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Vaticano e documenti rubati: Francesco e la coscienza civile dei nuovi scribi (e farisei)

Il Papa, intervenendo sulle ultime vicende scandalistiche e giudiziarie che hanno toccato il Vaticano, ha sgombrato il campo da letture facili e unilaterali su poveri e ricchi e su ricchi che parlano di poveri. Ma intanto Francesco si tiene i soldi

Francesco I, sui fatti di trafugamento documentale e sulle connesse ambiguità di talune azioni editoriali e giornalistiche, è stato lapidario: “Rubare quei documenti è un reato. È un atto deplorevole che non aiuta”. 

Com’è noto, si riferiva a documenti riservati (e si presume trafugati dalla p.r. Francesca Immacolata Chaouqui e da Monsignor Vallejo Balda) che i giornalisti Gianluigi Nuzzi, di Libero, nonché coautore de L’Infedele insieme a Gad Lerner, ed Emiliano Fittipaldi, de L’Espresso, hanno doviziosamente impiegato per la scrittura di due libri. La tesi di fondo svolta negli istant-book è questa: il Vaticano, tramite la sua complessa struttura di gestione economica (circa 240 enti di varia specie) è poco evangelicamente povero e molto mondanamente ricco. Papa buono, gerarchia cattiva. 

Ma Francesco, si ricorderà, ha aggiunto che tutto questo, oltre che deplorevole, “non aiuta”. A quali sedicenti sostenitori del suo difficile e controverso cammino si stava riferendo? A scorrere i giornali di questi giorni, se ne ha una chiara idea.

Nuzzi ha dichiarato che “il mio libro non è a favore né contro il Papa: racconto  fatti”. Escludiamolo: sebbene anche lui, stante la nota della Santa Sede di poco anteriore, concorrerebbe a “generare confusione e interpretazioni parziali e tendenziose”.

Fittipaldi invece precisa nel suo libro che non solo non intende colpire il Pontefice, ma anzi lo vuole aiutare: “Francesco deve sapere un sacco di cose. Cose che non sa, perché nessuno gliele dice”. L’aiuto consisterebbe nell’informare Francesco delle goderecce malversazioni curiali, disonore apostolico e sfregio per gli ultimi.

Sentiamo il Papa però, mentre completa quella sua prima allocuzione, pronunciata all’Angelus di domenica scorsa: “Ma voglio essere chiaro: chi commette questo reato non fermerà la mia opera di riforma”. Se le parole hanno un senso, non solo i pretesi aiuti sono rimandati ai mittenti, ma, di più, si imputa a costoro il preciso disegno di voler impedire “la mia opera di riforma”. 

Si badi: riforma, non soppressione; sembra ovvio, ma non lo è. Francesco si tiene i soldi: tutti; e ci mancherebbe. Ha un problema di gestione, e lo sta affrontando. Ci sono cose che non sa e nessuno gli dice? “Io stesso avevo chiesto di fare quello studio. Quei documenti, io e i miei collaboratori, già li conoscevamo bene. Avevamo iniziato delle riforme che stavano già dando dei frutti. Alcuni visibili”. Fittipaldi può stare tranquillo. Anche senza il suo auto, Francesco sa.

Nè si deve pensare che la dura reazione papale sia dettata dall’imminenza degli eventi, e che possa difettare in qualche modo di lucidità. A giugno, in un contesto affatto diverso, pochi giorni prima che venisse pubblicata l’enciclica Laudato sì, ne erano stati “anticipati” alcuni paragrafi sul blog Settimo Cielo, del navigato vaticanista de L’ Espresso Sandro Magister, decano in Sala Stampa vaticana. Ma al giornalista, per quella indiscrezione, era stato immediatamente sospeso l’accredito, “a tempo indeterminato”: una sanzione capitale, sul piano editoriale e, in verità, vistosamente sproporzionata rispetto al caso. Tutte le testate in quegli stessi giorni commentavano “le anticipazioni”. Perché, allora, quella botta a L’Espresso? Evidentemente, la comunicazione di Francesco sa essere complessa e stratificata non meno che immediata e lineare. Sembra perciò che le dichiarazioni sui libri-verità siano più meditate che emotive.  

Ne vengono due corollari di un qualche peso, a margine di questa vicenda. In primo luogo, il Papa non rifiuta l’aiuto di nessuno per principio; anzi, in quella stessa occasione liturgica, ha platealmente affermato che la riforma prosegue anche “con il sostegno di tutti voi”, riferendosi ai presenti, numerosissimi in Piazza San Pietro; ma rifiuta l’aiuto, cioè lo disconosce come tale, di quanti ignorano che “c’è differenza fra portafoglio e cuore”. Qui, deve essere ribadito, non parlava solo degli splendori e delle gestioni vaticane; noti, gli uni e le altre, e anzi presupposto del suo intervento riformatore, concretato nella istituzione di due commissioni pontificie. No. Parlava proprio dei due libri. Portafoglio, cuore, scribi.

In secondo luogo, è ovvio che un Papa, ed in particolare questo, seppure si volge ai più minuti fra gli uomini, e seppure apparentemente si occupa delle più minute cose, ha il respiro dell’eterno; e anche chi è perplesso o senz’altro scettico sull’infusione dello Spirito Santo, intende che il disconoscimento (una denuncia vera  e propria) di questo “aiuto” vale per aree culturali, per così dire: per agglomerati d’interesse. Agglomerati d’interesse che è possibile abbiano ragione di temere la sua azione riformatrice. Bisogna fare uno più uno, due.  

Da quel suo “buonasera”, è stato tutto un tirargli la stola, tutto un ideale selfie per dire che “lui è con noi”, “non è come l’altro”. Su lui, “noi”, e “l’altro”, Francesco ha invece mostrato di avere le idee limpide e, soprattutto, granitiche. E considerando i suoi passi nel complesso degli ultimi mesi, ha mostrato alla coscienza di ognuno chi sono i nuovi “scribi”: gli smerciatori di ipocrisie a base cartacea di deboli, emarginati, ingiustizia sociale. E marketing. Come con l’antimafia.

Ha svelato la piaga dell’Italia che piace alla gente che piace, dell’editoria finanziaria col ditino puntato. E, già da qualche mese, ha voluto dire che sulla riforma delle finanze vaticane lui, Francesco “amico nostro”, li considera invece lupi che, con puntualità da catechismo, provano a travestirsi da agnelli.

La carità, intesa sia come slancio individuale che come sistema sociale e di pensiero, ha ricordato Francesco in conclusione dell’Angelus, deve affamare chi la fa. Nuzzi e Fittipaldi potrebbero cominciare dal prezzo di copertina, riducendolo alla copertura dei costi. Anche perché, non si è mai sentito dire che la Giustizia abbia un prezzo di copertina.

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