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Fertility Day? Chi lavora non fa l’amore

Perchè ho deciso di non avere figli senza mai pentirmene

fertility day donna libera
Il Fertility Day ha oggettivizzato la figura del figlio usandola come simbolo del nostro valore. Siamo ritornati al medioevo: se non è capace di essere madre, la donna non è niente. Invece difendo la scelta di essere liberi, che comporta la libertà di amare e di non amare più

“Chi non lavora non fa l’amore” cantava Celentano nel 1968. Mentre succedeva un sessantotto e si scopriva, grazie alla pillola anticoncezionale, che si può fare l’amore senza dover procreare. La donna era libera. Anche la donna aveva diritto a godere, anzi provava piacere. Uomo e donna erano alla pari. La maternità era stata ridimensionata: la donna non era più solo una femmina da ingravidare.

Oggi la donna piange la maternità perduta: a quarant’anni è troppo tardi per fare figli e non ci si sente più donna. Qualcuno dovrebbe scrivere un’altra canzone: “Chi lavora non fa l’amore”.  Perché, per farlo, non bisogna avere pensieri: passano la voglia, il tempo e la fertilità.

Celentano intendeva dire: chi sciopera, perde il lavoro. È stato filo-governativo in un’epoca di contestazioni operaie. Però ha ingabbiato l’amore libero nella produzione e l’ha reso improduttivo. Non è stata tutta colpa sua, per carità, ma il messaggio è stato subliminale.

Amore – sesso – lavoro – soldi: che gran pasticcio.

La campagna pubblicitaria del “Fertility day”, voluto dal ministro Beatrice Lorenzin e previsto per il 22 settembre, ha suscitato indignazione per i messaggi indelicati o addirittura offensivi verso chi non può avere figli. In verità ha riproposto la falsa correlazione tra potenza e fertilità. Come se l’infertilità rendesse asessuati: gli uomini impotenti e le donne sterili. Chi non procrea non è maschio, non è femmina, ergo è inutile alla società. La quale ha bisogno di pagare le pensioni. Quindi ben vengano gli extracomunitari, che procreano come conigli visto che non hanno pensieri di pagare tasse, mutui e nemmeno di lavorare. Li manteniamo noi italiani in cambio dei loro “prodotti umani”. Ma non eravamo in troppi su questa terra?

Ma non divaghiamo. Qualcuno ha eccepito che non bisognava fare un piano nazionale per incentivare la fertilità, bensì per la famiglia. E come? Su quali principi? Sempre sul valore/diritto di “avere un figlio”? Non ci siamo. Un figlio è un dono di Dio. Punto. E si può anche adottare, perché quel dio che sta dentro di noi ci dice cosa fare. Però è sempre un atto d’amore. Invece abbiamo confuso l’essere amanti, amorosi con l’avere: abbiamo oggettivizzato il figlio per dimostrare che valiamo, sia esso un’aspirazione di immortalità o di stabilità economica futura. Ma niente paura: oggi i figli si comprano anche a cinquant’anni, c’è chi li fa per noi. Basta rivolgersi a una banca del seme, basta avere soldi, un buon lavoro. Il sesso è andato in banca. Fare l’amore è diventato un optional. Il che tranquillizza quanti sotto stress non hanno più pulsioni erotiche. Tanto il sesso è solo una fastidiosa ginnastica i cui esercizi non sono sempre comprensibili e pertanto attuabili.

Siamo ritornati al medioevo e la donna è la grande gabbata: se non è capace di essere madre, non è niente. Ma come fa a sentirsi umiliata per questo se spesso deve scegliere tra procreazione e lavoro, dovendo mandare avanti la baracca familiare? Deve essere ancora molto ignorante — e lo dico da donna. La fertilità non è un bene sociale, della comunità e nemmeno della famiglia, del marito. La donna continua a mettersi in una posizione di inferiorità confondendo una sua capacità fisica con la sua individualità. Essere madre non significa essere persona: anche gli animali sono capaci di procreare.

“Poverina, lei non ha potuto avere figli” sentivo dire di una coppia senza figli quando ero piccola. Ma dopo mezzo secolo, c’è spesso qualcuna (sì, proprio una donna) che mi chiede con uno sguardo di pena come mai non ho avuto figli. “Non li ho voluti, volevo essere libera”, rispondo. Quasi mai vengo creduta. Non mi sono mai pentita della scelta. Perché essere libera, che comporta la libertà di essere, fare e soprattutto la libertà di amare e di non amare più, senza implicazioni familiari, per me è stato più importante. Mi ha sempre irritato la canzone di Celentano, invece, benché non fossi una figlia dei fiori, ho amato lo slogan: “Fate l’amore, non la guerra”.  E fatelo con amore – aggiungo. Solo l’amore può salvare il mondo. E lo dicono tutte le religioni. Ma viviamo in un mondo che non sa più cos’è l’amore, perché non pulsa più.

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