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Col temuto ritorno a un clima bellico, tornerà anche l’immagine di un’Italia pavida?

Un'immagine di Charles De Rudio, uno dei due italiani presenti alla battaglia di Little Big Horn

Un'immagine di Charles De Rudio, uno dei due italiani presenti alla battaglia di Little Big Horn

Dagli anni del Risorgimento alle due guerre mondiali, l'accusa ricorrente rivolta all'Italia e agli italiani è stata di codardia militare. Per ritrovare un 'immagine marziale dell'Italia degna di questo nome occorre tornare indietro nel tempo al periodo in cui l'Impero Romano soggiogava il resto del mondo mediterraneo?

La battaglia di Little Big Horn fu uno scontro tra una forza combinata di indiani Lakota (Sioux), Cheyenne e alcuni Arapaho e cinque squadroni del 7º Reggimento di cavalleria dell'esercito degli Stati Uniti. Ebbe luogo il 25 giugno 1876 vicino al torrente Little Big Horn, nel Montana. Fu il più famoso disastro militare della storia americana.

I Lakota e i loro alleati sterminarono quasi fino all’ultimo uomo le truppe comandate dal tenente colonnello George Armstrong Custer. Le “giubbe blu” cadute furono 268.

Secondo la testimonianza dei combattenti indiani—gli unici rimasti sul campo—alla fine della battaglia i pochi bianchi ancora in vita si uccisero piuttosto che cadere in mano ai nemici, notoriamente portati a raccogliere gli scalpi degli sconfitti.

Due italiani erano con Custer al Little Big Horn: John Martini, un trombettiere, e il tenente Charles De Rudio. Fortunosamente distaccati per altri compiti, non erano presenti al momento finale e furono tra i pochissimi sopravvissuti al massacro. Chi si fa venire un pensiero cinico e complice davanti a quest’ultimo frammento della storia partecipa a una di quelle calunnie che muovono le nazioni e condizionano il destino: “Les Italiens ne se battent pas”, gli italiani non si battono – e trovano modo di essere altrove quando è necessario farlo.

La fonte esatta di quest’insolenza francese era molto dibattuta in Italia nel secondo decennio dell’ultimo secolo. La si attribuiva variamente al Generale Christophe de Lamoricìere, a vari ministri della guerra francesi ed a Adolphe Thiers. Appare già nei dispacci diplomatici di Stendhal, risalenti a circa il 1830.

Purtroppo, l’epoca della controversia coincideva con la Grande Guerra. Gli sforzi dello Stato Maggiore italiano per confutare la bassa opinione dell’ardore militare nazionale parrebbero avere contribuito in maniera sostanziale alle terribili perdite sul fronte orientale, poi culminate nel disastro di Caporetto.

Benedetto Croce ha riconosciuto il problema, scrivendo dopo che: “Una delle taccie più antiche e persistenti, anzi la principale e quasi unica taccia, data agli Italiani dagli altri popoli d'Europa, e specie dai Francesi e dai Tedeschi, era quella di ‘imbelli’.” Il pensiero era implicito perfino nella giustificazione per la riforestazione degli Appennini che Mussolini dette al genero, Galeazzo Ciano, quando definì lo scopo come quello di “rendere più rigido il clima e così determinare una più perfetta selezione della razza”. Voleva, pare di capire, dei tedeschi, mentre disponeva solo d’italiani…

Non è solo storia. Negli anni della Guerra Fredda, la dottrina NATO per la difesa dell’Italia partiva dalla convinzione che il Paese non avrebbe combattuto efficacemente per difendersi da un attacco da parte del Patto di Varsavia. Era previsto che la penisola venisse protetta bloccando in via permanente i passi alpini a nord-est con delle piccole cariche atomiche da piazzare all’inizio dell’ipotetico conflitto in certi pozzi controllati da personale “non italiano”. La parte scoperta della linea, il “Gorizia Gap”, sarebbe stata difesa con i carri e soprattutto dai caccia alleati di stanza ad Aviano, in provincia di Pordenone.

Oggi, molti segni sembrano indicare che si vada verso una nuova epoca di guerre. Quand’è così, si riaccenderà inevitabilmente la battaglia per l’anima del Paese.

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