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Piazza Fontana, la strage dai capelli bianchi

Era il 12 dicembre del 1969, quando sette chili di tritolo esplodono all’interno della Banca dell’Agricoltura di Milano e ancora oggi la verità giudiziaria della strage di piazza Fontana è una nebulosa fatta di una sconcertante altalena di sentenze che si contraddicono tra loro e senza alcun colpevole ufficiale

Ha senso ricordare la strage di Piazza Fontana, quella che per anni è stata chiamata “strage di Stato”? Sì, un senso c’è. Dicono che con quella strage inizia la strategia della tensione; che quei diciassette morti e quei quasi cento feriti, sono state le prime vittime di un piano per destabilizzare il paese.

Hanno detto tante cose, da quel 12 dicembre del 1969, quando sette chili di tritolo, alle 16,37 esplodono all’interno della Banca dell’Agricoltura di Milano. Qualcuno se li ricorda i nomi di quelle persone uccise, inermi, colpevoli solo di trovarsi lì? Si chiamavano Angelo Scaglia, Attilio Valè, Calogero Galatioto, Carlo Gaiani, Carlo Garavaglia, Carlo Perego, Carlo Silva, Eugenio Corsini, Gerolamo Papetti, Giovanni Arnoldi, Giulio China, Luigi Meloni, Mario Pasi, Oreste Sangalli, Paolo Gerli, Pietro Dendena, Vittorio Mocchi.

Dopo quasi cinquant’anni quello che si può dire è che con quella strage si vuole terrorizzare e puntellare un sistema che già presenta i primi sintomi di cedimento. I segni premonitori c’erano già tutti: tra l’8 e il 9 agosto, per esempio, ben dieci ordigni artigianali vengono collocati su altrettanti treni. Per fortuna provocano solo una dozzina di feriti.

Non a caso, inizialmente si accusano gli anarchici; poi, ma molto tempo dopo, si scopre che bisogna guardare in un’altra direzione, negli ambienti del neo-fascismo estremista, che godono di insospettabili, potenti, coperture, italiane e straniere.

La verità giudiziaria? Quella è ancora oggi una nebulosa fatta di una sconcertante altalena di sentenze che si contraddicono tra loro; alla fine, nessun colpevole ufficiale. “Solo” diciassette morti, quasi cento feriti. Più altre due vittime che è giusto ricordare: un innocente ferroviere anarchico, Pino Pinelli, precipita chissà come e perché dal quarto piano della Questura di Milano. Una morte imputata al commissario Luigi Calabresi, accusato ingiustamente: in quella stanza della questura non c’era neppure; si trova al centro di una criminale campagna d’odio che ha il suo culmine il 17 maggio del 1972, quando viene assassinato.

Questo è stato il 12 dicembre del 1969, a Milano, a piazza Fontana.

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