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Il Prof. Giovanni Scattone rinuncia alla cattedra e diventa Giovanni L’Assassino

La vicenda di Giovanni Scattone, condannato per l’omicidio di Marta Russo, la studentessa di 19 anni uccisa alla Sapienza il 9 Maggio 1997, e dissuaso da una “moral suasion collettiva” a rinunciare al ruolo di insegnante, pur avendo espiato la pena, pur riabilitato, ci dice, una volta di più, che in Italia la barbarie giuridica è preminente: oggi, dopo il processo, ieri, nel processo

Giovanni Scattone, Professore di ruolo (la nomenclatura aggiornata forse è diversa, ma ci siamo capiti), ha rinunciato alla cattedra dell’istituto professionale in cui avrebbe dovuto insegnare. Condannato per omicidio colposo nei confronti di Marta Russo, da qualche giorno era stato investito da ogni sorta di critica indiretta. Critiche allusive: certo, ha scontato la pena, però si può far insegnare psicologia a un assassino? Critiche velate: certo, era stato riabilitato, però ‘almeno’ l’interdizione dai pubblici uffici? Critiche ricattatorie: certo, era tra i legittimi destinatari della Legge di assegnazione definitiva delle cattedre, però chi è incensurato e rimane fuori? 

Per quanto indirette, evidentemente hanno fatta breccia nella coscienza assente di Giovanni Scattone “l’Assassino”; il quale ha così motivato la rinuncia: “se la coscienza mi dice, come mi ha sempre detto, di poter insegnare, la mancanza di serenità mi induce a rinunciare all’incarico per rispetto degli alunni che mi sono stati affidati”. Non male, per una coscienza inesistente.

Sì, perchè, Giovanni Scattone ha capito di essere non più un uomo, più o meno cosciente, ma semplicemente, irreversibilmente, un assassino: e con la certezza che solo il nostro magnifico Processo Penale e il nostro esemplare Ordine Giudiziario possono assicurare. Giovanni L’Assassino, pronto per la leggenda nera, come Ivàn Il Terribile, Jack Lo Squartatore e via così. Giustizia è fatta. Quasi, in verità: perchè, a voler essere precisi, misura per misura: sicchè un bel suicidio sarebbe l’ideale. Ma, dobbiamo pur sempre fingere di essere una comunità civile (una specie di Duca Vincenzo Collettivo), che deve saper distinguere Amos da un cannibale, come auspicherebbe Leo Strauss; perciò, titoli di coda ed happy end: è solo una scelta di “buon senso”, di “opportunità”, non imposta (mai sia) e tuttavia benvenuta. Ipocriti: fino alle midolla e oltre. 

Ma la vicenda ultima di Giovanni Scattone ci permette di tornare brevemente alla penultima, cioè al suo processo, alla sua condanna. Anzi, ai cinque processi. Perchè tanto limpide erano le prove, tanto certi erano i fatti, che alla condanna si è arrivati per consunzione.

Ma non tornerò alla sentenza di condanna per la quale un Procuratore Generale di Cassazione, chiedendone l’annullamento, volle dire: “Ci sono pagine che in uno Stato di diritto non vorrei mai leggere”; precisando che bisognava “gettare alle ortiche le dichiarazioni della Alletto e di Maria Chiara Lipari”, cioè dei testimoni (diciamo) posti al centro dell’accusa; nè vorrò tornare al videotape in cui proprio la testimone Alletto crollava in lacrime, scongiurando di non essere costretta a mentire contro gli indagati; o al “la prenderemo per omicida”, graziosamente sillabatole da un pubblico ministero, per sospingerla vieppiù verso la verità (e poi titolo di un libro); nè alle quindici traiettorie ipotizzate, fra piano terreno e primo piano, da cui poi si trascelse la famosa Aula n. 6 dell’Istituto di Filosofia del Diritto, sul cui davanzale, però, si rinvennero solo reperti pulviscolari, a “forte possibilità” di provenire da inquinamento atmosferico e non da polvere da sparo; nè sulla postura della vittima che, se fosse stata colpita dall’Aula 6, avrebbe dovuto tenere il capo chinato verso terra e verso sinistra, come cercando qualcosa (postura mai allusa da qualcuno), e non ritto e in avanti, come quando si cammina: ma così l’unica traiettoria possibile sarebbe dovuta provenire dal primo piano (bagno dei disabili di Statistica), dove mai Scattone potè dirsi fosse stato; e non voglio riandare nemmeno alla genesi delle testimonianze -Maria Chiara Lipari che, dicendo di essere entrata nell’Aula 6 ma di non aver visto Scattone, si sente rispondere dai pubblici ministeri che allora l’indiziata è lei; così indica altre persone, fra le quali la suddetta Alletto, che nega, e allora è lei l’indiziata, costretta alla performace del videotape; no, non tornerò a cose così. E manco a dirlo, tutti, CSM, ANM, stipendi e pensioni, sono rimasti dov’erano. Non occorre tornarci: perchè sono materiali sicuri e inossidabili, che verranno utili al tempo in cui in Italia si costruirà una giusta Colonna Infame.

Invece vorrei solo soffermarmi su una curiosità. Fu così equo e “diritto” quel processo, che qualcuno volle persino supporre una sorta di condanna “strategica”. Il Prof. Alberto Beretta Anguissola sostenne che la prima condanna (quella che pose le basi, per così dire) avrebbe inteso salvare i pubblici ministeri dai pasticci: giacchè, essendo contemporaneamente impegnati nelle indagini per l’omicidio del Prof. D’Antona, una clamorosa assoluzione li avrebbe indeboliti.

L’estensore della sentenza di condanna, il Dott. De Cataldo, noto scrittore di provvedimenti giudiziari e di romanzi, lo citò per danni: ma non si è mai saputo da dove mai il Prof. Beretta Anguissola avesse cavato simile ipotesi, perchè alla citazione l’attore rinunciò.

Il Dott. De Cataldo in uno dei suoi libri (In Giustizia, questo, una sorta di memoire) lepidamente liquidò l’ipotesi sul registro dell’assurdo: proponeva una teorica conversazione telefonica fra un ministro X o un Senatore Y, che più o meno dettavano l’immonda strategia. Assurdo, ovviamente. Sebbene, solo immaginare che l’innocenza di un imputato possa divenire oggetto di raccomandazione, come un voto di matematica o un appuntamento per la TAC, fa correre al passaporto.

Che il Prof. Anguissola, studioso di Marcel Proust, non pensasse al telefono? Ma a les intermittences du coeur, al palpitante moto verso la giustizia? Alla sfuggente, misteriosa ma necessaria vastità dell’onere interpretativo, per cui, con una pistola a canna lunga ma anche corta, silenziata ma anche no, arrugginita ma da troppo per essere quella, e che nessuno ha mai trovato, un giorno, Giovanni Scattone, per gioco, per sperimentare il delitto perfetto (e, a questo punto, proprio del buon Raskol’nikov dovremmo scordarci?), o per nessun motivo, divenne Giovanni l’Assassino? 

E Marta Russo?  E che c’entra, Marta Russo?

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