Cerca

Primo PianoPrimo Piano

Il discorso integrale di Papa Francesco al Congresso

di La VOCE di New York

Pubblichiamo nella sua versione integrale il discorso che questa mattina Papa Francesco ha tenuto al Congresso, una delle tappe ufficiali che hanno visto coinvolto il Santo Padre, un discorso potente e coinvolgente, in cui ha parlato di libertà al servizio della felicità e del progresso per tutti, giustizia sociale, pena di morte, nativi americani e migranti, concludendo con un "non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te"

Signor Vicepresidente,
Signor Presidente della Camera dei Rappresentanti,
Onorevoli Membri del Congresso,
Cari Amici,

Sono molto grato per il vostro invito a rivolgermi a questa Assemblea Plenaria del Congresso nella “terra dei liberi e casa dei valorosi”. Mi piace pensare che la ragione di ciò sia il fatto che io pure sono un figlio di questo grande continente, da cui tutti noi abbiamo ricevuto tanto e verso il quale condividiamo una comune responsabilità.

Ogni figlio o figlia di una determinata nazione ha una missione, una responsabilità personale e sociale. La vostra propria responsabilità come membri del Congresso è di permettere a questo Paese, grazie alla vostra attività legislativa, di crescere come nazione. Voi siete il volto di questo popolo, i suoi rappresentanti. Voi siete chiamati a salvaguardare e a garantire la dignità dei vostri concittadini nell’instancabile ed esigente perseguimento del bene comune, che è il fine di ogni politica.

Una società politica dura nel tempo quando si sforza, come vocazione, di soddisfare i bisogni comuni stimolando la crescita di tutti i suoi membri, specialmente quelli in situazione di maggiore vulnerabilità o rischio. L’attività legislativa è sempre basata sulla cura delle persone. A questo siete stati invitati, chiamati e convocati da coloro che vi hanno eletto.

Il vostro è un lavoro che mi fa riflettere sulla figura di Mosè, per due aspetti. Da una parte il patriarca e legislatore del popolo d’Israele simbolizza il bisogno dei popoli di mantenere vivo il loro senso di unità con gli strumenti di una giusta legislazione. Dall’altra, la figura di Mosè ci conduce direttamente a Dio e quindi alla dignità trascendente dell’essere umano. Mosè ci offre una buona sintesi del vostro lavoro: a voi viene richiesto di proteggere, con gli strumenti della legge, l’immagine e la somiglianza modellate da Dio su ogni volto umano.

Oggi vorrei rivolgermi non solo a voi, ma, attraverso di voi, all’intero popolo degli Stati Uniti. Qui, insieme con i suoi rappresentanti, vorrei cogliere questa opportunità per dialogare con le molte migliaia di uomini e di donne che si sforzano quotidianamente di fare un’onesta giornata di lavoro, di portare a casa il pane quotidiano, di risparmiare qualche soldo e – un passo alla volta – di costruire una vita migliore per le proprie famiglie. Sono uomini e donne che non si preoccupano semplicemente di pagare le tasse, ma, nel modo discreto che li caratterizza, sostengono la vita della società. Generano solidarietà con le loro attività e creano organizzazioni che danno una mano a chi ha più bisogno.

Vorrei anche entrare in dialogo con le numerose persone anziane che sono un deposito di saggezza forgiata dall’esperienza e che cercano in molti modi, specialmente attraverso il lavoro volontario, di condividere le loro storie e le loro esperienze. So che molti di loro sono pensionati, ma ancora attivi, e continuano a darsi da fare per costruire questo Paese. Desidero anche dialogare con tutti quei giovani che si impegnano per realizzare le loro grandi e nobili aspirazioni, che non sono sviati da proposte superficiali e che affrontano situazioni difficili, spesso come risultato dell’immaturità di tanti adulti. Vorrei dialogare con tutti voi, e desidero farlo attraverso la memoria storica del vostro popolo.

La mia visita capita in un momento in cui uomini e donne di buona volontà stanno celebrando gli anniversari di alcuni grandi Americani. Nonostante la complessità della storia e la realtà della debolezza umana, questi uomini e donne, con tutte le loro differenze e i loro limiti, sono stati capaci con duro lavoro e sacrificio personale – alcuni a costo della propria vita – di costruire un futuro migliore. Hanno dato forma a valori fondamentali che resteranno per sempre nello spirito del popolo americano. Un popolo con questo spirito può attraversare molte crisi, tensioni e conflitti, mentre sempre sarà in grado di trovare la forza per andare avanti e farlo con dignità. Questi uomini e donne ci offrono una possibilità di guardare e di interpretare la realtà. Nell’onorare la loro memoria, siamo stimolati, anche in mezzo a conflitti, nella concretezza del vivere quotidiano, ad attingere dalle nostre più profonde riserve culturali.

