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Le scosse degli dei nella terra senza più amore

Una spiegazione bisogna darsela dell’ennesimo terremoto che devasta l'Italia

la furia di Poseidone

La furia di Poseidone (Immagine da Flickr)

Una terra senza dee è una terra senza amore, dove uomini che si credono dei cercano di possedere quanto più possibile. Non siamo dei, piuttosto dovremmo capirli per capire la nostra indole, le nostre inclinazioni, i nostri difetti

“Voi avete dimenticato chi io sono. Io sono stato il primo amante della Madre Terra, colui che sapeva scuoterla. Io l’ho adorata ad Eleusi prima di Zeus, a Delfi prima di Apollo, a Tiora prima di Marte. Ma non l’ho mai lasciata sola né ho voluto regnare da solo”.

Poseidone, separato da colei che amava, è stato relegato negli abissi del mare dagli dei e dimenticato dagli uomini. A volte però ritorna. Ed è terremoto.  Perché Lei non c’è più.  A Gea, Phytò e Vacuna – così lo scuotitore la chiamava – sono stati dati altri nomi e ascritti altri amanti.  Ma nessuna di loro è più stata felice. A Demetra Ade ha rapito la figlia Core e portata negli inferi; Apollo ha ucciso la Pitonessa raccontando che l’aveva fatto per amore della giusta Temi; Vacuna è diventata la Vittoria di Marte, una dea vacua come il suo nome, scomparsa. Proprio dal centro d’Italia, la provincia di Rieti, duramente colpita dal sisma tellurico.

Una terra senza dee è una terra senza amore, dove uomini che si credono dei cercano di possedere quanto più possibile.

Una spiegazione bisogna darsela dell’ennesimo terremoto che devasta il nostro Paese ed io non posso che guardare agli dei. Sono state dette molte cose degli dei: chi era il signore di un luogo, chi era la colpa di una calamità naturale. Gli uomini non conoscevano colpe, subivano i capricci degli dei. Ma un giorno questi capricci sono diventati umani perché gli uomini hanno incominciato ad imitare gli dei. E non si è saputo più chi fosse il grande manovratore del Tutto. Si è inventato il capro espiatorio.

Per il terremoto dell’Aquila del 2009 è stato processato Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Avrebbe dovuto allertarci dell’ira di Poseidone. Come se potessimo prevedere le azioni divine. Semmai dovremmo controllare meglio quelle umane: se quando si costruisce siano rispettate le norme antisismiche, se un appalto non sia stato predisposto per favorire una determinata impresa in cambio di una bustarella, se sia etico nell’edilizia pubblica il criterio del massimo ribasso. Ora si fanno i conti e secondo il Tg di Rai 2 di venerdì 26 agosto il costo dei terremoti, dall’inizio del secolo scorso, è stato di 150 miliardi di euro. Quasi la stessa cifra servirebbe per mettere in sicurezza gli edifici pubblici e privati italiani. Da più parti – scioccamente – ci si chiede perché non l’abbiamo fatto.

Forse invece che a Pantalone, potevamo mandare il conto a Poseidone. Dove – scusate – si sarebbe trovata questa cifra? Da dove sarebbe stato più urgente iniziare? O come si sarebbero potuti aprire contemporaneamente i cantieri in tutta Italia? E chi avrebbe provveduto a pagare la messa in sicurezza degli edifici privati?

Domande assurde quanto la sciocchezza delle affermazioni che si basano su conti ipotetici e depositi inesistenti.

Certo, bisognerebbe cambiare registro, cioè comportarsi tutti eticamente, così almeno gli edifici recenti verrebbero costruiti seriamente. Ma ormai le nostre generazioni non sono recuperabili. E chi insegnerà l’etica ai giovani? La vedo dura.

il cacciatore celestePoseidone, il possente toro, l’ardente cavallo, simboleggia l’emotività dell’uomo che ha tenuto sepolti i propri sentimenti. Quando la terra trema, siamo noi che tremiamo. E urliamo la sofferenza della terra, la nostra. Non siamo dei, piuttosto dovremmo capirli per capire la nostra indole, le nostre inclinazioni,  i nostri difetti. Visto che l’unica cosa che abbiamo imparato è scimmiottarli.

“Si può benissimo vivere senza dei, ma gli dei ritornano sempre”. Ecco la grande lezione celata nell’ultimo lavoro di Roberto Calasso: Il cacciatore celeste, edito da Adelphi. Ma quanti sanno cercare il significato della propria esistenza nel mito? Ci siamo dimenticati di esser stati bambini quando “l’invisibile era visibile”, come lo è stato per i nostri progenitori. Scrive Burckardt: “Il mito è il vero oceano spirituale di questo mondo”. E Calasso chiosa: “Nuotando in quell’oceano, alla fine sarà d’obbligo arrendersi”.

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