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La Mafia e i suoi boss raccontati da chi ci ha vissuto accanto

Intervista con Serge Ferrand, giornalista francese autore del libro "Parla il numero uno di Cosa Nostra"

Serge Ferrand mafia

Serge Ferrand nel porto di Sciacca, dove attualmente vive in una barca a vela di dieci metri (Foto Bonfirraro editore)

Bonfirraro editore pubblica il libro di un giornalista-scrittore francese che afferma di aver vissuto per anni in Sicilia da contadino lavorando la terra del "lupo": il capo di tutti i capi della mafia che gli avrebbe fatto rivelazioni esplosive - Andreotti e Craxi capi di Cosa Nostra? Armi biologiche? - Ma chi è Serge Ferrand d'Ingraodo? Lo abbiamo intervistato

Avvertiamo subito il lettore che si accinge a leggere questa intervista di tenersi forte. Forse quello che Serge Ferrand, scrittore e giornalista francese, ci racconta sulla mafia è troppo per essere ritenuto credibile. Forse Serge è un impostore. Forse l’editore Bonfirraro ha rischiato troppo a pubblicare il suo Parla il numero uno di Cosa Nostra e noi, dopo averlo letto in anteprima, a procedere con questa intervista. Forse… 

copertina serfe ferrando cosa nostraEppure potrebbe essere anche vero il racconto di un giornalista in carriera in Francia che oltre trent’anni fa abbandona tutto per trasferirsi in Sicilia. Nell’isola dove era arrivato la prima volta da inviato de Le Figaro Magazine per scrivere sull’omicidio eccellente del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, avvenuto il 3 settembre 1982. Abbagliato dai misteri della Sicilia, Ferrand prende la decisione di rimanerci, per sempre.

Ecco noi abbiamo deciso, come l’editore Bonfirraro, di andare avanti e ascoltare la storia che racconta Serge Ferrand. Il dubbio resta, ma pensiamo sia doveroso raccontarvela e se continuerete a leggere, allora tenetevi forte. 

Prima di tutto le credenziali: Ferrand non è un giornalista “normale”. Negli anni Settanta e Ottanta in Francia conduceva inchieste diventando coloro che erano il focus dello studio. I suoi sono libri di cruda realtà vissuta, Ferrand si mimetizza con coloro di cui scrive, per raccontarli scava nell’anima dei suoi soggetti vivendogli accanto. Come accade con la vita dei canzonieri di strada a Parigi nel suo libro d’esordio Le Busker, o a contatto degli agenti dei servizi di sicurezza nel libro in cui si annuncia la guerra che verrà per le strade di Parigi, 25 anni prima degli attacchi dell’ISIS.  Ma lasciamo che lui si presenti ai lettori de La Voce di New York:

“Sono conosciuto in Francia per avere scritto quattro libri, Le Busker (Laffont 1979), Les Hommes de main (Michel, 1981), Aux order du S.A.C., con Gilbert Lecavelier  (Michel 1982) e Demain la guerre civile? (1991), con Charles Pellegrini, ex capo dell’Antigang. Sono stato anche grand reporter del Figaro Magazine, giornalista a Minute, e direttore del L’Officiel Protezione/Sicurezza. Prima avevo studiato con il sociologo Lucien Goldmann (che non mi piaceva) e soprattutto un po’ più di tre anni con il filosofo Emil Cioran (che mi piaceva molto). Nella realtà, ho studiato più di nove anni. Chiaro, non sono un scemo francese un po’ suonato (ding-dong, ding-dong!) venuto in Sicilia a inventare cose impensabili per un pubblico italiano completamente idiota. Capito?”

Ferrand è nato in Algeria, 71 anni fa,  in famiglia una bisnonna siciliana vissuta abbastanza a lungo per affollare i ricordi del fanciullo Serge. “Mafiusu mi chiamava la mia bisnonna siciliana in Algeria. Io non comprendevo perché. Poi ho capito che nel dialetto siciliano, mafiusu e mafia non sono la stessa cosa…”.