Vorrei menzionare quattro di questi Americani: Abraham Lincoln, Martin Luther King, Dorothy Day e Thomas Merton.

Quest’anno ricorre il centocinquantesimo anniversario dell’assassinio del Presidente Abraham Lincoln, il custode della libertà, che ha instancabilmente lavorato perché “questa nazione, con la protezione di Dio, potesse avere una nuova nascita di libertà”. Costruire un futuro di libertà richiede amore per il bene comune e collaborazione in uno spirito di sussidiarietà e solidarietà.

Siamo tutti pienamente consapevoli, ed anche profondamente preoccupati, per la inquietante l’odierna situazione sociale e politica del mondo. Il nostro mondo è sempre più un luogo di violenti conflitti, odi e brutali atrocità, commesse perfino in nome di Dio e della religione. Sappiamo che nessuna religione è immune da forme di inganno individuale o estremismo ideologico. Questo significa che dobbiamo essere particolarmente attenti ad ogni forma di fondamentalismo, tanto religioso come di ogni altro genere. È necessario un delicato equilibrio per combattere la violenza perpetrata nel nome di una religione, di un’ideologia o di un sistema economico, mentre si salvaguarda allo stesso tempo la libertà religiosa, la libertà intellettuale e le libertà individuali. Ma c’è un’altra tentazione da cui dobbiamo guardarci: il semplicistico riduzionismo che vede solo bene o male, o, se preferite, giusti e peccatori. Il mondo contemporaneo, con le sue ferite aperte che toccano tanti dei nostri fratelli e sorelle, richiede che affrontiamo ogni forma di polarizzazione che potrebbe dividerlo tra questi due campi. Sappiamo che nel tentativo di essere liberati dal nemico esterno, possiamo essere tentati di alimentare il nemico interno. Imitare l’odio e la violenza dei tiranni e degli assassini è il modo migliore di prendere il loro posto. Questo è qualcosa che voi, come popolo, rifiutate.

La nostra, invece, dev’essere una risposta di speranza e di guarigione, di pace e di giustizia. Ci è chiesto di fare appello al coraggio e all’intelligenza per risolvere le molte crisi economiche e geopolitiche di oggi. Perfino in un mondo sviluppato, gli effetti di strutture e azioni ingiuste sono fin troppo evidenti. I nostri sforzi devono puntare a restaurare la pace, rimediare agli errori, mantenere gli impegni, e così promuovere il benessere degli individui e dei popoli. Dobbiamo andare avanti insieme, come uno solo, in uno spirito rinnovato di fraternità e di solidarietà, collaborando generosamente per il bene comune.

Le sfide che oggi affrontiamo, richiedono un rinnovamento di questo spirito di collaborazione, che ha procurato tanto bene nella storia degli Stati Uniti. La complessità, la gravità e l’urgenza di queste sfide esigono che noi impieghiamo le nostre risorse e i nostri talenti, e che ci decidiamo a sostenerci vicendevolmente, con rispetto per le nostre differenze e per le nostre convinzioni di coscienza.

In questa terra, le varie denominazioni religiose hanno contribuito grandemente a costruire e a rafforzare la società. È importante che oggi, come nel passato, la voce della fede continui ad essere ascoltata, perché è una voce di fraternità e di amore, che cerca di far emergere il meglio in ogni persona e in ogni società. Tale cooperazione è una potente risorsa nella battaglia per eliminare le nuove forme globali di schiavitù, nate da gravi ingiustizie le quali possono essere superate solo grazie a nuove politiche e a nuove forme di consenso sociale.

Penso qui alla storia politica degli Stati Uniti, dove la democrazia è profondamente radicata nello spirito del popolo americano. Qualsiasi attività politica deve servire e promuovere il bene della persona umana ed essere basata sul rispetto per la dignità di ciascuno. “Consideriamo queste verità come per sé evidenti, cioè che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che tra questi ci sono la vita, la libertà e il perseguimento della felicità” (Dichiarazione di Indipendenza, 4 luglio 1776). Se la politica dev’essere veramente al servizio della persona umana, ne consegue che non può essere sottomessa al servizio dell’economia e della finanza. Politica è, invece, espressione del nostro insopprimibile bisogno di vivere insieme in unità, per poter costruire uniti il più grande bene comune: quello di una comunità che sacrifichi gli interessi particolari per poter condividere, nella giustizia e nella pace, i suoi benefici, i suoi interessi, la sua vita sociale. Non sottovaluto le difficoltà che questo comporta, ma vi incoraggio in questo sforzo.

