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Tiziana Cantone: chi è senza peccato scagli la prima sentenza

Il caso del suicidio di Tiziana Cantone visto con le lenti offuscate della giustizia

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Il giorno dei funerali di Tiziana Cantone (Foto da nanopress.it)

Tiziana Cantone aveva sperato di poter risolvere l’assedio rivolgendosi alla magistratura. L’equivoco è stato averla trattata alla stregua di una pubblica autorità che avesse chiesto di essere dimenticata insieme alle sue magagne. Ma è stato un equivoco? O questa decisione è la spia di un guasto molto più profondo? O non tradisce una cultura della “punizione a tutti i costi”, che trova sempre un varco per affermarsi?

La tragedia di Tiziana Cantone, suicida sei giorni fa, a 31 anni, è racchiusa fra due parole, comunissime, abusatissime: “colpa”, “punizione”. E’ una ragazza di Casalnuovo di Napoli, piuttosto piacente; il padre abbandona la famiglia che lei è ancora una bambina; cresce con la madre, Maria Teresa Giglio, impiegata al comune; nessun degrado; maturità classica, università fluttuante.

La “colpa” sarebbero state le riprese volontarie di uno o più atti sessuali da lei consumati, nonchè, pare d’intendere, gli stessi atti sessuali; con una “aggravante”: lei stessa avrebbe inviato, all’inizio, i video su WhatsApp, che però è un circuito chiuso, ad alcuni amici; la “punizione”, la sua lapidazione telematica e digitale: resa “necessaria”, una volta che i video, com’era agevolmente prevedibile, sono finiti “in rete”.

La madre ha formulato alcune ipotesi che scandirebbero le fasi di questa tristissima storia; le sue parole sembrano implicare, all’inizio, la manipolazione psicologica della figlia ad opera del fidanzato, Sergio Di Palo, ritenuto partecipe e consenziente alla “documentazione”: “l’ha plagiata”, “era schiava del fidanzato”; quindi, la progressiva incrinatura del suo equilibrio: “Tiziana tentò per due volte il suicidio. La prima volta accadde a dicembre 2015…ingerì alcol e barbiturici ”, la seconda volta, qualche mese dopo, “tentò di lanciarsi nel vuoto dal balcone dell’abitazione del suo convivente”; ed infine, il crollo: “Gli ultimi giorni sono stati tremendi. La questione delle spese legali e dell’ingiustizia ricevuta, il suo nome in giro per tutto il web, la delusione per la qualità del rapporto con l’ex, la responsabilità di sostenere ancora altri processi, ancora altre gogne; “lei voleva soltanto dimenticare”.

Se la morte è un mistero, la morte per suicidio è un mistero nel mistero. Sicchè, qui non si intendono affermare o negare nessi, causalità; la stretta del dolore suggerisce solo rispettoso silenzio, cauta misura.

Sarebbe stata una vicenda comunque problematica: giacchè, quelle bravate tardivamente adolescenziali tradivano una cupezza confusa, che ha tramutato la potente letizia di un’estasi in un groviglio di grigia serialità. E che la disperazione della ragazza sia esplosa solo di fronte alla sua stessa “scoperta”, non dovrebbe  velare lo sguardo. Perciò, rifuggendo salmodianti ipocrisie da “corpo liberato”, un osservatore caritatevole dovrebbe riconoscere che, probabilmente, il garbuglio umano c’era già prima del tragico epilogo.

Ma l’ulteriore complicazione c’è stata. Perchè, ad un certo punto, Tiziana Cantone spera di poter risolvere l’assedio rivolgendosi alla magistratura. Ad Aprile di quest’anno, chiede quello che propriamente si chiama “provvedimento d’urgenza”, per ottenere che i social rimuovano quei contenuti (commenti, pagine, video e così via); chiede anche il risarcimento dei danni. Ad Agosto il Tribunale rigetta la richiesta risarcitoria, perchè, in effetti, su di essa non si può decidere in via “d’urgenza”; ma, anche se i contenuti vengono eliminati (da alcuni “spontaneamente”, una volta presentato il ricorso, da altri dopo il provvedimento del Tribunale), nega il c.d. “diritto all’oblio”, vale a dire la “deindicizzazione” del suo nome: il tecnicismo significa che digitate un nome sulla casella di ricerca, e non vi viene restituito alcun risultato.

Il Tribunale, nel negare questa più radicale cancellazione, scrive che per imporre il richiesto “oblìo” dei dati personali, essi dati devono essere “relativi a vicende risalenti nel tempo”; nel caso di Tiziana Cantone, “non si ritiene che sia decorso quel notevole lasso di tempo che fa venir meno l’interesse della collettività”.

Taluno ha fatto osservare che, in ogni caso, rimosso un “nome”, i contenuti alfabetici ad esso relativi possono essere rinvenuti indirettamente; per es. cercando una frase ad esso riconducibile univocamente (è nota la storia parallela di una frase che si udiva in uno di quei video); per non contare immagini e sonoro, variamente rubricabili pur prescindendo da un determinato nome, per. es. “la ragazza campana”, “il video hot che tutti cercano” e così via.

Ma questa obiezione non tocca la questione di principio, nè la necessità che si ponesse un criterio; semmai, il rilievo pare richiamare la logica del fatto compiuto, che tende sempre ad autogiustificarsi. Una volta che già c’è, che volete farci.

La questione era invece proprio questa: la diffusione “in rete” di un contenuto, di cui il protagonista, facendo constare il suo originario dissenso, chieda la rimozione.

Ed in effetti, ineffabilmente, un criterio è stato enunciato: “l’interesse della collettività” a mantenere comunque una “memoria”. Si possono rimuovere “le filiazioni”, ma non le “matrici”.   

L’equivoco è stato avere trattato Tiziana Cantone alla stregua di una pubblica autorità che avesse chiesto di essere dimenticata insieme alle sue magagne. Ma è stato un equivoco? O questa decisione è la spia di un guasto molto più profondo? O non tradisce una cultura della “punizione a tutti i costi”, che trova sempre un varco per affermarsi?

L’occasione era invece propizia per precisare, con la legittima autorevolezza della giurisdizione, che l’interesse alla “conoscenza” deve essere valutato insieme al suo oggetto: che si chiama “fatto pubblico”, ma è anche una persona in carne ed ossa; altrimenti si scivola nel feticismo giuridico.

Ora, in questo caso, la “conoscenza”, prima del giudizio, si era trasformata in strumento di incontrollata riprovazione; perchè era prevalsa, come frequentemente accade, la dimensione del “fatto pubblico”, su quella della “persona in carne ed ossa”. Il Tribunale, affermando la legittima permanenza “in rete” di quella conoscenza/riprovazione, sia pure delle sue sole “matrici”, e non nelle “filiazioni”, ha perso un’occasione per avvertire che la “conoscenza”, nel tempo digitale, è potenzialmente violenza; e che “l’interesse pubblico” molto facilmente produce un impatto impropriamente sanzionatorio.

Ma si stupisca chi vuole. Perchè da vent’anni e più ormai, “l’interesse pubblico alla conoscenza” è il travestimento più riuscito per contrabbandare in società la “lapidazione”, presentandola come critica, politica o d’altra specie. In ogni caso, l’eventuale rango pubblico di chi la subisce non solo non sminuisce la barbarie ma, se possibile, l’accresce. Perciò, la “cultura del nostro tempo” rivendica il suo spazio.

Perchè, allora, la corriva formula “che non sia morta invano”, possa avere un minimo di decoroso senso, forse bisognerebbe riconoscere che quanto è accaduto a Tiziana Cantone, esattamente quello, cioè: la lapidazione, è diventato uno dei caratteri del “costume” contemporaneo, e non il meno diffuso. Soprattutto, nell’assidua ed irresponsabile intersezione di certi settori istituzionali con certi settori del ceto intellettuale, cosiddetto.

E secondo le stesse dinamiche: hai sbagliato, in un modo o nell’altro la tua “colpa” è diventata oggetto di “pubblica conoscenza”, cioè, di “pubblica ignoranza” (magari grazie a deliberate violazioni di un segreto posto a tutela della persona, per es., sottoposta ad un’indagine penale); e siccome hai sbagliato, e lo “strumento” c’è, tanto più incisivamente si può dar libero corso alle ferocia primitiva, all’urlo di plebi fameliche di sangue umano.

Dopo oltre vent’anni di “diritto al lancio delle monetine”, sappiamo tutti da dove siamo partiti: ma temo non si intenda più guardare dove stiamo arrivando.   

   

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