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Giancarlo Siani e lo sbando sui fatti

L'omicidio di Giancarlo Siani, giornalista assassinato il 23 settembre 1985 a Napoli

L'omicidio di Giancarlo Siani, giornalista assassinato il 23 settembre 1985 a Napoli

Come mistificare attorno alla figura di Giancarlo Siani, il giornalista napoletano ucciso barbaramente dalla Camorra nel settembre del 1985 senza voler davvero capire: lo ha fatto prima la magistratura, oggi ravvedutasi con una nuova inchiesta. Lo perpetrano oggi i media. Finalmente dall'inchiesta del giornalista Roberto Paolo arriva un prezioso aiuto 

C'è un articolo di Giancarlo Siani che è quello solitamente ricordato sui quotidiani, postato sui social e scandito a più voci, quello del 10 giugno 1985, dal titolo «Camorra: gli equilibri del dopo-Gionta», come quello che «ha decretato la condanna a morte dalla Camorra». E poi c'è un altro articolo che, insieme a tante altre cose fatte emergere dal vice direttore del quotidiano Roma, Roberto Paolo, nella sua inchiesta, sta riscrivendo la storia processuale di quella morte assurda ( assurda per la giovane età e la ferocia usata) e organizzata che è stata quella di Siani, quando due giovani killer lo aspettano sotto la sua  abitazione, in una traversa privata dalla quale si può accedere direttamente in Piazza Leonardo, nel rione Vomero: il guscio da cui oggi i suoi abitanti, come un servizio di La7 ha raccontato generalizzando un po' qualche giorno fa non escono. L'articolo scomparso del 5 aprile 1985, il cui titolo era: «Disoccupati, si indaga su una cooperativa», è parte integrante di un capitolo del libro Il Caso non è chiuso. La verità sull'omicidio Siani (Castelvecchi 2014) scritto da Roberto Paolo e da lui indicato come l'articolo esplosivo, senza additarlo per forza come il nuovo movente,  ma come una possibile altra pista che potrebbe riscrivere quel 23 settembre del 1985. Giancarlo da quel «guscio» usciva ogni giorno, e andava con la sua Mehari verde a Torre Annunziata a riferire come la Camorra decimava gli abitanti del comune campano a suon di droga e raffiche di fuoco,  ma anche come i politici e la Nuova Famiglia del clan Nuvoletta si spartivano la zona. Pista, quest'ultima, a metà fra politica e criminalità organizzata che oggi leggiamo sempre più spesso insita nelle dinamiche italiane dal nord al sud dello Stivale, ma che allora fu abbandonata dalla magistratura. Oggi quella inchiesta, da cui anche il bellissimo film Fort Apasc ha preso alcuni stralci, ricostruendo l'impegno e la morte del giovane cronista campano, sta per essere completamente ribaltata grazie a un lavoro duro e certosino del vicedirettore del Roma

Ecco come attaccava Siano quell'articolo, mai riportato da altri, né inserito nelle ultime due raccolte di cronache e inchieste uscite per ricordare l'impegno di Siani: «Giancarlo Siani, le parole di una vita (distribuito dal Sole24 nella collana Ora legale),  e «Fatti di Camorra» (Iod Edizioni, 2015) a cui è stato dato simbolicamente proprio il premio giornalistico intitolato a suo nome: Siani

«Avviata dalla magistratura un'inchiesta su una cooperativa di disoccupati. L'altra mattina gli agenti del commissariato di polizia hanno sequestrato atti e registri della cooperativa «Tecnologia avanzata» che raggruppa i disoccupati storici della città». 

Il pezzo di Siani continuava con i dati raccolti dalla delibera comunale che aveva stanziato  due miliardi del tempo in soccorso alla cooperativa, e adombrava, riportando la lotta dei disoccupati torresi, un sospetto legame con le liste degli ex detenuti formatesi a Napoli e che potevano essere al centro di interessi per appalti e consorterie.  Concludeva, infatti, l'articolo Siani: «Sullo sfondo delle indagini il pericolo che la camorra potesse inserirsi in questa operazione e pilotare l'iniziativa». Ancora una volta sistemi criminali e politica creavano il mix per perpetrare l'influenza della criminalità organizzata sul territorio, ieri come oggi. Se questo nuovo elemento sarà determinante o comunque importante per capire quali altri clan fossero coinvolti nell'omicidio del giornalista (solo il clan Nuvoletta, di cui sei mandanti e autori dell'omicidio erano appartenenti, sono a oggi riconosciuti colpevoli, a eccezione di uno, affiliato al clan Gionta, a loro volta sodale dei Nuvoletta) o se ci fosse stato anche un avvallo politico, lo valuteranno le nuove indagini della magistratura. Intanto i fatti sembrano sempre di più essere cosa a sé stante dal racconto e dalle celebrazioni avvenute i giorni precedenti e successivi  il trentennale, se al posto di ricordare Siani, come ha stigmatizzato lo stesso Roberto Paolo in un suo articolo del 25 settembre poi riportato sull'on line«Giancarlo Siani e la memoria tradita. Trentennale tra errori, omissioni e silenzi», si continua a esempio a scrivere per errore che la commemorazione si è tenuta in un luogo, ossia le Rampe Siani, diverso da quello reale, e sbagliando totalmente: perché il giornalista fu freddato, morendo subito sul colpo di sera, proprio nell'attuale Via Romaniello intitolata al musicista Vincenzo, allora chiamata viale di Villa Maio. A sbandare su questo fatto fondamentale è proprio Il Mattino, giornale in cui Siani era suo malgrado abusivo, il 24 settembre scorso con una didascalia alla foto: «Rampe Siani. La cerimonia sul luogo dove venne ucciso» che accompagnava il pezzo.  Nessuno tra sindaco e fanfare ha ricordato  invece Via Romaniello. Il Mattino è lo stesso quotidiano che all'epoca al posto di aprire il giornale sull'agguato al suo giornalista, come ricorda Roberto Paolo nel suo libro: «dedicò all'omicidio del suo cronista il titolo di spalla a sei colonne, con un breve fondo del direttore Pasquale Nonno intitolato «Vogliamo sapere» e due pagine all'interno ma nella cronaca cittadina». In fondo era stato assassinato «solo» un giovane apprendista. 

All'indomani del feroce omicidio, l'allora capo del governo, Bettino Craxi, insieme ad altri politici e al Presidente picconatore Francesco Cossiga, avevano rivolto  tutti un pensiero pubblico alla famiglia di Giancarlo Siani. Le fanfare iniziarono subito, la resa dei conti  con i fatti, invece, l'unica che può portare vero rispetto al giornalista morto ammazzato, è ancora di là da venire. Sono solo trent'anni. 

 

*Ringraziamo il collega Roberto Paolo per averci inviato il ritaglio di cronaca del 10 giugno 1985 direttamente dal suo archivio e ricordiamo che Paolo ha donato all'associazione lametina Trame Festival gran parte del materiale giudiziario con il quale ha condotto la sua inchiesta. Materiale disponibile per la visione al link del sito dell'associazione 

 

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