Penso anche alla marcia che Martin Luther King ha guidato da Selma a Montgomery cinquant’anni fa come parte della campagna per conseguire il suo “sogno” di pieni diritti civili e politici per gli Afro-Americani. Quel sogno continua ad ispirarci. Mi rallegro che l’America continui ad essere, per molti, una terra di “sogni”. Sogni che conducono all’azione, alla partecipazione, all’impegno. Sogni che risvegliano ciò che di più profondo e di più vero si trova nella vita delle persone. Negli ultimi secoli, milioni di persone sono giunte in questa terra per rincorrere il proprio sogno di costruire un futuro in libertà. Noi, gente di questo continente, non abbiamo paura degli stranieri, perché molti di noi una volta eravamo stranieri. Vi dico questo come figlio di immigrati, sapendo che anche tanti di voi sono discendenti di immigrati. Tragicamente, i diritti di quelli che erano qui molto prima di noi non sono stati sempre rispettati. Per quei popoli e le loro nazioni, dal cuore della democrazia americana, desidero riaffermare la mia più profonda stima e considerazione. Quei primi contatti sono stati spesso turbolenti e violenti, ma è difficile giudicare il passato con i criteri del presente. Tuttavia, quando lo straniero in mezzo a noi ci interpella, non dobbiamo ripetere i peccati e gli errori del passato. Dobbiamo decidere ora di vivere il più nobilmente e giustamente possibile, così come educhiamo le nuove generazioni a non voltare le spalle al loro “prossimo” e a tutto quanto ci circonda. Costruire una nazione ci chiede di riconoscere che dobbiamo costantemente relazionarci agli altri, rifiutando una mentalità di ostilità per poterne adottare una di reciproca sussidiarietà, in uno sforzo costante di fare del nostro meglio. Ho fiducia che possiamo farlo.

Il nostro mondo sta fronteggiando una crisi di rifugiati di proporzioni tali che non si vedevano dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Questa realtà ci pone davanti grandi sfide e molte dure decisioni. Anche in questo continente, migliaia di persone sono spinte a viaggiare verso il Nord in cerca di migliori opportunità. Non è ciò che volevamo per i nostri figli? Non dobbiamo lasciarci spaventare dal loro numero, ma piuttosto vederle come persone, guardando i loro volti e ascoltando le loro storie, tentando di rispondere meglio che possiamo alle loro situazioni. Rispondere in un modo che sia sempre umano, giusto e fraterno. Dobbiamo evitare una tentazione oggi comune: scartare chiunque si dimostri problematico. Ricordiamo la Regola d’Oro: «Fai agli altri ciò che vorresti che gli altri facessero a te» (Mt 7,12).

Questa norma ci indica una chiara direzione. Trattiamo gli altri con la medesima passione e compassione con cui vorremmo essere trattati. Cerchiamo per gli altri le stesse possibilità che cerchiamo per noi stessi. Aiutiamo gli altri a crescere, come vorremmo essere aiutati noi stessi. In una parola, se vogliamo sicurezza, diamo sicurezza; se vogliamo vita, diamo vita; se vogliamo opportunità, provvediamo opportunità. La misura che usiamo per gli altri sarà la misura che il tempo userà per noi. La Regola d’Oro ci mette anche di fronte alla nostra responsabilità di proteggere e difendere la vita umana in ogni fase del suo sviluppo.

Questa convinzione mi ha portato, fin dall’inizio del mio ministero, a sostenere a vari livelli l’abolizione globale della pena di morte. Sono convinto che questa sia la via migliore, dal momento che ogni vita è sacra, ogni persona umana è dotata di una inalienabile dignità, e la società può solo beneficiare dalla riabilitazione di coloro che sono condannati per crimini.

Recentemente i miei fratelli Vescovi qui negli Stati Uniti hanno rinnovato il loro appello per l’abolizione della pena di morte. Io non solo li appoggio, ma offro anche sostegno a tutti coloro che sono convinti che una giusta e necessaria punizione non deve mai escludere la dimensione della speranza e l’obiettivo della riabilitazione.

