Cerca

Primo PianoPrimo Piano

Commenti: Vai ai commenti

Per un pugno di wurstel (e formaggio)

La lentezza della giustizia italiana e gli avvertimenti dell'ambasciatore americano John Phillips

giustizia lenta
La Corte di Cassazione stabilisce che non costituisce reato rubare al supermercato cibo per un valore di 4 euro per alimentarsi. Ci sono voluti cinque anni per stabilire che se si tenta di rubare wurstel e formaggio perché si è affamati non si è penalmente punibili. Intanto l'ambasciatore USA mette il dito nella piaga

Cominciamo dalla notizia, che è questa: la Corte di Cassazione stabilisce che il “fatto non costituisce reato” se un giovane straniero senza fissa dimora, spinto dal bisogno, ruba al supermercato piccole quantità di cibo per far fronte a quella che viene definita “imprescindibile esigenza di alimentarsi”. Nel caso concreto il nomade si era appropriato di wurstel e formaggio per quattro euro e sette centesimi. Denuncia (e lasciamo perdere che qualcuno presenta denuncia per quattro euro e sette centesimi); processi di primo e secondo grado, con condanna a sei mesi di reclusione e cento euro di multa; più, si immagina, le spese. E lasciamo perdere la condanna pecuniaria: se uno non ha quattro euro per mangiare wurstel e formaggio non si capisce come  possa avere un centinaio di euro per pagare la multa. Fatto è che la Cassazione alla fine annulla le precedenti condanne affermando che è legittimo non punire un furto per fame. E ci si può stare, non fosse per la più generale assurdità di tutta la vicenda.

Quattro euro di wurstel hanno messo in moto questo meccanismo: una denuncia, che sarà stata presentata e raccolta da un’autorità pubblica; la quale l’avrà a sua volta inoltrata alla procura; che avrà avuto validissimi motivi per procedere, e istruire il processo; una prima e una seconda corte di giustizia che si riuniscono per un verdetto, e insomma tutta la macchina giudiziaria che sappiamo. Una decina di toghe per tutti e tre i procedimenti? Un bel po’ di carte, di tempo e tutto l’ambaradan che un procedimento giudiziario comporta. Perché non sono neppure andati in “automatico”, in questa vicenda si sono ben applicati. Per esempio il Procuratore Generale della Corte di Appello aveva chiesto non l’assoluzione, ma uno sconto di pena con la derubricazione del reato da furto lieve, come stabilito in primo e secondo grado, in tentato furto dal momento che il nomade era stato bloccato prima di uscire dal supermercato, su segnalazione di un cliente. Insomma, neppure la soddisfazione di mangiarli, i wurstel e il formaggio.

La sentenza di assoluzione recita così: quello commesso dal nomade è un furto consumato e non tentato, ma “la condizione dell’imputato e le circostanze in cui è avvenuto l’impossessamento della merce dimostrano che egli si impossessò di quel poco cibo per far fronte ad una immediata e imprescindibile esigenza di alimentarsi, agendo quindi in stato di necessità”. Ergo: assolto “perché il fatto non costituisce reato”. La vicenda è cominciata nell’anno di grazia 2011. Si è conclusa l’altro giorno. Cinque anni per stabilire che se si tenta di rubare quattro euro e sette centesimi di wurstel e formaggio perché si è affamati non si è penalmente punibili.

Allora: alla fine, il tutto quanto è costato, per risolversi, oltretutto, in una bolla di sapone?

In contemporanea, da Bruxelles la notizia che la giustizia civile italiana viene ritenuta, nell’annuale rapporto di Eurojustice la più lenta: in Italia occorrono 532 giorni di media per un procedimento di primo grado. In Germania ne occorrono 192; in Spagna 318, Francia 348. Però ci occupiamo di quattro euro e sette centesimi di wurstel.

