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Il terremoto e la carità di Mark Zuckerberg

Il fondatore di Facebook dona ai terremotati italiani lo 0,001% del suo patrimonio

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Roma, 29 agosto 2016: il fondatore e CEO di Facebook Marck Zuckerberg durante l'incontro con il Presidente del Consiglio Matteo Renzi (Foto Palazzo Chigi/ T. Barchielli)

In Italia i media danno grande rilievo a una celebrity come Mark Zuckerberg, che grazie a Facebook possiede più di 50 miliardi e ne guadagna altri cinque o sei all’anno, solo perché "regala" 500mila euro dopo un terremoto. Che pena, la riconoscenza dei servi per le briciole dei loro padroni

In attesa del ritorno di un sistema più equo, che tolga ai ricchi il troppo che hanno rubato agli altri e lo restituisca alla collettività (non parlo dell’Unione Sovietica ma degli Stati Uniti da Roosevelt a Reagan, quando le fasce più benestanti dovevano versare al fisco più del 70% dei loro guadagni), ciascuno può donare o non donare quello che gli pare. Anche niente, tanto anche la morale e la responsabilità sociale sono state deregolamentate e non c’è più neppure una Chiesa che pretenda un po’ di carità in cambio della vita eterna.

Però non c’è alcun bisogno, neppure in un regime neocapitalista selvaggio, di dare grande rilievo a una celebrity che possiede più di 50 miliardi e ne guadagna altri cinque o sei all’anno senza lavorare (ogni anno cinque o sei miliardi) solo perché regala 500mila euro dopo un terremoto. E lasciamo perdere che manco abbia dato del denaro ma semplicemente dello spazio pubblicitario su facebook, che a lui non costa niente, se non in mancati guadagni, ammesso che ci sarebbero stati. Il problema è che 500mila euro rappresentano lo 0,001% del patrimonio di Mark Zuckerberg. Lo 0,001: la stessa percentuale di chi, avendo in banca 100mila euro, ne donasse uno. Un euro – che tre anni fa manco sarebbe stato sufficiente per andare a votare alle primarie del PD e trasformarlo in un partito liberista. Ma il gran sacrificio di Zuckerberg è stato acclamato da Repubblica  e altri quotidiani, gli stessi che si guardano bene dal far sapere quanto i miliardari sottraggono all’erario grazie a cavilli legali, a investimenti all’estero e delocalizzazioni, a domicili stabiliti in paradisi fiscali, agli sconti e detrazioni ottenuti in cambio di qualche finanziamento da politici e governanti (un tempo la si sarebbe chiamata corruzione, oggi è più elegante parlare di lobbismo, peraltro una delle carriere più ambite dai giovani brillanti e arrivisti).

Le statistiche rivelano che percentualmente i ricchi americani danno ai bisognosi meno della metà di quanto diano i poveri:  l’1,3% contro il 3,2%, e questo benché i poveri diano agli altri qualcosa di essenziale mentre i ricchi manco si accorgano di avere perso una porzione insignificante del loro superfluo. Ma ai media importa che la gente continui a credere che a essere cattivo sia solo lo Stato; mentre i miliardari, loro sono buoni e generosi, loro sì che ci pensano al popolo, come i tiranni di un tempo, che correndo in carrozza da un castello a un palazzo, facevano gettare pagnotte e monete ai miserabili che loro stessi avevano affamato con la loro incompetenza, la loro ingordigia, i loro soprusi. E quelli tutti contenti: potrebbero non darci niente, era il loro motto, e lo è ancora.

Accontentiamoci! Ringraziamo i potenti per la loro munificenza! Perché ai principi e ai signori niente era dovuto e oggi niente è dovuto ai vincenti e ai famosi. Manco fossero divinità. Ma per tanti lo sono. Che pena, la riconoscenza dei servi per le briciole che cadono dai tavoli dei loro padroni.

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