Quindi l’attrazione fatale, irresistibile per la Sicilia, un richiamo di sangue che gli fa lasciare tutto, anche una bellissima innamorata che aveva a Parigi, che durante parte dell’intervista condotta via skype, ci mostra in fotografia. Nell’isola l’unico lavoro che trova è quello del contadino. Lui, un giornalista e scrittore affermato, a spaccarsi la schiena per la terra d’altri. Già, strano, ma forse è un lavoro cercato, voluto… Perché poi si capisce che la zappa Ferrand la usa per coltivare la terra ma anche i rapporti con colui di cui poi scriverà, anni dopo, di essere il capo della mafia.

Prima di inviargli delle domande via e-email e avergli chiesto dei chiarimenti via skype, abbiamo letto il libro. Un saggio durissimo, non solo provocatorio, avvolte offensivo nei toni come nello stile. In cui Ferrand proclama una sua versione di storia della Sicilia e di averne compreso l’animo del popolo siciliano. Dove Ferrand racconta del lascito delle dominazioni del passato e di quelle presenti, usando termini che in certi tratti sembrano razzisti, xenofobi. “Non sono di sinistra e non uso il politically correct” e aggiunge: “Ma non sono razzista o anti semita. Ero di destra sì, ma adesso queste categorie non valgono più”.

Al lettore con la tentazione di voler leggere il suo libro, avvertiamo che il linguaggio di Ferrand è crudo, violento e dissacrante. Ma cosa c’è di strano, un libro sulla mafia non tratta di violenza, sopraffazione, morte? Sì ma Ferrand quel linguaggio lo riserva spesso anche per i nemici della mafia, organizzazione segreta che seppur spietata e capace di lastricare le strade siciliane di migliaia di vittime (Ce lo ripeterà spesso: “i morti ammazzati dalla mafia sono molti di più di quelli che si pensa”) alla fine dal suo scritto appare come se fosse un “male necessario”,  un potere occulto che deve agire, che nella penna dell’autore francese appare giustificato nelle sue terribili azioni. Questa la nostra sensazione leggendolo il libro e di questo avvertiamo il lettore.

Bernardo Provenzano il giorno del suo arresto, l'11 aprile 2006

Bernardo Provenzano il giorno del suo arresto, l’11 aprile 2006 (Ansa)

Serge adesso dice di essere in pensione. Vive in una barca a vela di dieci metri, nel porto di Sciacca, provincia di Agrigento. Ma non ha vissuto sempre così. Fino a qualche anno fa viveva in un altra provincia, quella di Palermo, nella zona di Aspra. Dice che andava spesso nelle campagne attorno a Corleone. Che ha vissuto anche a Bagheria. E che quello che ha scritto nel libro, l’intervista che ha avuto con quello che lui chiama “il lupo”,  ha inizio 15 anni fa. “Sono diventato amico e uomo di fiducia di colui che era il mio datore di lavoro. Lui sapeva che ero un giornalista-scrittore e ha cominciato a raccontare. Lui ora è il capo della mafia, ma prima lo era Bernardo Provenzano che ho conosciuto perché lo vedevo spesso con ‘il lupo’. Mi hanno parlato anche insieme, hanno raccontato molte cose. Ma allora non era il momento per scriverne…”.

Prima di rispondere alle nostre domande, Serge Ferrand ci invia questa ulteriore prefazione. Come se volesse ancora indicarci cosa è la mafia…

“Caro Stefano, innanzitutto una piccola, banalissima evidenza: cosa siamo? Degli uomini, certo, cioè persone che devono mangiare, bere, cagare, pisciare, fornicare e pagare le bollette. Soprattutto pagare le bollette… È un po’ quello che il ‘lupo’ – così nominato non da lui stesso ma da Riina – ha avuto l’intelligenza di suggerire attraverso il suo discorso sulla merda (si trova in uno dei primi capitoli del libro, ndr). Anche tu devi pagare le bollette, e per questo c’è il bisogno per te di ‘adattarti; all’ambiente. Cioè – per il buono giornalista che sei – la necessità di essere (un po’ o molto) conosciuto senza mai scrivere cose sgradevoli a questo ambiente di uomini, donne e gente conosciuta e potente. Per questo motivo fai dell’antimafia il tuo modo di vivere; l’assegno della fine del mese e la tua carriera dipendono di questo piccolo, diciamo, ‘dettaglio’. So che hai capito di che sto parlando…”

Forse abbiamo capito. Ferrand continua così.   

