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L’emotività del potere personalizzato

La natura del potere è soggetta al tipo di relazioni che gli esseri umani definiscono

potere
Il potere caratterizzato da forte personalizzazione vive soprattutto di emozioni che possono estremizzare il nostro comportamento. Il potere personale, come lo intendeva Barzini, riconosce l’attenzione personale alle emozioni dell’altro

“Il potere, il potere personale, è la chiave”. Così scriveva Luigi Barzini, raccontando gli italiani e il loro modo di vivere agli americani, in quello che è diventato un libro, The Italians, irrinunciabile per chi si interessa di queste cose.

L’affermazione di Barzini sposta il tema dal potere come ruolo istituzionale impersonale, tipico delle società moderne, verso la capacità personale di leadership che determina il comportamento e le scelte degli altri, traendone vantaggio, tipico del vivere italico.

Uno degli assiomi della Scuola di Palo Alto definisce il senso della comunicazione che si stabilisce tra gli interlocutori sulla base della relazione instaurata e di come questa relazione viene percepita dagli attori sociali partecipanti. In altre parole capacità relazionale vuol dire che il potere non viene attributo a priori, bensì è conseguenza di una relazione. Lo sosteneva già Max Weber definendolo come “la probabilità che un attore all’interno di una relazione sociale si trovi in condizione di mettere in atto il proprio volere indipendentemente dalla base su cui tale probabilità poggia”.

Più recentemente per Manuel Castells, sociologo che si occupa di questi temi, ha scritto: “Il potere è la capacità relazionale che permette a un attore sociale di influenzare asimmetricamente le decisioni di altri attori sociali in modo tale da favorire la volontà, gli interessi e i valori dell’attore che esercita il potere”. Distinguendo tra le due forme di esercizio del potere: il monopolio della violenza e il discorso. Quest’ultimo inteso come la capacità di dare legittimità, attraverso azioni, comportamenti e processi comunicativi quotidiani al proprio potere.

Pierre Bourdieu lo definì capitale sociale, come quel complesso di relazioni sociali di un individuo che influenzano il capitale economico e culturale dando luogo a istituzioni in grado di funzionare e agire nel tempo.

Queste brevi premesse, che non possono non semplificare il discorso, ci fanno capire che la natura del potere non è inizialmente impersonale e definita dai ruoli ma è soggetta al tipo di relazioni che gli essere umani definiscono. Se questi ruoli non sono stati chiarificati, ben definiti e legittimati nel tempo, attraverso assetti istituzionali forti, allora sono soggetti continuamente a ridefinizioni.

In Italia la mancanza di una relazione forte e fiduciosa tra governanti e governati e quindi di una costruzione impersonale del potere, ha dato luogo, come Barzini ha ben spiegato, ad una forte personalizzazione del potere incarnata in personaggi carismatici mediaticamente, economicamente, o in grado di ben rappresentare e difendere clan, gruppi o interessi particolari.

I problemi che nascono da questa gestione del potere sono quelli che tutti noi riconosciamo: una società che non premia in base al merito ma secondo l’appartenenza e la capacità di “muoversi” dentro queste appartenenze per assumere posizioni di potere.

Il paradosso è che le persone di potere vengono criticate ed anche insultate ma sono al tempo stesso ricercate e desiderate: incontri in presenza, partecipazione al medesimo evento, un selfie insieme, un’amicizia virtuale. Perché accade questo? Perché il potere caratterizzato da forte personalizzazione vive soprattutto di emozioni, che si alimentano nella compresenza e ormai sempre più sui social. Le emozioni possono estremizzare il nostro comportamento: dall’odio all’amore/devozione; ma sono umane. Il potere personale, come lo intendeva Barzini, riconosce l’attenzione personale alle emozioni dell’altro. Può essere empatia. Non è solo personale per se stesso ma anche per l’altro, proprio per la sua natura relazionale. La spersonalizzazione del potere significa non riconoscere l’altro come persona ma solo come altro: lavoratore, consumatore, elettore, oggetto; in esclusiva ottica funzionale, come ci ricordava Emile Durkheim, che intravedeva i mali della società moderna nell’anomia del nuovo cittadino degli Stati-nazione: solitudine, indifferenza, frammentazione. Tale visione del potere può renderlo così distante dai cittadini da farlo sembrare un’esclusiva “gabbia burocratica”, come quello percepito dell’Unione Europea.

L’equilibrio tra personalizzazione e spersonalizzazione del potere è uno tra i più complessi e difficile da raggiungere. È molto facile farne emergere i peggiori difetti: forme autoritarie narcisistiche e populismi nel primo caso, burocratizzazione ed etilismi razional-strumentali nel secondo. Abbiamo necessità di una nuova consapevolezza politica che sappia fare fronte ad un momento delicato e purtroppo tragico come quello che stiamo vivendo. Una politica che riconosca la sua scissione dal potere che aveva immaginato per sé, primo fra tutti il monopolio della violenza che oggi non è più nelle sue mani ma in quelle di un militante ISIS, un pazzo pieno di odio, un razzista, un depresso, un emarginato, cioè di uno qualsiasi che decide di fare una strage e terrorizza il resto dei cittadini. Allora le resta il discorso con il quale creare coesione sociale ma questo può essere efficace solo nell’equilibrio che dicevamo. Così mi tornano in mente le parole di Platone: “L’umanità non potrà mai vedere la fine dei suoi guai fino a quando gli amanti della saggezza non arriveranno a detenere il potere politico, ovvero i detentori del potere non diventeranno amanti della saggezza”.

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