Vale la pena di riflettere su quanto dice l’attuale ambasciatore degli Stati Uniti d’America in Italia John Phillips; è un avvocato di Washington, non si direbbe, ma le sue origini sono italiane: i nonni, infatti, si chiamavano Filippi. Laureato all’Università di ‘Notre Dame’, in Indiana, e a quella di Berkeley, in California, è fondatore e partner della Law Firm of Phillips & Coen di Washington; svolge l’incarico di membro e presidente della President’s Commission on White House Fellowship; è tra i fondatori della Taxpayers Against Fraud. Nel 1971 ha fondato il center for Law in Public Interest, del quale è stato co-direttore per 17 anni. Questo per dire che – almeno in teoria – mastica un po’ di legge e diritto.

L’ambasciatore Phillips, una settimana fa è stato invitato dall’università Bocconi di Milano per una ‘lezione’ sulle materie di sua competenza, prima di rappresentare il suo paese a Roma: legge e diritto appunto. Sia pure con tatto e in “amicizia” ha messo il dito su una delle nostre piaghe più dolorose: l’Italia è un paese poco attraente per gli investitori americani e stranieri in generale. Perché da una parte è incontestabile una nostra specificità, fatta di competenza, serietà, rigore e fantasia e inventiva imprenditoriale; ma queste incontestabili qualità, fanno i conti con una situazione fuori controllo per quel che riguarda gli apparati istituzionali e burocratico-amministrativi:

«Nonostante sia la quarta economia dell’Unione Europea, è in ritardo rispetto ai suoi vicini nell’attrarre investimenti diretti dall’estero… Il fatto è che prima di fare un investimento, una società deve guardare non solo agli aspetti positivi, ma anche ai peggiori scenari possibili. Cosa succede se un cliente non riesce a pagare e bisogna fare una citazione in giudizio per far rispettare un contratto?».

Phillips ci descrive una situazione incancrenita: «Il sistema giudiziario civile in Italia è semplicemente troppo lento. Questa è la percezione degli investitori americani… Secondo il rapporto 2016 della Banca Mondiale, l’Italia si posiziona al 111 posto nel mondo per la facilità di far rispettare un contratto. In media ci vogliono più di tre anni per ottenere una decisione del giudice per una semplice questione contrattuale. E’ un periodo troppo lungo per le aziende, costrette ad aspettare i tempi della giustizia…».

Ancora: «I tribunali in Italia hanno bisogno di inserirsi nell’era digitale… Crediamo che si tratti di una questione così fondamentale che abbiamo ospitato recentemente diversi magistrati e avvocati italiani negli Stati Uniti per studiare il nostro sistema di gestione online del tribunale e dell’archiviazione. Alcuni di questi cambiamenti possono essere accolti con resistenza. I giudici e gli avvocati di tutto il mondo tendono ad essere tradizionalisti e a resistere alle nuove tecnologie. Recentemente ho letto di un giudice di Taranto, che stava decidendo sul caso di una disputa contrattuale del valore di circa 200.000 euro, depositata nel 2014. Durante una recente udienza, ha rinviato le parti senza una decisione, e ha detto loro di tornare in tribunale dopo tre anni, perché prima di allora era troppo occupato. Tre anni, vuol dire nel 2019! Nessuno dice che i giudici italiani non siano tra i più oberati del mondo, ma non si tratta di lavorare sodo – si tratta di lavorare meglio, utilizzando la tecnologia, per esempio, cercando di fare qualche cambiamento efficace, anche vecchio stile, come ad esempio l’istituzione dei limiti di pagine delle memorie presentate da avvocati e giudici, che permettono di scrivere opinioni più brevi e sintetiche. Abbiamo norme simili negli Stati Uniti, anche per la Corte suprema, e spero che l’Italia possa adottare cambiamenti per facilitare il tempo necessario per preparare e leggere i documenti depositati».

Così l’ambasciatore Phillips. Chi si sente, in coscienza, di smentirlo, e negare che la giustizia italiana arranchi, e che questo arrancare comporta mancati guadagni sotto forma di investimenti stranieri? E non solo: perché sono tanti gli imprenditori italiani che quando possono, fuggono, e vanno ad arricchire altri Paesi.

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter