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Giulio Regeni e gli smemorati d’Italia

La morte del giovane italiano in Egitto e la perdita di memoria italiana

giulio regeni

L'annunncio dei funerali a Fiumicello, Udine (Ph. LaPresse - Valter Parisotto)

Non serbare memoria storica, negare quello che c'è stato in Italia e, proprio grazie a questa rimozione, continua ad essere, aggiunge al dolore per la morte di Giulio Regeni anche lo scoramento per la viltà. Dal terrorismo all’antimafia, i fantasmi e le bugie italiane

A Giulio Regeni hanno fatto i funerali. Anche alla nostra memoria, a quanto pare.

“Esistevano due gruppi, di cui tutti sapevano: ‘I vendicatori della notte’ e ‘I cinque dell’Ave Maria’…Succedeva esattamente quello che i terroristi hanno raccontato: li legavano con gli occhi bendati, com’era scritto persino su un ordine di servizio,…Ovunque era nota l’esistenza della ‘squadretta di torturatori’ che si muoveva in più zone d’Italia, poiché altri…avevano già denunciato procedure identiche. Non sarebbe stato difficile individuarne nomi, cognomi e ‘mandanti’ a quei tempi”. Ispettore Salvatore Genova, già funzionario dell’Ucigos, al Secolo XIX di Genova, il 17 Giugno 2007. Eletto alla Camera, per il PSDI.

“Comunque il trattamento è anche una cosa molto razionale. Non solo fisica. Nel senso che, se viene davanti a te una persona arrestata che tu, per l’esperienza che hai, ritieni uno che offende la tua intelligenza, perché nega l’evidenza e magari dice evidenti cazzate, non ha senso dirgli: ‘Scusi, è stato lei a commettere quel delitto?’ Così non si ottiene niente. Allora gli chiedi: ‘Ma perché vuoi offendere la mia intelligenza? Non si offende l’intelligenza di un rappresentante dello Stato’. E allora il… ehm… come dire… il contrasto, ecco, sì, il contrasto fra noi e loro entra nella fase… importante”. Un dirigente della Polizia, in pensione da Questore, famoso come “Il Professor De Tormentiis”, intervistato 12 Febbraio 2011 da Nicola Rao, autore di uno studio sulle indagini antiterrorismo in Italia (Colpo al Cuore, Sperling&Kupfler, 2011).

La notte tra il 3 e il 4 febbraio sono entrati in cella, alcuni incappucciati e uno a viso scoperto, mi hanno legato le mani dietro la schiena, non mi sentivo più circolare il sangue, mi hanno bendata e incappucciata e messa su un pulmino, dove mi pare ci fossero due uomini, mi hanno detto urlando che ero in uno stato di illegalità, ero sequestrata, nessuno sapeva del mio arresto. Se non parlavo, mi hanno detto che di me avrebbero trovato solo un cadavere. Mi hanno tolto tutti gli indumenti di sopra e a dorso nudo hanno iniziato a picchiarmi con botte sulle cosce, ai fianchi, sullo stomaco, e hanno iniziato a stringermi i capezzoli con non so cosa. Siamo arrivati non so dove, mi hanno messo un maglione addosso e sono scesa dal pulmino. Ho fatto delle scale strette, sempre incappucciata e mi hanno fatto entrare in una stanza. Lì sono stata denudata completamente, inveivano contro di me, dicendomi che ero una merda, una puttana, e mi hanno chiesto se mi facevo chiavare, io ho risposto da nessuno, allora sei una lesbica dicevano, e lo capiamo perché fai schifo al cazzo e nessuno ti chiaverebbe, ma adesso ti inculiamo noi.” Verbale di s.i. di Paola Maturi, arrestata a Roma il 1 Febbario 1982. 

Anni difficili. Pericoli. Emergenze. Diritto. E poi c’è sempre la storiella della pagliuzza e della trave e dell’occhio. Egitto. Italia. Ora. Allora.

Voglio sperare che non si tenti nemmeno di osservare che Giulio Regeni è morto, e che, invece, “qui da noi” non si moriva. Né si muore. In primo luogo, perché, la tortura, anche senza effetti omicidi, azzera in ogni caso la giustizia e la democrazia. E, poi, perché i morti ci sono stati. E continuano ad esserci. Non è il caso di farne un elenco. Anche fuori della “lotta al terrorismo”; per es. Salvatore Marino, nell’Agosto del 1985, morì all’interno della Questura di Palermo. E Aldovrandi e Cucchi sono lì.

E’ indiscutibile che si sia trattato, si tratti ancora, di scelte culturali e sistemiche; di cui, è bene riaffermarlo, non possono portare la responsabilità unicamente gli ”operativi”: come chiaramente risulta, per es. dalle imbarazzanti, ma innegabili, parole sopra riportate. Né si può seriamente pensare di escludere, a priori, è il caso di scrivere, la magistratura che, per dettato costituzionale, “dispone” della Polizia Giudiziaria.

Certo non aiutano a coltivare la speranza, sotto questo specifico punto di vista, parole come queste: “Nel pieno rispetto delle regole, i magistrati italiani fronteggiarono la criminalità terroristica, ricercando elevata specializzazione professionale e ideando il lavoro di gruppo tra gli uffici …La polizia doveva, anche allora, mettere a disposizione della magistratura gli arrestati nella flagranza del reato o i fermati entro 48 ore e non poteva interrogarli a differenza di quanto avviene in altri ordinamenti….” Giancarlo Caselli e Armando Spataro, ne Il libro degli anni di piombo, Rizzoli 2010. Dopo che l’ampio arsenale di cui sopra era stato ampiamente svelato, e persino ammesso, dai suoi stessi più immediati autori.

Questo non è nemmeno scaricabarile. E’ una rimozione. Ritornare a quei contesti, sarebbe logico, in certi termini, persuasivo. Magari rimarrebbe complicato coniugare l’ordinario e lo straordinario, ma si renderebbero comprensibili le istituzioni, la loro, a volte, tragica limitatezza. La negazione, no. Inquieta. Viene da chiedersi: perché? Forse è proprio questo il punto.

Dal terrorismo, alla mafia, da un emergenza all’altra, da un’eccezione all’altra, le norme processuali, gli uffici, magari con un nome nuovo, sono ancora tutti lì. Quel che resta della nostra memoria, anche. La somma è, istituzionalmente e moralmente, micidiale. Eterno riposo a Giulio Regeni.

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