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Pena di morte: la barbarie dell’America

Con l'esecuzione di Kelly Renee Gissendaner, lo stato della Georgia ha  "giustiziato" la prima donna negli ultimi settant'anni ignorando le richieste di clemenza giunte da molti oppositori della pena di morte tra i quali Papa Francesco. Mentre alla donna, accusata di essere la mandante dell'omicidio del marito, è stata inflitta la pena capitale, l'esecutore materiale del delitto se l'è cavata con l'ergastolo

Nome: Kelly Renee Gissendaner; anni: 47; accusa: mandante del delitto del marito Douglas, ucciso il 7 febbraio 1997; movente: incassare l’assicurazione sulla vita della vittima; verdetto: colpevole; condanna: pena di morte.

Il delitto è eseguito materialmente dall’amante Gregory Owen che “patteggia” la possibile condanna a morte con una condanna all’ergastolo confessando l’omicidio e testimoniando contro la donna.

Elemento importante: la vittima, Douglas Gissendaner è bianco; come Kelly Renee. Elemento importante perché solitamente negli Stati Uniti funziona così: se un nero uccide un bianco può finire “giustiziato”; se un nero uccide un nero, ci sono possibilità che non sia “giustiziato”; se un bianco uccide un bianco, può finire “giustiziato”; se un bianco uccide un nero ci sono possibilità che non sia “giustiziato”. E’, in altre parole, il colore della pelle dell’assassinato che “pesa”, più di quella dell’assassino.

Il “caso” Gissendaner ha una sua specificità: è la prima donna “giustiziata” nello stato della Georgia, in settant’anni. In suo favore si pronuncia l’arcivescovo Carlo Maria Vigano, Nunzio Apostolico negli Stati Uniti latore di una richiesta di clemenza di papa Bergoglio, che scongiura che la condanna a morte sia commutata “in una che esprima meglio sia la giustizia che la misericordia”. I figli dicono di averla perdonata; di per sé la cosa non è rilevante: è comunque un paradosso che la donna sia condannata a morte per essere stata la mandante di un delitto e chi il delitto l’ha commesso se la cavi con una condanna all’ergastolo che, pare, neppure sconterà, perché si dice che sarà liberato tra otto anni: per la sua buona condotta e la sua “collaborazione”.

La Georgia fa parte della cosiddetta Sun Belt, quindici stati che dalla costa atlantica a quella pacifica raggruppano gli Stati meridionali del paese: tredici dei quali governati dai repubblicani. La Georgia non sfugge alla regola: il settantatreenne John Nathan Deal, democratico, nel 1995 decide di abbandonare il suo partito e di passare ai repubblicani, e con il GOP diventa governatore dello stato.

In Georgia l’83 per cento degli abitanti si dichiara cristiano dei quali il 76 per cento sono protestanti tra Battisti, Metodisti, Presbiteriani, Pentecostali; e circa il 9 per cento sono cattolici. Diciamo che le parole di un pontefice romano, in Georgia hanno poco ascolto.

La Corte Suprema degli Stati Uniti respinge tre volte gli appelli presentati dai legali della donna. L’altro giorno la donna è stata “giustiziata” con una iniezione di Pentobarbital. E’ la terza persona “giustiziata” quest’anno in Georgia, la cinquantottesima da quando, nel 1983, lo stato ha ripreso le esecuzioni; la ventunesima esecuzione negli Stati Uniti, dall’inizio dell’anno.

Attualmente sono una sessantina le donne rinchiuse nel braccio della morte. Per chi ama le cifre e le statistiche: ne sono state “giustiziate” quindici, a fronte di 1.400 uomini da quando nel 1976 la Corte Suprema ha ripristinato la pena di morte; nell’ultimo secolo, le donne “giustiziate” sono una quarantina; a partire dal diciassettesimo secolo, 1.400. Molti degli omicidi compiuti da donne hanno come movente il tentativo di intascare l polizza di assicurazione del marito.

Pena di morte, tortura e anche ergastolo: chi vuole trovare argomenti contro questi tre modi di "amministrare" la giustizia non ha che da leggere i Vangeli o Cesare Beccaria o anche Fedor Dostoevskij…

Si possono addurre una quantità di argomenti, di mente e di cuore, di ragione e di sentimento; alla fine c’è solo da dire: si tratta di infamie. Non c’è da discuterne.

Si dovrebbe far nostra la proposta di Alberto Savinio: fare del giorno in cui la pena di morte è stata abolita in Italia, una giornata di festa da celebrare.

E questo proprio perché accade spesso di sentire tra le persone comuni che ci dovrebbero essere condanne esemplari ed estreme, definitive: antidoto per il senso di insicurezza diffuso, che con discreta abilità viene alimentato perché non c’è nulla di meglio per ottenere consenso, della “politica della paura”. In Italia, e ovunque.

Così si vuol far credere che la pena di morte sia un rimedio tanto estremo quanto efficace invece sappiamo o almeno, dovremmo sapere che la pena di morte altro non è che un delitto commesso con i crismi della legge e si può, si deve aggiungere che il delitto più atroce, commesso dal singolo, non è paragonabile a quello commesso da una istituzione, e attraverso questa, da una collettività, con la pena di morte.

Sappiamo tutti che pena di morte, tortura, per non dire dell’ergastolo, non servono come deterrente, come minaccia; sono barbarie che lasciano inalterati gli indici dei delitti che tendono a restare invariati anche con questi deterrenti legali, anche quando sono applicate.

Di stati come la Georgia (e di tutti gli altri, non solo negli Stati Uniti d’America), si può solo dire che non sono ancora riusciti ad arrivare ad un livello di evoluzione civile tale da abolire la pena di morte e che perpetuano questa orrenda e barbara reliquia. Dovrebbero provare vergogna di quei “delitti di stato”: si tratta di un’infamia, senza “se” e senza “ma”. Anche l’esecuzione di Kelly Renee Gissendaner, 47 anni, bianca, colpevole di essere la mandante del delitto del marito è un’infamia, una barbarie e infami e barbari sono quelli che la applicano e la giustificano.

Non c’è da discuterne.

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