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Dopo Bratislava, l’Europa dei senza leader resta senza futuro

Il vertice di Bratislava non raccoglie l’allarme globale sui rifugiati

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Bratislava, 16 settembre 2016: il Vertice informale dei capi di Stato e di governo dell’Unione Europea (Foto Palazzo Chigi/T. Barchielli))

Come sempre capita in politica, vale la regola della mela bacata che guasta il sacco delle mele sane. Democrazie incomplete al potere in paesi ex fascisti ed ex comunisti dell’Europa centro-orientale, stanno ponendo alle istituzioni dell’Unione Europea questioni sulla sua stessa ragion d’essere. Eliminato l’equivoco britannico, resta tuttora insoluta la questione di fondo: quale Europa, e per quali stati?

Se ce ne fosse stato bisogno, il vertice dei ventisette di Bratislava ha mostrato al mondo sino a che punto può spingersi la regressione dell’ideale europeista, a fondamento di 65 anni di democrazia e benessere europei. Come sempre capita in politica, vale la regola della mela bacata che guasta il sacco delle mele sane. Democrazie incomplete al potere in paesi ex fascisti ed ex comunisti dell’Europa centro-orientale insieme a lānder tedesco-orientali, quelli di cultura prussiana e poi comunista, stanno ponendo alle istituzioni dell’Unione Europea questioni sulla sua stessa ragion d’essere. Può accadere che vengano seguiti da altri, visto il gran daffare che hanno le forze nazionaliste in paesi come Francia, Spagna, Italia, Grecia, Olanda.

E’ la preoccupazione che si ritrova nell’appello che Jacques Delors, ultimo grande presidente di Commissione Europea e padre dell’Unione Economica e Monetaria, ha lanciato nei giorni precedenti al vertice.

Durante la seconda guerra mondiale (il Manifesto di Ventotene è scritto tra il 1941 e il 1944), si accentua il dibattito sul futuro dell’Europa, e a confronto ci sono due tesi. L’una, portata avanti dai britannici, prefigura il mercato libero da dazi e nessuna forma politica comune salvo il grande foro di confronto di idee e programmi. L’altra, portata avanti soprattutto da italiani e francesi, vuole l’Europa politica unita, sul modello federale degli Stati Uniti d’America. Nel dopoguerra, quando Winston Churchill creerà le condizioni politiche per il Consiglio d’Europa, e successivamente quando si creerà Efta, European Free Trade Association, il Regno Unito avrà gettato il dado della sua politica, chiamando a raccolta le forze e i paesi che la condividevano. Quando Jean Monnet partorirà, grazie all’accordo franco-tedesco-italiano, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio nel 1951 e la Comunità economica europea nel 1956, l’ipotesi federalista, seppure in versione minimalista, si sarà anch’essa tradotta in dato politico.

Il modello britannico uscirà presto sconfitto, tanto che Londra chiederà di entrare nelle istituzioni di Bruxelles contestualmente all’avvio dell’Efta, consapevole dell’errore storico che i suoi gruppi dirigenti hanno compiuto nel separarsi dal filone continentale. Efta si svuoterà restando un guscio vuoto. Nei decenni successivi, l’allargamento prevarrà sull’approfondimento: l’euforia di andare a costruire istituzioni rappresentative del continente, non solo di una sua porzione come era stato agli albori, vincerà sulla volontà di proseguire nel cammino unionale prima, federale poi, tracciato da Jean Monnet. Ma l’inconciliabilità dei due progetti d’Europa non verrà a cessare.

Eliminato finalmente l’equivoco britannico, resta tuttora insoluta la questione di fondo: quale Europa, e per quali stati? Detto in altro modo: per tenere tutti dentro, prepariamo le scialuppe di salvataggio per il naufragio prossimo venturo delle istituzioni, o chi vuole salvare il progetto iniziale d’Europa è meglio che cali da subito le scialuppe e cerchi riparo altrove lasciando andare alla deriva la nave che ha perso la rotta ed è senza capitani?

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Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi parla ai giornalisti durante i lavori del vertice di Bratislava (Foto Palazzo Chigi)

Non è casuale che la questione sulla natura della presente UE, arrivi con forza dal dramma dei migranti e rifugiati che ogni giorno tentano, rischiando anche la vita, di poggiare i piedi sulla libera e ricca terra d’Europa. I vagiti delle prime istituzioni comuni vennero con il movimento verso il nord, su carrozze di infima classe, di lavoratori dalla pelle brunita dal sole del sud: i meridionali italiani che andavano nelle miniere di Belgio e Francia e nelle acciaierie tedesche, gli spagnoli e portoghesi che scappavano dalle loro dittature per lavorare nei ristoranti e nei servizi turistici francesi, i turchi che trovavano nell’industria automobilistica tedesca come gastarbeiter la dignità che il loro complicato e diviso paese non concedeva. L’elemento dell’accoglienza umana fu uno dei nutrimenti del modello di Comunità europee nascenti, non casualmente basate sul riformismo sociale proposto dalla dottrina sociale della chiesa e dalle socialdemocrazie, innanzitutto quella di scuola renana. Quell’Europa dava spazio ai sindacati, al Comitato economico e sociale, alle autonomie territoriali e culturali. Era certamente un’Europa degli affari, dell’industria e dell’agricoltura, ma era consapevole che quelle attività economiche venivano da donne e uomini e che a questi innanzitutto occorreva guardare. I fondi finanziari dell’intervento comune e centralizzato erano essenzialmente due: uno, quello “sociale”, guardava ai lavoratori, quello di “sviluppo regionale” ai territori in difficoltà. Anche nella politica agricola, per troppi decenni prima voce di spesa comune, se una parte dei costi andava a sostenere i prezzi, fondi andavano per lo sviluppo sociale e territoriale delle comunità agricole meno favorite, le montane incluse.

Quell’Europa avrebbe saputo cosa fare con gli immigrati e i richiedenti asilo d’oggi. Meno ricca e più “stretta”, fu generosa con gli ungheresi in fuga dal comunismo, con le donne e gli uomini in fuga dai golpe dei gorilla latinoamericani appoggiati dalla CIA, con i fuoriusciti d’Africa e Asia, con i cecoslovacchi e polacchi repressi dai rispettivi colpi di stato nel 1968 e nel 1981. Lo fecero le democrazie socialdemocratiche scandinave con generosissime politiche di welfare, e più spartanamente i paesi a sud, anche per le responsabilità coloniali ereditate in territori africani o asiatici, preda di deliri dittatoriali o frazionismi intestini. Vi era, dietro quei comportamenti, il filo rosso del rispetto per i diritti umani e la volontà di costruire un’Europa illuminata, socialmente giusta, umana oltre che economicamente forte.

Ben altro è lo spettacolo odierno. Londra ha lasciato l’UE anche per la questione rifugiati. Il rinvio di decisioni risolutive sui richiedenti asilo, espresso dal vertice di Bratislava, annuncia altri guai. Il fatto è che, procedendo in questo modo l’Ue mostra tre forti limiti: non decide, non ha visione, accresce il rischio di disintegrazione.

In quanto al primo limite, un soggetto politico esiste per decidere. Il grande sindacalista Luciano Lama, ai colleghi in vena di non concludere le trattative con governo e imprenditori ed optare per gli scioperi, spiegava: “il sindacato esiste per firmare i contratti, non per fare scioperi”. Vale per i governi e le loro organizzazioni. Se la Ue fa trascorrere anni e anni prima di decidere su dossier urgenti come il trattamento dei richiedenti asilo e l’accordo con la Turchia, diviene ininfluente sulla materia. Ogni governo decide da sé e le istituzioni appaiono inefficaci e inutili.

In quanto al secondo limite, così comportandosi, l’Ue sembra non vedere e non ascoltare cosa sta accadendo all’umano genere in questa lunga stagione di crisi. Siamo sottoposti, noi 7 miliardi e passa di umani, a sfide globali come il cambiamento climatico, la polarizzazione della ricchezza in poche tasche con l’impoverimento generalizzato dei ceti medi, l’attacco islamista, il rivolgimento politico economico e militare del dopo bipolarismo. Le sfide globali producono, tutte, fuga di persone, mai prima registrata nella storia in quanto a numeri ed estensione.

