1954 aveva messo fuori legge la segregazione razziale nelle scuole e nelle Forze Armate, ordinò alla Guardia Nazionale di scortare ogni giorno a scuola i nove ragazzi neri.Watts

Ventidue anni prima, a Harlem e a Detroit, altri scontri razziali, anch’essi feroci, oltre trenta i morti fra bianchi e neri. Commenti salaci di un nero riguardo a una ragazza bianca a Detroit avrebbero causato i gravi disordini e provocato le sommosse nere a Harlem. Di mezzo doveva esserci anche la questione bellica, visto che all’epoca dei fatti, il giugno del 1943, la vittoria degli Alleati non appariva poi tanto scontata, sebbene americani e inglesi a italiani e tedeschi avessero da poche settimane strappato il Nordafrica, sebbene nel Pacifico l’iniziativa si trovasse ora nelle mani del Generale MacArthur.  La verità si trovava davanti agli occhi di tutti: ‘fusti’ bianchi nel 1943 affollavano ancora le piscine pubbliche di New York, Chicago, Detroit; le spiagge della California, delle Caroline, della Virginia, della Florida. Come Coney Island.

Ma in guerra veniva mandato ogni afroamericano “idoneo” al servizio militare; un po’ come era già successo all’epoca della Grande Guerra. E come nell’estate del 1965 accadeva nel Vietnam, con l’inizio della escalation voluta sia dal Generale Westmoreland, sia dal leader nordvietnamita Ho Chi Minh e dal Generale nordvietnamita Giap, l’uomo che nel 1954 aveva sconfitto i francesi a Dien Bien Phu.

Era uno scandalo. Uno scandalo enorme, che nemmeno il celebre giornalista Walter Lippman (1889-1974) seppe afferrare e capire come aveva invece capito la fallimentare politica americana in Vietnam. L’America delle grandi libertà, libertà negava ai neri… Andava bene finchè Louis “Satchmo” Armstrong, Nat King Cole, Ella Fitzgerald, Billie Holiday, The Platters, The Isley Brothers, The Four Tops suonavano e cantavano per la delizia delle masse e anche dei bianchi ricchi; andava bene finchè sul ring furoreggiavano Joe Louis, Archie Moore, Floyd Patterson, Cassius Clay poi Mohammed Alì, ma che i neri non alzassero troppo la testa, non mettessero il capo fuori del sacco, non intrattenessero “strane” e “illecite” idee… Altrimenti, arrivava la mazzata, quella non solo intimidatoria, proterva; ma “anche” assassina coi linciaggi di neri che negli anni Sessanta ripresero in numero assai allarmante.

Il vizio era di fondo. Nasceva con la nascita stessa degli Stati Uniti d’America: i Padri Fondatori nella stesura della Costituzione decretarono che ogni uomo nasce libero, ma non nascevano “liberi” i neri, no, loro nascevano schiavi. Venivano al mondo già sottomessi, trovavano subito un padrone, in vari casi premuroso, perfino generoso, ma pur sempre un padrone con diritto di vita e di morte sui propri schiavi, sulle proprie schiave nere.

Questo mentre in Gran Bretagna il deputato William Wilberforce (1759-1833) si batteva come un leone per l’abolizione del commercio di schiavi africani e non solo africani, abolizione riconosciuta, sancita dalla Corona già nel 1807.

Ma gli schiavisti americani reagivano così, reagivano da bigotti: sbandieravano la Bibbia ed esclamavano, con volgare, scellerata, delizia, che “la Bibbia permette il possesso di schiavi, la Bibbia giustifica la schiavitù”. La Bibbia può dire quel che le pare (noi non le crediamo), ma il possesso di un essere umano da parte di un altro essere umano, crimine efferato è.

Watts, mezzo secolo fa. In America è l’epoca dei Beach Boys, degli Isley Brothers, delle Supremes, di Martha and the Vandellas, di Dionne Warwick, Joe Tex, Otis Redding, Wilson Pickett, Jimi Hendrix; dell’astro nascente chiamato Sidney Poitier, bello, distinto, affabile: l’anno dopo uscirà l’ormai leggendario “Indovina chi viene a cena stasera”, co-protagonisti Katharine Hepburn e Spencer Tracy.

Ci si illude che debba esser sempre così: i neri vanno bene, anzi, benissimo, come intrattenitori… Sia nella musica che nello sport. Cento anni dopo la fine della Guerra Civile fra Unione e Confederazione degli Stati del Sud, è ancora così: che i “niggers” non avanzino pretese.

Oggi, coi fatti di Ferguson e di altre località americane, sembra d’essere punto e a capo. S’è avuta una grossa tregua fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, il 4 novembre 2008 un nero, Barack Obama, è stato eletto Presidente degli Stati Uniti d’America. Ma ora il problema ritorna, riappare: sembra quasi una condanna, una persecuzione ai danni dei neri. Un nero non si ferma a un posto di blocco? Spesso la violazione è roba di poco conto, eppure c’è sempre il poliziotto, bianco, che apre il fuoco e che non sbaglia quasi mai la mira.

A quando un’altra Watts?

 

 

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