In questi tempi in cui le preoccupazioni sociali sono così importanti, non posso mancare di menzionare la serva di Dio Dorothy Day, che ha fondato il Catholic Worker Movement. Il suo impegno sociale, la sua passione per la giustizia e per la causa degli oppressi, erano ispirati dal Vangelo, dalla sua fede e dall’esempio dei santi.

Quanto cammino è stato fatto in questo campo in tante parti del mondo! Quanto è stato fatto in questi primi anni del terzo millennio per far uscire la gente dalla povertà estrema! So che voi condividete la mia convinzione che va fatto ancora molto di più, e che in tempi di crisi e di difficoltà economica non si deve perdere lo spirito di solidarietà globale. Allo stesso tempo desidero incoraggiarvi a non dimenticare tutte quelle persone intorno a noi, intrappolate nel cerchio della povertà. Anche a loro c’è bisogno di dare speranza. La lotta contro la povertà e la fame dev’essere combattuta costantemente su molti fronti, specialmente nelle sue cause. So che molti americani oggi, come in passato, stanno lavorando per affrontare questo problema.

Va da sé che parte di questo grande sforzo sta nella creazione e distribuzione della ricchezza. Il corretto uso delle risorse naturali, l’appropriata applicazione della tecnologia e la capacità di ben orientare lo spirito imprenditoriale, sono elementi essenziali di un’economia che cerca di essere moderna, inclusiva e sostenibile. «L’attività imprenditoriale, che è una nobile vocazione, orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti, può essere un modo molto fecondo per promuovere la regione in cui colloca le sue attività, soprattutto se comprende che la creazione di posti di lavoro è parte imprescindibile del suo servizio al bene comune» (Enc. Laudato si’, 129). Questo bene comune include anche la terra, tema centrale dell’Enciclica che ho recentemente scritto, per «entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune» (ibid., 3). «Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti» (ibid., 14).

Nell’Enciclica Laudato si’ esorto ad uno sforzo coraggioso e responsabile per «cambiare rotta» (ibid., 61) ed evitare gli effetti più seri del degrado ambientale causato dall’attività umana. Sono convinto che possiamo fare la differenza e non ho dubbi che gli Stati Uniti – e questo Congresso – hanno un ruolo importante da giocare. Ora è il momento di azioni coraggiose e strategie dirette a implementare una «cultura della cura» (ibid., 231) e «un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura» (ibid., 139).  Abbiamo la libertà necessaria per limitare e orientare la tecnologia (cfr ibid., 112), per individuare modi intelligenti di «orientare, coltivare e limitare il nostro potere» (ibid., 78) e mettere la tecnologia «al servizio di un altro tipo di progresso, più sano, più umano, più sociale e più integrale» (ibid., 112). Al riguardo, ho fiducia che le istituzioni americane di ricerca e accademiche potranno dare un contributo vitale negli anni a venire.

Un secolo fa, all’inizio della Grande Guerra, che il Papa Benedetto XV definì “inutile strage”, nasceva un altro straordinario Americano: il monaco cistercense Thomas Merton. Egli resta una fonte di ispirazione spirituale e una guida per molte persone. Nella sua autobiografia scrisse: “Sono venuto nel mondo. Libero per natura, immagine di Dio, ero tuttavia prigioniero della mia stessa violenza e del mio egoismo, a immagine del mondo in cui ero nato. Quel mondo era il ritratto dell’Inferno, pieno di uomini come me, che amano Dio, eppure lo odiano; nati per amarlo, ma che vivono nella paura di disperati e contraddittori desideri”.  Merton era anzitutto uomo di preghiera, un pensatore che ha sfidato le certezze di questo tempo e ha aperto nuovi orizzonti per le anime e per la Chiesa. Egli fu anche uomo di dialogo, un promotore di pace tra popoli e religioni.

In questa prospettiva di dialogo, vorrei riconoscere gli sforzi fatti nei mesi recenti per cercare di superare le storiche differenze legate a dolorosi episodi del passato. È mio dovere costruire ponti e aiutare ogni uomo e donna, in ogni possibile modo, a fare lo stesso. Quando nazioni che erano state in disaccordo riprendono la via del dialogo – un dialogo che potrebbe essere stato interrotto per le ragioni più valide – nuove opportunità si aprono per tutti. Questo ha richiesto, e richiede, coraggio e audacia, che non vuol dire irresponsabilità. Un buon leader politico è uno che, tenendo presenti gli interessi di tutti, coglie il momento con spirito di apertura e senso pratico. Un buon leader politico opta sempre per «iniziare processi più che possedere spazi» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 222-223).

