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Black Friday: la redenzione del giorno dello shopping selvaggio

Dal consumismo ai diritti dei lavoratori, sono molti i motivi per contestare il Black Friday, il venerdì nero dei super sconti e delle risse. Quest'anno molte compagnie hanno annunciato che non apriranno i loro store durante la giornata. Intanto in Italia cominciano a comparire le prime imitazioni del fenomeno che rischia di diffondersi anche nel nostro Paese

Per gli italiani il Black Friday, il famigerato venerdì che segue il giovedì del ringraziamento, è stato associato per anni alle immagini trasmesse dai telegiornali, in cui “mandrie” di americani si lanciano dentro negozi cercando di acquistare quanta più merce possibile, senza risparmiare qualche scena di violenza e tanta, tanta foga nell’accaparrarsi l’oggetto del desiderio, magari in previsione di qualche regalo natalizio.

Sembra però che anche negli USA qualcuno si sia stancato di questa spinta eccessiva al consumo e, negli ultimi anni, diverse catene hanno rinunciato ad aprire, come è prassi, già dalla serata del giorno del Ringraziamento o hanno addirittura annunciato di non voler aprire affatto nel famigerato “venerdì nero”, adducendo una serie di motivazioni che vanno dal rifiuto su basi etiche della “celebrazione” del consumismo sfrenato, alla semplice volontà di offrire ai propri dipendenti la possibilità di godersi il Ringraziamento in famiglia. Queste realtà, che vanno dalle catene come il negozio di articoli sportivi REI che venerdì resta chiuso incitando i clineti a stare all'aria aperta con l'hashtag #OptOutside fino ai portali di e-commerce, hanno preferito concedere ai propri lavoratori un giorno di pausa, non sostenendo i costi dell’apertura straordinaria ed avvantaggiandosi del ritorno d’immagine positivo che ottengono in quanto compagnie più “umane” e meno legate al profitto.

Non è raro infatti che gli store aperti per il Black Friday siano teatro di contestazioni (in molti casi più pacifiche della ressa che si scatena tra i clienti) e che le grandi compagnie che da anni portano avanti una politica di aperture continuate e sconti speciali, siano state accusate di sfruttare i propri lavoratori (una tra tutte, la famigerata Walmart). Una campagna, quella contro le aperture straordinarie, ripresa in questi giorni anche da movimenti come Fight For 15, che, pur essendo nato per denunciare le condizioni di lavoro dei dipendenti sottopagati dei fast-food, ha abbracciato anche le proteste dei lavoratori della grande distribuzione, che da anni chiedono una pianificazione dei turni adeguata e compensi aggiuntivi per lavorare nei giorni di festa.

Nello sforzo per contrastare le grandi catene, la rete sembra aver giocato un ruolo fondamentale, con diverse petizioni lanciate su change.org ed altre piattaforme ed indirizzate ai direttori delle vendite di centri commerciali e grandi store, a cui si chiede di non aprire di non aprire nel giorno del Ringraziamento, pratica che da alcuni anni sembra aver preso piede, o addirittura di non aprire affatto per il venerdì. Il primo ad aver intuito le potenzialità del web per veicolare la protesta è stato però Brian Rich, esperto di marketing che, nel 2011, dopo essere rimasto interdetto dall’apertura dei negozi nel giorno del Ringraziamento, ha lanciato la pagina Boycott black Thursday su Facebook, che oggi conta più di centomila iscritti e diffonde le storie dei dipendenti vessati dai turni di lavoro nei giorni festivi e dei datori di lavoro che hanno deciso di lasciare chiusi i propri negozi, per solidarietà coi lavoratori. Rich sostiene che la sua pagina non abbia una connotazione politica e che sia spinto unicamente dalla volontà di promuovere il rispetto per i lavoratori e per la celebrazione della festa.

Quest’anno inoltre, c’è un ulteriore fattore da considerare: contrariamente a quanto auspicavano gli esperti, da alcuni mesi a questa parte la fiducia dei consumatori non sembra aumentare, ed è addirittura diminuita negli ultimi due mesi (implicando una minore propensione del consumatore medio a spendere in beni non necessari) e molte compagnie rivedono al ribasso le stime per gli incassi nel periodo delle feste. Non è difficile immaginare che alcune delle compagnie coinvolte nel “boicottaggio” del black Friday, possano trovare più profittevole non aprire i loro store (o magazzini, nel caso dell’e-commerce) nel weekend del ringraziamento e beneficiare contestualmente della pubblicità gratuita offerta loro da chi, attraverso i social media e non solo, ne elogia il rispetto per i dipendenti e le famiglie. Dietro all’insolito atteggiamento di alcune compagnie, potrebbero quindi celarsi manovre contabili e di marketing, da cui i dipendenti trarrebbero un vantaggio puramente circostanziale, che, per quanto positivo, potrebbe non essere tutelato nei prossimi anni, nel caso di un mutamento delle condizioni di mercato.

In Italia nel frattempo, complici anche i “big” delle vendite online (Amazon per primo), la moda del black Friday sta iniziando a diffondersi tra i consumatori e quest’anno alcuni negozi hanno annunciato che, seppur in date differenti, promuoveranno giornate di sconti e promozioni limitate per i propri clienti. Il caso più eclatante sembra essere quello di Genova, che, in contemporanea con il Black Friday americano, lancerà un’iniziativa parallela, pubblicizzata con tanto di sito internet. Certo da noi l’ultimo venerdì di novembre non segue un giorno di festa, e difficilmente riusciremmo ad immaginare code di persone che si contendono con la forza qualche tablet o consolle per videogiochi, eppure, laddove ci sono state iniziative simili, l’esito non è sembrato tanto diverso dalle immagini a cui ogni anno assistono gli americani. Insomma sembra proprio che, se dovessimo importare anche questa moda, potremmo scoprirci molto più simili a loro di quanto non possiamo immaginare.

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