L’ultimo allarme viene da Centre for Research on the Epidemology of Disasters”, CRED, e si sofferma sui cosiddetti rifugiati ambientali. Nota che i disastri ecologici causano 6 milioni di fuggitivi l’anno, per un totale che alla metà del secolo, sarebbe pari a 250 milioni, sottolineando che si tratta di persone senza tutele né diritti; perché le convenzioni internazionali di protezione riguardano chi scappa da conflitti e discriminazioni non da danni climatici, perché si tratta per lo più di sfollati interni. CRED calcola in quasi 90 milioni le case distrutte per danno ambientale negli ultimi vent’anni, in quasi 20 milioni gli sfollati dello scorso anno, per la stessa causa, in 113 paesi. 111 conflitti sarebbero scoppiati, dal dopoguerra, per cause collegate alla scarsità di risorse ambientali, come l’acqua o l’energia. Non sorprenderà sentirsi dire da CRED che l’Europa, così come altri continenti ricchi, sarà investita presto da ondate di chiedenti soccorso per cause legate all’effetto del riscaldamento globale.

Barbara Spinelli che alla questione dedica prossimamente a Milano un convegno internazionale, accusa la Commissione Europea e la sua politica di hotspot, di non voler intendere la natura specifica dei richiedenti asilo in fuga dai disastri naturali, che non vanno assimilati ai migranti cosiddetti economici.

Jacques Delors, tecnocrate cristiano e socialista, associandosi all’appello di 175 organizzazioni della società civile, alla viglia di Bratislava ha chiesto pubblicamente che la Ue torni a mettere al centro “il benessere del nostro pianeta e della sua gente”  nelle versioni “ambientale, sociale, economica”, non “il mercato azionario e la crescita puramente nominale dell’economia”.

Bratislava ha invece mostrato che i 27 (26 in realtà, perché Matteo Renzi si è dissociato in modo plateale) non hanno visione, operano sul breve delle loro competizioni elettorali. Il contrario della sollecitazione di Delors a scegliere la “strategia … per uno sviluppo sostenibile ad ampio raggio …che rappresenti una guida per tutta la sua attività dei prossimi decenni…”.

Il terzo limite, procedendo così le cose, è inevitabile che trovi realizzazione nella retrocessione delle istituzioni a simulacro di quanto previsto nei trattati, ovvero all’irrilevanza negli affari continentali e internazionali. Comprensibile che le questioni interne prevalgano nell’agenda dei vari Merkel, Hollande e Renzi. Ma la verità è che gli affari europei stanno trasformando e decidendo la natura di quelle agende. Senza un colpo d’ala che riporti le istituzioni a contare, il filone politico europeo dei popolari e socialdemocratici che a quelle istituzioni ha dato vita, verrà spazzato via, come già accaduto a quello liberale, partner storico della fondazione europea.

E’ la politica dei governi e della collaborazione intergovernativa la responsabile dell’attuale situazione di crisi e di apparente strada senza uscita. Occorre togliere poteri ai governi e restituirlo alle istituzioni sovranazionali. Solo riattivando le politiche sociali e di grandi investimenti per la ripresa e l’occupazione, si può salvare l’Unione e riportare i cittadini europei alla fiducia verso il progetto delle origini. In alternativa, se ne piloti la ristrutturazione e ci si conti tra chi vuole stare nel primo cerchio (Unione e poi Federazione), e chi vuole starne fuori (associazione). Ma dove sono i leader in grado di decidere?

Nel vecchio continente non abbiamo a disposizione una generazione di politici alla Jacques Delors, in grado di respingere l’onda di ritorno del nazionalismo europeo. Esattamente un secolo fa quell’onda iniziò ad alzarsi, per colpire come uno tsunami nel decennio successivo le popolazioni complici e ignare. Il ticchettio della storia a volte funziona come nei film horror: l’immagine al rallentatore e il suono accentuato, insistenti e reiterati, creano angoscia, gelano lo spettatore, che allora attenderà soltanto di assistere al delitto.

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