“Dunque la mafia, cosa è per te, per il mio editore e per tantissime persone in Italia, negli Usa e nel mondo? Un mondo criminale, costituito da micro-gangster incapaci di pensare minimamente, degli analfabeti senza cuore né sentimenti. Anche se ho trovato – strano che nessuno giornalista lo abbia notato! – delle ‘antiche’ frasi pronunciate da siciliani importanti che difendono i mafiosi e anche Sciascia ne ha scritte alcune; ma lui aveva già costruito la sua fama. Contro la mafia, evidentemente. Sì Stefano, così va il mondo, ti prego di non negarlo (questo mi farebbe ridere!). Ora risponderò alle tue domande”.

Avete capito da che parte sta l’autore del libro? Per Serge Ferrand, che dice di aver vissuto al fianco dei mafiosi per anni, la mafia serve come per chi deve andare in bagno. Una necessità.

Ecco la nostra prima domanda.

Dunque prima di tutto la domanda ovvia, sulla credibilità: perché dovremmo credere che questo vero capo di tutti i capi delle mafia, “il lupo”, esista veramente e che proprio tu abbia potuto fargli quelle domande e ricevere quelle risposte?

Su quello che chiami ‘credibilità’… Sei un siciliano, mi hai detto, ma non so se hai veramente vissuto in Sicilia. Uno che direbbe – come l’ho fatto – che ha intervistato il capo di Cosa Nostra sarebbe morto da molto tempo se non fosse vero: questo è sicurissimo. Perché il ‘lupo’ mi ha fatto queste rivelazioni? Non lo so, ma penso che il fatto di avere lavorato la terra con lui per dodici anni mi ha (molto) aiutato. A proposito, è Riina che lo ha soprannominato ‘il lupo’”.

Dopo aver risposto a questa domanda con un “non lo so”, in una conversazione via skype, Ferrand aggiungerà: “Probabilmente per come stanno andando le cose nel mondo, per i disastri che si annunciano, la mafia ha deciso che valeva la pena farsi conoscere meglio. Ci sarà ancora bisogno del suo lavoro…”.

Apologia della mafia: alla fine della lettura del libro questa è l’impressione che resta, come se la mafia fosse necessaria e non solo all’Italia ma al mondo. È veramente questa la tua opinione?

“Apologia della mafia? Non veramente e ho spiegato perché: la mafia è una cosa, Cosa Nostra un’altra, anche se tutti fanno confusione, come me trent’anni fa. Ne parlerò nel mio prossimo libro. Un’altra cosa, sulla mia credibilità: quando usciranno le foto di me davanti a una decina di scheletri trovati in uno dei tanti buchi della montagna, questa credibilità sarà un fatto, non la fantasia malsana di un mitomane.

 Che la mafia sia una cosa necessaria? Penso di sì; è un modo di pensare e reagire molto siciliano. Cosa Nostra necessaria? Non lo penso, anche se penso che senza i suoi traffici illeciti, l’Italia del sud (ma anche quella del nord, con i suoi investimenti nelle grande imprese) sarebbe un entità direi, ‘scheletrica’”.

Nel libro si parla di terza guerra mondiale in arrivo: sarebbe questo il motivo per cui il “lupo” avrebbe deciso di raccontare alcuni “segreti”, come per avvertire di ciò che sta arrivando? E perché? Che ci guadagna la mafia ad avvertire che il mondo sta crollando?