Essere al servizio del dialogo e della pace significa anche essere veramente determinati a ridurre e, nel lungo termine, a porre fine ai molti conflitti armati in tutto il mondo. Qui dobbiamo chiederci: perché armi mortali sono vendute a coloro che pianificano di infliggere indicibili sofferenze a individui e società? Purtroppo, la risposta, come tutti sappiamo, è semplicemente per denaro: denaro che è intriso di sangue, spesso del sangue innocente. Davanti a questo vergognoso e colpevole silenzio, è nostro dovere affrontare il problema e fermare il commercio di armi.

Tre figli e una figlia di questa terra, quattro individui e quattro sogni: Lincoln, libertà; Martin Luther King, libertà nella pluralità e non-esclusione; Dorothy Day, giustizia sociale e diritti delle persone; e Thomas Merton, capacità di dialogo e di apertura a Dio.

Quattro rappresentanti del Popolo americano.

Terminerò la mia visita nella vostra terra a Filadelfia, dove prenderò parte all’Incontro Mondiale delle Famiglie. È mio desiderio che durante tutta la mia visita la famiglia sia un tema ricorrente. Quanto essenziale è stata la famiglia nella costruzione di questo Paese! E quanto merita ancora il nostro sostegno e il nostro incoraggiamento! Eppure non posso nascondere la mia preoccupazione per la famiglia, che è minacciata, forse come mai in precedenza, dall’interno e dall’esterno. Relazioni fondamentali sono state messe in discussione, come anche la base stessa del matrimonio e della famiglia. Io posso solo riproporre l’importanza e, soprattutto, la ricchezza e la bellezza della vita familiare.

In particolare, vorrei richiamare l’attenzione su quei membri della famiglia che sono i più vulnerabili, i giovani. Per molti di loro si profila un futuro pieno di tante possibilità, ma molti altri sembrano disorientati e senza meta, intrappolati in un labirinto senza speranza, segnato da violenze, abusi e disperazione. I loro problemi sono i nostri problemi. Non possiamo evitarli. È necessario affrontarli insieme, parlarne e cercare soluzioni efficaci piuttosto che restare impantanati nelle discussioni. A rischio di banalizzare, potremmo dire che viviamo in una cultura che spinge i giovani a non formare una famiglia, perché mancano loro possibilità per il futuro. Ma questa stessa cultura presenta ad altri così tante opzioni che anch’essi sono dissuasi dal formare una famiglia.

Una nazione può essere considerata grande quando difende la libertà, come ha fatto Lincoln; quando promuove una cultura che consenta alla gente di “sognare” pieni diritti per tutti i propri fratelli e sorelle, come Martin Luther King ha cercato di fare; quando lotta per la giustizia e la causa degli oppressi, come Dorothy Day ha fatto con il suo instancabile lavoro, frutto di una fede che diventa dialogo e semina pace nello stile contemplativo di Thomas Merton.

In queste note ho cercato di presentare alcune delle ricchezze del vostro patrimonio culturale, dello spirito del popolo americano. Il mio auspicio è che questo spirito continui a svilupparsi e a crescere, in modo che il maggior numero possibile di giovani possa ereditare e dimorare in una terra che ha ispirato così tante persone a sognare.

Dio benedica l’America!

 


In English

Mr. Vice-President,
Mr. Speaker,
Honorable Members of Congress,
Dear Friends,

I am most grateful for your invitation to address this Joint Session of Congress in “the land of the free and the home of the brave”. I would like to think that the reason for this is that I too am a son of this great continent, from which we have all received so much and toward which we share a common responsibility.

Each son or daughter of a given country has a mission, a personal and social responsibility. Your own responsibility as members of Congress is to enable this country, by your legislative activity, to grow as a nation. You are the face of its people, their representatives. You are called to defend and preserve the dignity of your fellow citizens in the tireless and demanding pursuit of the common good, for this is the chief aim of all politics. A political society endures when it seeks, as a vocation, to satisfy common needs by stimulating the growth of all its members, especially those in situations of greater vulnerability or risk. Legislative activity is always based on care for the people. To this you have been invited, called and convened by those who elected you.

Yours is a work which makes me reflect in two ways on the figure of Moses. On the one hand, the patriarch and lawgiver of the people of Israel symbolizes the need of peoples to keep alive their sense of unity by means of just legislation. On the other, the figure of Moses leads us directly to God and thus to the transcendent dignity of the human being. Moses provides us with a good synthesis of your work: you are asked to protect, by means of the law, the image and likeness fashioned by God on every human face.

