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Sono sopravvissuta alla bomba di Chelsea ma la mia città mi ha ferita

Un sabato sera stavo camminando verso il mio appartamento a New York quando ho visto una luce che ha cambiato la mia vita

di Helena Ayeh
chelsea bomb new york

Chelsea, September 17, 2016: after the bomb went off (Twitter Photo: @jimmyalto)

Sabato 17 settembre, alle 20:29, andando a casa ho attraversato l’incrocio tra 6th Av e 23rd Street, quando ho visto un enorme raggio di luce alla mia destra. In una frazione di secondo non sentivo più i piedi sul terreno... In ambulanza mi hanno chiesto se credessi in Dio... Poi, nonostante fossi ferita, la polizia non mi ha lasciato entrare nella mia strada

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Durante un sabato di fine estate tutti si aspettano che la vita scorra tranquilla, scandita da occupazioni ordinarie come un fare di shopping, arrivare a casa, cucinare, mangiare e quello che segue.

Ho attraversato l’incrocio tra 6th Avenue e la ventitreesima strada mentre andavo a casa, camminando lentamente verso il mio appartamento situato a metà tra 6th e 7th Avenue. Il passo lento con cui mi muovevo era dovuto al fatto che il laccio dei miei sandali si era rotto mentre ero nel Village. Potevo ancora camminare e, considerando che non avevo alcuna fretta, il tempo era fantastico, non sono un’amante della metropolitana e non volevo spendere una fortuna in taxi ma, anzi, approfittare di un po’ di esercizio fisico dato che, quella sera, non ero in vena di allenarmi ho pensato di continuare a passeggiare senza curarmi di quando sarei arrivata a casa.

A circa dieci, quindi passi di distanza dall’edificio del mio appartamento ho pensato di vedere un’enorme raggio di luce alla mia immediata destra. In una frazione di secondo — un rumore che letteralmente non avrei mai pensato fosse possibile emettere ha completamente stravolto il mio mondo. Contemporaneamente, non sentivo più i piedi poggiare sul terreno perché, effettivamente, non lo facevano. Quando ho sentito nuovamente qualcosa essi erano sul marciapiede insieme alle mie ginocchia, il mio polso e avambraccio. Credo di avere, stupidamente, cercato di fermare con la mano la mia caduta sul marciapiede, da un’altezza che mi sembrava quella di una montagna.

Per un breve momento ho creduto di non sentire assolutamente nulla mentre cercavo di convincermi che stavo bene e che, forse, ero solo inciampata. Quel momento si è dissolto in favore di ciò che sembrava essere il suono molto lontano prodotto da sirene, urla, clacson e vetri rotti. Sono tornata sui miei piedi tremando, cercando ancora di convincermi di stare bene, e ho raggiunto le chiavi nella borsa che era rimasta saldamente sotto il mio braccio durante tutto il tempo. Ho tastato le chiavi e le ho estratte — in quel momento ero arrivata a trovarmi, in qualche modo, davanti al mio palazzo. Non ero lì quando ho sentito tutti i rumori, ma adesso c’ero arrivata. Ho iniziato a selezionare la chiave giusta e ho realizzato che non riuscivo a vederne nessuna. Ho cercato i miei occhiali per vedere se fossero ancora al loro posto: c’erano, ed erano intatti. Mentre cercavo di capire come fosse possibile che non riuscissi a vedere le chiavi se le avevo in mano e gli occhiali non erano rotti, ho cercato nuovamente di leggere le varie etichette. In quel momento ho iniziato a sentire qualcosa di appiccicoso, e il suono sordo e silenzioso del sangue sull’altra mano.

Non sentivo dolore, e sono rimasta ferma per un momento, completamente confusa. Poi, improvvisamente, c’era rumore. Sirene, urla, clacson, stridori, vetri. Ho cercato di voltare lo sguardo verso la direzione dei suoni ma ho sentito una fitta al ginocchio. Anche il polso iniziava a farmi male. Credevo di non riuscire a vedere bene semplicemente perché il punto in cui mi trovavo era troppo buio. Ho visto delle luci lampeggianti e quelli che sembravano dei fantasmi muoversi lentamente, a scatti, nella mia direzione. Ho sbattuto le palpebre e cercato di strofinarmi gli occhi ma l’unico risultato fu l’uscita di altro sangue e la perdita della visione nell’occhio destro. A questo punto ho iniziato a vedere meglio attraverso l’occhio sinistro. Credo fosse in quel momento che ho realizzato che, forse, ero ferita, e forse sarei dovuta andare all’ospedale.  Un liquido rosso continuava a scendere dalla mia guancia mentre tentavo di farmi spazio in mezzo alla strada, urlando per chiedere aiuto.

Sapevo che non sarei riuscita ad arrivare all’ospedale senza assistenza. Gridavo chiedendo aiuto. Un uomo si è avvicinato a me, ha detto qualcosa e mi ha spostato, gentilmente. Poi, ero in ambulanza. Ho chiesto al paramedico — un’infermiera, forse — se il mio occhio era ancora al suo posto. “Si”, ha risposto. “È sicura?” Ha esitato. L’esitazione mi ha preoccupato, così come la sua seguente risposta: “Non si preoccupi”. Tutto ciò che potevo ripetermi era: “Va bene, non mi devo preoccupare”. Il sangue aumentava sulle mie mani. Mi hanno rapidamente coperto l’occhio, e l’infermiera mi ha ordinato di chiudere anche l’altro. Ho obbedito immediatamente. Hanno cambiato le bende in tempo record perchè erano già fradicie. Ho smesso di preoccuparmi del fatto che fossi vestita completamente di bianco. Ho chiesto perché non potessero fermare il sanguinamento. “Ci stiamo provando” ha detto e poi sbraita: “Tenga l’altro occhio chiuso, qualunque cosa lei faccia. Lo tenga chiuso”. Qualcuno ha interrotto questa intensa comunicazione con un tono di voce piuttosto acuto: “Spostate tutti fuori in altre ambulanze, questa è grave. Dobbiamo portarla SUBITO!”. Ho scoperto che il “caso urgente” ero io. Non bene. Credo di aver sentito qualcuno protestare. Quella con la voce acuta era tornata: “È la signora dell’occhio, ha la priorità assoluta. Bisogna portarla adesso!”. Non lo hanno fatto. Mi è sembrata che passasse un’eternità prima che il veicolo iniziasse a muoversi — a meno che, in realtà, fino a quel momento non mi fossi accorta che eravamo già in moto.

