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Mafia Capitale: quel nome è un’offesa alla memoria

La Procura di Roma chiede l'archiviazione per 116 persone per la vicenda "Mafia capitale". Già, in Sicilia la Mafia è un'altra cosa

delitto mafia

Un delitto di mafia nella testimoianza della fotografa siciliana Letizia Battaglia

In Sicilia abbiamo visto uomini uccisi. Sotto casa. Abbiamo visto senza avere un ruolo, senz’altra ragione che il luogo di nascita. La nostra giovinezza non è stata del tutto stuprata, solo perché la vita reca forze nascoste ed inesauribili: ma abbiamo vissuto la mortificazione della barbarie diffusa, anonima. Tutto questo ha avuto un nome: Mafia. Quella vera

La Procura di Roma ha chiesto al GIP della Città di disporre l’archiviazione delle indagini preliminari nei confronti di 116 persone, in seno alla nota vicenda giudiziaria denominata “Mafia Capitale”. Per altre settanta è stato chiesto il rinvio a giudizio, e cinquanta sono già sottoposte a processo. Tronconi. L’intestazione di questa inchiesta è offensiva e ciarlatana. La consistenza, e la specificità criminale dei fatti contestati è nota. E non ne faccio una questione giuridico-penale ma, se è possibile usare simile locuzione, di verità storico-istituzionale, e di salvaguardia della memoria.

Spero possiate tollerare l’ombra della persona, ma varrà solo come attestazione di conoscenza.

Molti di noi, coi loro occhi, hanno visto uomini uccisi. Non era normale. Ma succedeva. Sotto casa. Hanno visto senza avere un ruolo, senz’altra ragione che il loro luogo di nascita. E va bene: può succedere anche di peggio. Sì, però, hanno respirato a fatica; la loro giovinezza non è stata del tutto stuprata, solo perchè la vita reca forze nascoste ed inesauribili: ma hanno vissuto la mortificazione della barbarie diffusa, anonima. Hanno respirato il gelo, anche con 35 gradi all’ombra. Tutto questo ha avuto nome “Mafia”.

Giusto o sbagliato che fosse, quel nome ha recato un senso allo smarrimento, e una dignità alla sofferenza. Tutti i ragazzi e le ragazze nella Sicilia di quegli anni, avrebbero fatto volentieri a meno di quel senso; ma da quella cupezza sorda, pur inconsapevolmente, si traeva l’idea di una forza, lo slancio sotterraneo di chi vive una prova, non ne scorge la fine, eppure se ne avverte promosso e innalzato al rango di testimone: di materia storica, di una sofferenza mai epica, ma sempre tragica. Colpito, e simultaneamente riscattato, dalla serietà di quanto gli stava accadendo intorno; come chiunque si sia trovato, senza volerlo, come in guerra, al cimento della violenza pura: e tale perchè incomprensibile quant’era violenta e sanguinaria.

Dicevo, la memoria. Scuserete pochi numeri. In Sicilia, nei quattro anni dal 1989 al 1992 ci sono stati una media di 410 omicidi circa per anno, 8.15 per 100.000 abitanti. Un picco mai registrato prima, nemmeno durante il trentennio successivo allo sbarco anglo-americano, all’inserimento di alcuni gruppi criminali nel Gioco Grande della Guerra Fredda (sia pure col ruolo di monatti di periferia), e della conseguente solidità criminale nella loro presenza. Quando pure si era sparato, e lungamente. Poi, la media è stata di circa 300: nel 1993 e ancora nel 1994. Ma, sempre calando, erano già 140 nel 1998. Nel 2003, a dieci anni dalle ultime stragi, saranno poco più di 70, 1.23 per 100.000 abitanti, 1.24 la media nazionale.

Nel centro della Sicilia, a cavallo delle province di Agrigento e Caltanissetta, si ebbe, a partire dal 1989, l’esplosione di una gens nova: gli “stiddari”, “quelli della stella”, così furono giornalisticamente battezzati. La stessa area geografica del dott. Livatino, ucciso; e del dott. Saetta, Presidente d’Appello del Maxiprocesso, ucciso.

Questi c.d. nuovi delinquenti volevano distruggere “Cosa Nostra”. Sciamarono per la Sicilia meridionale e costiera: Gela, Niscemi, fino a Vittoria e Siracusa, e su fino a Realmonte e Menfi. Ed anche per quella interna: Palma di Montechiaro, Racalmuto; Caltanissetta e la sua provincia in generale. E oltre, in quella di Enna, con Aidone, Piazza Armerina, fino a ridiscendere a Gela, passando per Caltagirone. Vale a dire, in direzione dell’interno, proprio per tutto quello che era stato il “cuore” territoriale della “mafia dello sbarco”, di Pantaleone e Vizzini, per intenderci. Il fenomeno, in termini strettamente omicidiari, durò solo circa cinque anni. Ma si spense più per la complessiva reazione dello Stato, agevolata da qualche puntuale “soffiata” delle “Vecchie Famiglie”, diciamo à la Giuliano, che per debolezza criminale propria. Fu però una delle “guerre” più sanguinose di sempre, anche se rimasta estranea alla retorica narrativa più diffusa.

Se ne possono ricordare due caratteristiche fondamentali.

Uno: fu una “scissione generale”, nel senso che non si consumò, fisiologicamente, all’interno di uno stessa “famiglia” o di più “famiglie” riunite, ma attraversò, squassandolo, l’intero tessuto di Cosa Nostra. La scalata dei “Corleonesi”, dalla fine degli anni ’50, ai primi degli anni ’80, volle conquistare Cosa Nostra. Gli “stiddari”, volevano distruggerla.

Due: molti erano giovani, alcuni giovanissimi, e tossicodipendenti. E l’efferatezza degli omicidi raggiunse, abitudinariamente, vette del tutto inconsuete.

Nel Settembre 1986, c’era stata la Prima Strage di Porto Empedocle: sei morti, uccisi mentre erano seduti al bar di una via affollatissima; fu antesignana del successivo sommovimento, e border line, fra il vecchio e il nuovo, per modi di esecuzione e persone coinvolte. Gennaio 1990, Strage di Vittoria: cinque morti in cinque minuti, tra i 18 e i 30 anni. Luglio 1990, Seconda strage di Porto Empedocle, risposta e completamento storico-metodologico della prima: tre morti e tre feriti en plain aire. Novembre 1990, Strage c.d. dei bambini di Gela: in venti minuti, in diverse sale-giochi, otto morti e dieci feriti, buona parte minorenni. Luglio 1991, Prima Strage di Racalmuto: quattro morti, in mezzo ad una folla domenicale che fuggiva atterrita. Novembre 1992, Seconda Strage di Racalmuto: tre morti, due passanti feriti, si sparò anche lì per le pubbliche vie in pieno giorno.

In questo modo, per questa via, in ogni anfratto della Sicilia, fra i banchi di scuola e l’uscio di casa, di fronte la sala-giochi o sul marciapiede in cui pur si facevano “le vasche”, fra l’ululato di sirene, lo stridore di gomme, un bisbìglio saputo e fastidioso, l’inquietudine sospesa, lo specchiarsi al telegiornale di una vergogna comunque avvertita come propria, decine di migliaia di giovani hanno conosciuto e vissuto il senso di quella parola: Mafia.

Quando sopravvennero le Stragi, ci sentimmo i calcinacci addosso.

Con tutto il rispetto per “l’evoluzione della giurisprudenza”, qui non si accettano irrisioni.

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