“La guerra mondiale? Ma ci sono tanti libri che parlano di questa cosa (necessità?); se non li hai letti, che ci posso fare? Consigliarti di leggerli? Laurent Artur du Plessis e tanti altri. Perché il ‘lupo’ ne ha parlato? Non lo so, ma penso che sia una cosa importante, come le armi biologiche che possiedono in Germania e i miliardi di euro che ho visto in (soltanto) tre dei loro conti in Svizzera. E no, la mafia non ci guadagna niente, in questa guerra. Subirà, come te, come me, e milioni di altri”.

L'immagine della strage mafiosa di trenta anni fa a Palermo e nella foto piccola Rocco Chinnici

L’immagine della strage mafiosa del 29 luglio, 1983 a Palermo che uccise il giudice Rocco Chinnici (nella foto piccola)

Nel libro “il lupo” è un killer che in più di 40 anni uccide migliaia di persone. Da sconosciuti, ai grandi delitti eccellenti di mafia, da Mattarella a Chinnici, da La Torre a Dalla Chiesa, da Falcone a Borsellino. Insomma sempre la sua mano su tutto: possibile che su tutti i delitti ci sia sempre l’impronta di un unico killer, “il lupo”, ora a capo della mafia?

“Sì, il ‘lupo’ uccide da tanto tempo (non era neanche adolescente quando ha iniziato); era la sua funzione in Cosa Nostra. Il suo bisnonno era il capo di Cosa Nostra nel mondo. Perché non si sa? Cosa Nostra è un organizzazione segretissima, amico mio, segretissima. Composta di strati impermeabili”.

Di tanti delitti il mandante finora era stato indicato Totò Riina, invece dal libro emerge un altro capo mafia responsabile di tutto. Don Saruzzo Di Maio prima e Bernardo Provenzano poi: il “lupo” sarebbe il loro killer fino a quando poi diventerà lui il boss. Riina sarebbe solo il capo di una fazione, violenta ma isolata… E neanche Matteo Messina Denaro, ritenuto da magistratura e media il capo ora latitante di Cosa Nostra, avrebbe un ruolo di protagonista… Se questo fosse tutto vero, chi ha interesse a diffondere che il boss sia stato Riina e che ora sia Messina Denaro? E perché la vera mafia non li sconfessa? Insomma potresti spiegare meglio questa faccenda della leadership…

“Sì, per tutti il capo si chiamava Salvatore Riina, ma il vero Capo era ‘Sarridu’ di Maio, non Saruzzo, come dici. Cosa Nostra non si immischia mai nelle storie fantasmagoriche inventate dalla stampa, mai, assolutamente mai. Il nuovo capo si chiamerebbe Matteo Messina Denaro? Chi l’ha detto o scritto? I magistrati? La stampa? Allora è vero, confesso, è vero! Scherzo, naturalmente. Ho incontrato una decina di grandi capi dell’organizzazione quando Bernardo Provenzano ha nominato il ‘lupo’, e tutti – me lo ha spiegato quest’ultimo – erano incensurati. E non conosciuti come ‘mafiosi’ o legati alla mafia. La sua forza viene anche da questo minuscolo ‘dettaglio'”.

Nel libro è forte e presente un’ opinione anti immigrati, anti musulmana, e spesso si sfiora il vero e proprio razzismo…. Non si capisce bene quando queste sono le posizioni  del “lupo” e quando invece questi atteggiamenti ricalcano le convinzioni dell’autore. Insomma sembra che il pensiero qui coincida. Mi sbaglio forse? Vuoi spiegare meglio quando il pensiero del lupo coincide col tuo pensiero? Appare spesso, non solo sul problema immigrati…

“No, la mafia non è ‘razzista’, come dici. È un po’ come me, lei pensa che mescolarsi non sia una cosa tanto buona (un po’ quello che vediamo ogni giorno, ma che facciamo finto di non vedere). Né antisemita; molti ebrei sono ‘politicamente corretti’, ma alcuni ‘politicamente scorretti’, come Edward Luttwak in America e Eric Zemmour in Francia”.

Mafia siciliana e mafia americana: si parla nel libro del delitto di Enrico Mattei e si accenna anche a quello dei Kennedy… Però,  almeno sui Kennedy, sembra che il lupo abbia le idee confuse, parla di un delitto prima di JFK del “parente stretto” ma chi sarebbe?