Today I would like not only to address you, but through you the entire people of the United States. Here, together with their representatives, I would like to take this opportunity to dialogue with the many thousands of men and women who strive each day to do an honest day’s work, to bring home their daily bread, to save money and –one step at a time – to build a better life for their families. These are men and women who are not concerned simply with paying their taxes, but in their own quiet way sustain the life of society. They generate solidarity by their actions, and they create organizations which offer a helping hand to those most in need.

I would also like to enter into dialogue with the many elderly persons who are a storehouse of wisdom forged by experience, and who seek in many ways, especially through volunteer work, to share their stories and their insights. I know that many of them are retired, but still active; they keep working to build up this land. I also want to dialogue with all those young people who are working to realize their great and noble aspirations, who are not led astray by facile proposals, and who face difficult situations, often as a result of immaturity on the part of many adults. I wish to dialogue with all of you, and I would like to do so through the historical memory of your people.

My visit takes place at a time when men and women of good will are marking the anniversaries of several great Americans. The complexities of history and the reality of human weakness notwithstanding, these men and women, for all their many differences and limitations, were able by hard work and self-sacrifice – some at the cost of their lives – to build a better future. They shaped fundamental values which will endure forever in the spirit of the American people. A people with this spirit can live through many crises, tensions and conflicts, while always finding the resources to move forward, and to do so with dignity. These men and women offer us a way of seeing and interpreting reality. In honoring their memory, we are inspired, even amid conflicts, and in the here and now of each day, to draw upon our deepest cultural reserves.

I would like to mention four of these Americans: Abraham Lincoln, Martin Luther King, Dorothy Day and Thomas Merton.

This year marks the one hundred and fiftieth anniversary of the assassination of President Abraham Lincoln, the guardian of liberty, who labored tirelessly that “this nation, under God, [might] have a new birth of freedom”. Building a future of freedom requires love of the common good and cooperation in a spirit of subsidiarity and solidarity.

All of us are quite aware of, and deeply worried by, the disturbing social and political situation of the world today. Our world is increasingly a place of violent conflict, hatred and brutal atrocities, committed even in the name of God and of religion. We know that no religion is immune from forms of individual delusion or ideological extremism. This means that we must be especially attentive to every type of fundamentalism, whether religious or of any other kind. A delicate balance is required to combat violence perpetrated in the name of a religion, an ideology or an economic system, while also safeguarding religious freedom, intellectual freedom and individual freedoms. But there is another temptation which we must especially guard against: the simplistic reductionism which sees only good or evil; or, if you will, the righteous and sinners. The contemporary world, with its open wounds which affect so many of our brothers and sisters, demands that we confront every form of polarization which would divide it into these two camps. We know that in the attempt to be freed of the enemy without, we can be tempted to feed the enemy within. To imitate the hatred and violence of tyrants and murderers is the best way to take their place. That is something which you, as a people, reject.

Our response must instead be one of hope and healing, of peace and justice. We are asked to summon the courage and the intelligence to resolve today’s many geopolitical and economic crises. Even in the developed world, the effects of unjust structures and actions are all too apparent. Our efforts must aim at restoring hope, righting wrongs, maintaining commitments, and thus promoting the well-being of individuals and of peoples. We must move forward together, as one, in a renewed spirit of fraternity and solidarity, cooperating generously for the common good.

The challenges facing us today call for a renewal of that spirit of cooperation, which has accomplished so much good throughout the history of the United States. The complexity, the gravity and the urgency of these challenges demand that we pool our resources and talents, and resolve to support one another, with respect for our differences and our convictions of conscience.

In this land, the various religious denominations have greatly contributed to building and strengthening society. It is important that today, as in the past, the voice of faith continue to be heard, for it is a voice of fraternity and love, which tries to bring out the best in each person and in each society. Such cooperation is a powerful resource in the battle to eliminate new global forms of slavery, born of grave injustices which can be overcome only through new policies and new forms of social consensus.

Here I think of the political history of the United States, where democracy is deeply rooted in the mind of the American people. All political activity must serve and promote the good of the human person and be based on respect for his or her dignity. “We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable rights, that among these are life, liberty and the pursuit of happiness” (Declaration of Independence, 4 July 1776). If politics must truly be at the service of the human person, it follows that it cannot be a slave to the economy and finance. Politics is, instead, an expression of our compelling need to live as one, in order to build as one the greatest common good: that of a community which sacrifices particular interests in order to share, in justice and peace, its goods, its interests, its social life. I do not underestimate the difficulty that this involves, but I encourage you in this effort.

