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Cosa avrebbe scritto Moravia della Roma 2016?

Nel suo ultimo romanzo lo scrittore tornava nella sua città per scoprirla in piena decadenza. Era il 1988...

di Maria Grazia Di Mario
Moravia Roma

Alberto Moravia con Pier Paolo Pasolini e Laura Betti nel 1961 in una trattoria di Roma

In quel suo profetico lavoro letterario, Alberto Moravia scriveva di una Roma in cui il sogno di ritrovare una famiglia/società pulita svaniva, di una città in cui dominava l’ipocrisia, il conformismo, la sottomissione, l’alienazione, l’indifferenza. Forse è diversa la Roma che si accinge a votare il sindaco?

L’ultimo romanzo pubblicato in vita da Alberto Moravia Il Viaggio a Roma narra la storia di un ragazzo che (da Parigi) torna nella sua città, per cercare suo padre ma soprattutto con il sogno di ritrovare una famiglia. Il viaggio apparentemente realistico è invece simbolico, il giovane in realtà è già vecchio, il libro infatti è datato 1988 e l’autore è scomparso nel 1990, e dunque quello che si può chiamare ‘attraversamento di Roma’, era già avvenuto, anzi, era concluso, probabilmente questo ultimo viaggio era stato un tentativo disperato di recupero, non riuscito.

Cosa trova a Roma Alberto?

Come al solito la città diventa un interno di appartamento all’interno del quale le dinamiche familiari immediatamente rimandano ad una entità morale di una borghesia (romana e insieme italiana) ormai agonizzante, la donna è vittima di una coazione a ripetere (ninfomane), l’uomo è un burattinaio e burattino, entrambi sono vittime e carnefici. Moravia lo aveva colto bene (cosa che molti critici non hanno ancora compreso) che il sesso è l’unico linguaggio che può esprimere una società in decadenza.

alberto moravia il viaggio a romaIn questo viaggio ad accompagnarlo è una donna, Jeanne.  La sua guida spirituale, l’unico personaggio in grado di dispensare consigli di saggezza e moralità, non è italiana, è una intellettuale ed è francese, sarà lei a rispedirlo lontano da casa sua, a Parigi, salvandolo.

Perché? Perché a Roma nulla è cambiato, il sogno di ritrovare una famiglia/società pulita, svanisce, la ferita è inguaribile, dominano l’ipocrisia, il conformismo, la sottomissione, l’alienazione, l’indifferenza.

E così Moravia (il vero protagonista del racconto) rinuncia alle sue armi, alla lucidità propria della letteratura, la cui funzione sociale è espressa dal romanzo, e si trasforma in un poeta  identificandosi  in Apollinaire (ugualmente nato a Roma non aveva mai conosciuto il padre e dunque non aveva mai avuto una vera famiglia).

“Faccio il poeta” Jeanne, e fare il poeta vuol dire non fare più il narratore.

Roma (la madre/donna/società) alla fine del suo percorso iniziatico non avrà più su di lui alcun potere attrattivo perché, come scrive in questo illuminante racconto, ormai ‘Giro nel vento come un faro impazzito: il mio bastimento se n’è partito. Tanto vale che il faro si spenga!’.

Quale critica più disperata, feroce, verso la società di quella denunciata in questo ultimo romanzo?

Una società dominata dal sesso, dal potere economico e dal vuoto culturale.

Fin da Gli indifferenti Alberto è stato un figlio immerso nella realtà delle piazze, delle strade, romano tra romani è stato capace di vivere la sua città intimamente, profondamente e perciò di coglierne i vari aspetti,  dal vissuto asfittico, amorale, ipocrita, della classe borghese ad una maggiore moralità (saggezza atavica)  delle classi popolari, ma al di là della descrizione realistica, esteriore, quello che Moravia coglie è l’entità morale di un popolo.

Roma per tutta la vita sarà il suo quartier generale naturale, non una città vissuta in maniera  superficiale ma come habitat ideale alla ricerca di un Dio, di un senso del proprio io, attraverso le sue peregrinazioni quotidiane.

“Perché oggi mi sento così profondamente deluso di fronte  alla Roma attuale – scriverà Moravia negli Anni Settanta – una capitale tra le tante cose  è, o dovrebbe essere, un modello per l’intera nazione, luogo in cui le energie grezze ma vitali della provincia vengono trasformate, da una potente e sofisticata macchina sociale, in modi di comportamento esemplari. E come fa una capitale a diventare capitale, lo fa attraverso un processo democratico, un travaglio soprattutto intellettuale. La capitale dunque dovrebbe diventare il centro della cultura del paese, purtroppo questa speranza non si è mai realizzata, al contrario si è verificato il processo inverso. La città si ingrandisce sempre più ma riproduce i difetti di quando era piccola, è la vera capitale di questa orrenda, piccola borghesia, senza tradizioni, ambizioni, né morale, né rispetto umano. La mancanza di una borghesia come quella francese (Jeanne), l’assenza di circolazione di idee e persone, la burocrazia, anziché dei modelli da imitare l’Italia ha ricevuto da Roma dei provvedimenti burocratici da osservare ed aggirare”.

Parole ‘profetiche’ che rimandano ad una notizia di questi giorni.

Su Repubblica.it la giornalista Federica Angeli parla di colonizzazione di Roma da parte di Mafia Capitale. Dall’interrogatorio del dirigente Anac Maurizio Ciccone sarebbe venuto fuori che non c’è stata alcuna differenza sostanziale nella gestione degli appalti tra l’amministrazione Alemanno e quella Marino. Entrambi hanno usato procedure negoziate nell’88 per cento dei casi e soltanto nel 12 per cento hanno fatto gare pubbliche. Roma appare come una capitale al collasso in preda ad una burocrazia nella quale si trovano le strade per aggirare tutte le norme.

Ma una città arrivata ad un collasso di questo tipo, può davvero esprimere una classe dirigente ‘nuova’?  Questo si sarebbe chiesto Alberto Moravia.

Probabilmente no, sarebbe la sua risposta. E questa volta, dopo attenta analisi dei curriculum dei vari candidati (nessuno escluso e con la curiosità che lo contraddistingueva), non si sarebbe avventurato in un viaggio prevedibile e deludente, se ne sarebbe rimasto a Parigi continuando a leggere “il suo Apollineare”, laddove la poesia diventa esigenza e strumento privilegiato di “urgente rigenerazione spirituale”, casa per pochi eletti.

  


maria grazia di marioMaria Grazia Di Mario, giornalista, poetessa, saggista, editrice.  Nel 2005 ha vinto il Premio Internazionale di Poesia Anco Marzo con il libro Cabricia e il serpente, nel 2013 è stata tra i finalisti dell’XI° Premio Carver e si è classificata seconda al Premio Nabokov con il libro Alberto Moravia il profeta indifferente. Ha pubblicato un altro libro di saggistica su Moravia dal titolo La Roma di Moravia tra narrativa e cinema. Nel 2015 è uscito il libro di poesie L’attesa infinita (Premio Speciale – Premio Letterario Voci di Abano Terme 2016). Attualmente edita  www.sabinamagazine.it, www.thefilmseeker.it e www.terredelazioterredeuropa.com, e dirige inoltre la Biblioteca Casa Museo Angelo Di Mario.

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