“Mattei? Mi ha raccontato quello che ha fatto, niente altro. All’epoca, era un semplice soldato. JFK? Suo padre aveva fatto un patto con Cosa Nostra, per la vendita d’alcool, durante il proibizionismo, prima di investire in imprese legali. Il resto è nel libro, non so niente di più, visto che non conosco Cosa Nostra americana”.

 

Bennitno Craxi Giulio Andreotti

Bettino Craxi con Giulio Andreotti nel 1984 (Ap)

Capi di governo come Fanfani, Andreotti, Craxi, nel tuo libro diventano capi di Cosa Nostra (che secondo il racconto sarebbe il braccio finanziario della Mafia). Invece che premier, il lupo li chiama capi di stato… Ma se fosse veramente stato così, come ti racconta il lupo, come mai uno come Craxi finisce per morire in esilio in Tunisia ? Perché la mafia non lo protegge?

“Fanfani e gli altri? L’ho detto, punto e basta. Puoi credere quello che vuoi, ma è così. Craxi è morto solo? Scherzi, probabilmente. Ma era caduto, peccato per lui. Potrei darti altri nomi, ma non lo farò”.

Potresti rivelare qui qualcosa altro, che non c’è nel libro e magari lo renderebbe più credibile ?

“No, non aggiungerò niente altro per il momento. ‘Credibilità’ o non…”.

Poi Serge ci manda un ulteriore messaggio: “Quello che è vero è che i ‘contadini’ hanno vinto la battaglia contro i ‘borghesi’ di Cosa Nostra. Te l’ho già spiegato: Cosa Nostra è composta di strati impermeabili. C’è – grosso modo – lo strato contadino, lo strato borghese, e lo strato finanziario, che si conoscono ma non si frequentano. Che cosa ha da fare un contadino con un un uomo della finanza? A priori, niente, salvo che oggi, sono degli ex contadini, con la mentalità e la spietatezza di contadini, che comandano e fanno ( o piuttosto fanno fare a chi lavora nella finanza, abbastanza terrorizzati) tanti affari nel mondo, al posto dei borghesi, troppo molli. Una vera rivoluzione, che è costata decine di migliaia di morti in Sicilia. Tutto qua, questa è la realtà. Sono partito per vivere tredici anni in montagna perché sapevo tutto questo, e il libro si è fatto poco a poco. L’ho fatto pubblicare oggi perché attualmente il mondo è molto più malato che venti anni fa”.

A proposito di mondo malato: il lupo chi spera che vinca le elezioni in America?

Per chi voterà Cosa Nostra versione americana? Non lo so, ma la mafia siciliana voterà mentalmente per Donald Trump, che non sarà probabilmente eletto (con tutto l’establishment, le multinazionali e questa stampa contro di lui). Sarà presidente – penso con tristezza  – Hillary Clinton, che porterà tutti ‘all’apocalisse’, come dice lei, con una guerra (già in preparazione negli Usa e in Russia) contro Vladimir Putin. A proposito, sai che la Clinton è una lesbica rifatta dalle testa ai piedi con la chirurgia estetica, tinta in biondo e anche ebrea? Voi una prova? Te la manderò… Ah, non accusarmi di essere antisemita; sarebbe un errore”.

Serge Ferrand continua a dirci che ha tanti altri segreti,  che per ora non può rivelare. “Ma sto scrivendo un altro libro. Sarà sotto forma di romanzo, sarà tutto vero e non solo sulla mafia. Penso un ottimo copione per il cinema americano”.

Chi è veramente Serge Ferrand d’Ingrado, giornalista francese sparito dalla Francia e riapparso in Sicilia? Cosa ha fatto nell’isola per oltre trent’anni? Perché l’editore Bonfirraro gli ha dato fiducia e quindi credibilità?

Noi abbiamo cercato di risolvere il mistero ponendogli delle domande. A questo punto, spetterà ad altri verificare ulteriormente il suo racconto.

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