Here too I think of the march which Martin Luther King led from Selma to Montgomery fifty years ago as part of the campaign to fulfill his “dream” of full civil and political rights for African Americans. That dream continues to inspire us all. I am happy that America continues to be, for many, a land of “dreams”. Dreams which lead to action, to participation, to commitment. Dreams which awaken what is deepest and truest in the life of a people.

In recent centuries, millions of people came to this land to pursue their dream of building a future in freedom. We, the people of this continent, are not fearful of foreigners, because most of us were once foreigners. I say this to you as the son of immigrants, knowing that so many of you are also descended from immigrants. Tragically, the rights of those who were here long before us were not always respected. For those peoples and their nations, from the heart of American democracy, I wish to reaffirm my highest esteem and appreciation. Those first contacts were often turbulent and violent, but it is difficult to judge the past by the criteria of the present. Nonetheless, when the stranger in our midst appeals to us, we must not repeat the sins and the errors of the past. We must resolve now to live as nobly and as justly as possible, as we educate new generations not to turn their back on our “neighbors” and everything around us. Building a nation calls us to recognize that we must constantly relate to others, rejecting a mindset of hostility in order to adopt one of reciprocal subsidiarity, in a constant effort to do our best. I am confident that we can do this.

Our world is facing a refugee crisis of a magnitude not seen since the Second World War. This presents us with great challenges and many hard decisions. On this continent, too, thousands of persons are led to travel north in search of a better life for themselves and for their loved ones, in search of greater opportunities. Is this not what we want for our own children? We must not be taken aback by their numbers, but rather view them as persons, seeing their faces and listening to their stories, trying to respond as best we can to their situation. To respond in a way which is always humane, just and fraternal. We need to avoid a common temptation nowadays: to discard whatever proves troublesome. Let us remember the Golden Rule: “Do unto others as you would have them do unto you” (Mt 7:12).

This Rule points us in a clear direction. Let us treat others with the same passion and compassion with which we want to be treated. Let us seek for others the same possibilities which we seek for ourselves. Let us help others to grow, as we would like to be helped ourselves. In a word, if we want security, let us give security; if we want life, let us give life; if we want opportunities, let us provide opportunities. The yardstick we use for others will be the yardstick which time will use for us. The Golden Rule also reminds us of our responsibility to protect and defend human life at every stage of its development.

This conviction has led me, from the beginning of my ministry, to advocate at different levels for the global abolition of the death penalty. I am convinced that this way is the best, since every life is sacred, every human person is endowed with an inalienable dignity, and society can only benefit from the rehabilitation of those convicted of crimes. Recently my brother bishops here in the United States renewed their call for the abolition of the death penalty. Not only do I support them, but I also offer encouragement to all those who are convinced that a just and necessary punishment must never exclude the dimension of hope and the goal of rehabilitation.

In these times when social concerns are so important, I cannot fail to mention the Servant of God Dorothy Day, who founded theCatholic Worker Movement. Her social activism, her passion for justice and for the cause of the oppressed, were inspired by the Gospel, her faith, and the example of the saints.

How much progress has been made in this area in so many parts of the world! How much has been done in these first years of the third millennium to raise people out of extreme poverty! I know that you share my conviction that much more still needs to be done, and that in times of crisis and economic hardship a spirit of global solidarity must not be lost. At the same time I would encourage you to keep in mind all those people around us who are trapped in a cycle of poverty. They too need to be given hope. The fight against poverty and hunger must be fought constantly and on many fronts, especially in its causes. I know that many Americans today, as in the past, are working to deal with this problem.

It goes without saying that part of this great effort is the creation and distribution of wealth. The right use of natural resources, the proper application of technology and the harnessing of the spirit of enterprise are essential elements of an economy which seeks to be modern, inclusive and sustainable. “Business is a noble vocation, directed to producing wealth and improving the world. It can be a fruitful source of prosperity for the area in which it operates, especially if it sees the creation of jobs as an essential part of its service to the common good” (Laudato Si’, 129). This common good also includes the earth, a central theme of the encyclical which I recently wrote in order to “enter into dialogue with all people about our common home” (ibid., 3). “We need a conversation which includes everyone, since the environmental challenge we are undergoing, and its human roots, concern and affect us all” (ibid., 14).