Respira a fondo. Ci stiamo muovendo. Ora arriveremo. Ho chiesto all’infermiera se il sanguinamento sembrava essersi ridotto — avevano cambiato nuovamente il bendaggio. Lei mi ha risposto che, alla fine, si sarebbe fermato. Era abbastanza come risposta. Poi il mio universo è andato in pezzi quando mi ha chiesto: “Crede in Dio?”

“Si”.

“PREGHI”.

Morirò, ho pensato. Come avrei dovuto prendere e interpretare quello che mi era appena stato detto?

In quel momento, ho offerto la mia anima a Dio e mi sono rilassata. E ho pregato.

Non so quando né come sono arrivata in ospedale — forse sono svenuta ad un certo punto, ma ricordo la barella e il nugolo di poliziotti e detective. Nessun dottore. Ho detto ai detective di levarsi di torno mentre la mia vicina di barella vomitava. Non avevo nulla da dire in quel momento e se ne è andato.

L’FBI è stato più gentile. Dopo un’eternità è arrivato un oftamologo; c’era ancora sangue che usciva. L’esame, piuttosto sanguinoso, deve essere durato circa due ore. Poi la TAC, i raggi X, aghi, flebo. Tutto. Il dottore era molto bravo. Gentile come Gesù e ancora più calmo. Però, non aveva la barba. Di certo non era Gesù, ma per me ci si avvicinava abbastanza. Alla fine di tutto il processo mi hanno riempita di medicazioni. Mi hanno messo dei punti vicino all’occhio e poi mi hanno lasciato riposare un po’, firmare delle carte e finalmente ho ricevuto un sorso d’acqua dopo otto ore. Ho chiesto se, gentilmente, potessi avere una maglietta pulita e un qualsiasi paio di pantaloni in modo da potermi cambiare i vestiti macchiati di sangue. Forse si aspettavano che me ne andassi in quelle condizioni. Ad ogni modo, la felpa grigia di taglia extra-large e la maglietta blu marino mi parvero estremamente confortevoli mentre la mia amica Silvia, che è rimasta all’ospedale di Bellevue con me durante la notte, mi ha aiutata ad arrivare in strada e fermare un taxi, soltanto per finire nelle mani de The New York Times.

La polizia non mi lasciava raggiungere la mia strada. Gli occhi mi rimbombavano ed avevo un forte mal di testa. Mi sentivo come se mi stessi riprendendo dagli effetti di un’anestesia. Ho mostrato il certificato rilasciato dall’ospedale e tutti i documenti che volevano vedere. Una poliziotta ha urlato ai suoi colleghi in modo forte e sgarbato, come fosse riuscita a fermare “questa donna” dall’intrufolarsi oltre le barriere. Queste parole dette in quel momento mi hanno fatto sentire come se mi stessero sparando. Tutto ciò che stavo cercando di fare era avanzare verso il poliziotto che aveva preso i miei documenti, chiedendogli quale fosse il verdetto del suo “superiore”. No, non mi avrebbero lasciato passare. Non importava che il mio occhio facesse male o si stesse infettando, gonfiando o se fosse diventato viola. Loro avevano l’ordine di non lasciar passare nessuno e quindi non avrebbero fatto passare nessuno. Non erano pagati per usare il proprio cervello, avrei dovuto saperlo. Mi sono girata e ho camminato per quattro ore. Da sola, arrancando. Ho preso del caffè ed un dolce a L’Express su Park Avenue, e ho continuato a camminare.

Ho intrapreso un altro viaggio verso casa, questa volta tramite 7th Avenue; un poliziotto molto gentile ha ascoltato il mio resoconto ed ha affermato che per nessun motivo dovevo restare in strada: mi ha accompagnata al mio appartamento.

La prossima volta vi dirò che ruolo hanno avuto le bottiglie di vino che stavo portando a casa in questa storia. Dirò anche cosa ho pensato riguardo a come gli “official” abbiano ignorato completamente le vittime, non dando loro un briciolo di attenzione mentre l’unica cosa che erano intenti a fare era darsi pacche sulle spalle. Hanno fatto un gran bel lavoro nel prendere l’uomo cattivo. Tutte le 29 vittime sono state rilasciate. Oh, la polizia è brillante, non è così? Il sindaco lo è ancora di più e New York è semplicemente fantastica.

E io, sto qui seduta con la vista compromessa, il ginocchio destro pieno di lividi, il braccio sbucciato e il lato destro del volto che è ridotto ad un sacco curvo, nero come la pece e pieno di sangue, grande come un piattino sotto ad un occhio ancora iniettato di sangue. Il mio futuro professionale, almeno nel breve periodo, è incerto e mi gira la testa. Sono estremamente grata ad alcune agenti dell’FBI la cui umanità, gentilezza e compassione resteranno sempre con me.

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helena ayehHelena Ayeh, originaria del Ghana, è architetto e vive a New York da più di 25 anni. Risiede nel quartiere di Chelsea.

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