In Laudato Si’, I call for a courageous and responsible effort to “redirect our steps” (ibid., 61), and to avert the most serious effects of the environmental deterioration caused by human activity. I am convinced that we can make a difference and I have no doubt that the United States – and this Congress – have an important role to play. Now is the time for courageous actions and strategies, aimed at implementing a “culture of care” (ibid., 231) and “an integrated approach to combating poverty, restoring dignity to the excluded, and at the same time protecting nature” (ibid., 139). “We have the freedom needed to limit and direct technology” (ibid., 112); “to devise intelligent ways of… developing and limiting our power” (ibid., 78); and to put technology “at the service of another type of progress, one which is healthier, more human, more social, more integral” (ibid., 112). In this regard, I am confident that America’s outstanding academic and research institutions can make a vital contribution in the years ahead.

A century ago, at the beginning of the Great War, which Pope Benedict XV termed a “pointless slaughter”, another notable American was born: the Cistercian monk Thomas Merton. He remains a source of spiritual inspiration and a guide for many people. In his autobiography he wrote: “I came into the world. Free by nature, in the image of God, I was nevertheless the prisoner of my own violence and my own selfishness, in the image of the world into which I was born. That world was the picture of Hell, full of men like myself, loving God, and yet hating him; born to love him, living instead in fear of hopeless self-contradictory hungers”. Merton was above all a man of prayer, a thinker who challenged the certitudes of his time and opened new horizons for souls and for the Church. He was also a man of dialogue, a promoter of peace between peoples and religions.

From this perspective of dialogue, I would like to recognize the efforts made in recent months to help overcome historic differences linked to painful episodes of the past. It is my duty to build bridges and to help all men and women, in any way possible, to do the same. When countries which have been at odds resume the path of dialogue – a dialogue which may have been interrupted for the most legitimate of reasons – new opportunities open up for all. This has required, and requires, courage and daring, which is not the same as irresponsibility. A good political leader is one who, with the interests of all in mind, seizes the moment in a spirit of openness and pragmatism. A good political leader always opts to initiate processes rather than possessing spaces (cf. Evangelii Gaudium, 222-223).

Being at the service of dialogue and peace also means being truly determined to minimize and, in the long term, to end the many armed conflicts throughout our world. Here we have to ask ourselves: Why are deadly weapons being sold to those who plan to inflict untold suffering on individuals and society? Sadly, the answer, as we all know, is simply for money: money that is drenched in blood, often innocent blood. In the face of this shameful and culpable silence, it is our duty to confront the problem and to stop the arms trade.

Three sons and a daughter of this land, four individuals and four dreams: Lincoln, liberty; Martin Luther King, liberty in plurality and non-exclusion; Dorothy Day, social justice and the rights of persons; and Thomas Merton, the capacity for dialogue and openness to God.

Four representatives of the American people.

I will end my visit to your country in Philadelphia, where I will take part in the World Meeting of Families. It is my wish that throughout my visit the family should be a recurrent theme. How essential the family has been to the building of this country! And how worthy it remains of our support and encouragement! Yet I cannot hide my concern for the family, which is threatened, perhaps as never before, from within and without. Fundamental relationships are being called into question, as is the very basis of marriage and the family. I can only reiterate the importance and, above all, the richness and the beauty of family life.

In particular, I would like to call attention to those family members who are the most vulnerable, the young. For many of them, a future filled with countless possibilities beckons, yet so many others seem disoriented and aimless, trapped in a hopeless maze of violence, abuse and despair. Their problems are our problems. We cannot avoid them. We need to face them together, to talk about them and to seek effective solutions rather than getting bogged down in discussions. At the risk of oversimplifying, we might say that we live in a culture which pressures young people not to start a family, because they lack possibilities for the future. Yet this same culture presents others with so many options that they too are dissuaded from starting a family.

A nation can be considered great when it defends liberty as Lincoln did, when it fosters a culture which enables people to “dream” of full rights for all their brothers and sisters, as Martin Luther King sought to do; when it strives for justice and the cause of the oppressed, as Dorothy Day did by her tireless work, the fruit of a faith which becomes dialogue and sows peace in the contemplative style of Thomas Merton.

In these remarks I have sought to present some of the richness of your cultural heritage, of the spirit of the American people. It is my desire that this spirit continue to develop and grow, so that as many young people as possible can inherit and dwell in a land which has inspired so many people to dream.

God bless America!

 

Guarda il discorso di Papa Francesco al Congresso (al minuto 1:16 l'entrata di Papa Francesco)>>

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter