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Troppi avvocati, dice Davigo, che rischia di vincere facile

A proposito di alcune dichiarazioni del Presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati contro gli avvocati

piercamillo davigo

Il magistrato Pier Camillo Davigo

Affrontare la questione in termini da Commissariato del Popolo, con decimazioni, o volgari riferimenti alle parcelle, avvilisce per la pochezza, senza con questo rincalzare una soluzione. Anche perché si colgono preoccupanti espressioni di sudditanza, a quella sottocultura meccanicistico-burocratica. Infatti i magistrati rimangono i veri padroni del sistema

In una recente dichiarazione (stava presentando a Bologna un libro scritto insieme al dott. Gherardo Colombo) il dott. Pier Camillo Davigo, noto Presidente dell’ANM (Associazione Nazionale Magistrati), ha affermato: “Per far funzionare meglio la giustizia, serve una massiccia depenalizzazione, ma bisogna disincentivare chi fa girare a vuoto la macchina della giustizia. Se dimezzassimo il numero dei processi, si dimezzerebbe anche l’onorario degli avvocati…”; aggiungendo quindi che bisognerebbe cominciare dalle facoltà di giurisprudenza, introducendo il numero chiuso, e che, ad ogni modo, non c’ da sperare per il meglio, poiché gli avvocati costituiscono una lobby: sicché, Governo e Parlamento non verranno a capo di niente.

Si tratta di proposizioni di rilievo, non in quanto originali, giacché ripropongono un convincimento popolare che rimonta nei secoli: immagini come quella dell’avvocato “che imbroglia le carte”, o “che se la intende con l’avversario”, o “che non pensa alla giustizia, come i magistrati, ma solo ai soldi”, hanno infelicemente assunto dignità proverbiale; ma le parole del dott. Davigo vanno meditate perch esprimono un metodo che, per brevità, qualificherò liquidatorio. Dovremo ora chiederci se sia voce solitaria.

Per tentare di rispondere al quesito appena posto, si può cominciare da quella parola: lobby. E neanche questa  originale, dal momento che vi  almeno un precedente, altrettanto vistoso, risalente al Ministro della Giustizia (del tempo), Annamaria Cancellieri. Pure costei, nel luglio 2013, aveva spiegato che la riforma della giustizia sarebbe stata impedita da “grandi lobby”, al plurale. Sembrava incoraggiante, giacché in questa materia ci sono almeno due soggetti, magistrati e avvocati: e il plurale pareva volesse coinvolgerli entrambi, come tuttora apparirebbe sensato al comune e ingenuo osservatore. Tuttavia, volle poi fissare i suoi rilievi sui soli avvocati.

Ma il comune osservatore, a quanto pare, non sa quello che sapeva il Ministro Cancellieri e sa il dott. Davigo. Ignari dell’arcano, proviamo a consolarci con quello che sappiamo noi.

Nel 1985 gli avvocati erano 48.327 mila, nel 2000 erano già 83 mila, e oggi (dati al 2015) sono 237.132, in realtà circa 300 mila, se si considerano i c.d. praticanti con patrocinio, che hanno un’abilitazione teoricamente più ristretta. Vale a dire che, in poco più di trent’anni, si sono moltiplicati di sei volte. A parità di rapporto, é come se la popolazione complessiva, nello stesso arco di tempo, fosse cresciuta da 60 milioni a 360 milioni di abitanti.

Certo, se ci si voleva riferire al bruto dato quantitativo, queste non solo sono le cifre di una grandezza, ma, addirittura, di un’immensità: solo che non riassumono una classe professionale, semmai una moltitudine che si dissolve riproducendosi, e riproducendo la sua indicibile superfluità. Che significa, superfluità?

Significa che a questo si é potuti arrivare perché è venuto meno, nel senso che esiste solo come stucchevole pantomima, la ragion d’essere dell’avvocato, della difesa tecnica: il processo, sia civile, che penale. In genere si obietta: sì, é vero che il processo funziona male, ma, prima o poi, uno se ne esce: o perché si accorda o perché comunque un provvedimento definitivo arriva. Prima o poi. E’ tutto qui.

Non nel numero. Ma nella causa del numero; nell’accettazione del “prima o poi” come un normale “modo d’essere” del magistero difensivo, anziché come la sua radicale negazione. Come se una condanna definitiva, a dieci o quindici anni dal fatto, avesse ancora un senso; o un’assoluzione, raggiunta nello stesso tempo, non fosse in realtà ugualmente una condanna, per di più, ignobilmente presentata come il suo contrario. O un credito accertato, o un fallimento chiuso, dopo un sabbah polveroso e sussiegoso, un massacro durato vent’anni camuffato da liturgia, non facesse strame ugualmente di vinti e vincitori. Dunque, se si vuole mantenere un minimo di dignità alle parole, ciò non significa “avere un processo”, ciò significa un “nulla” costoso e oltraggioso.

A quanto pare, per il dott. Davigo, tutto questo é opera esclusiva degli avvocati.

In verità, questo é il frutto, ormai in avanzato stato di marcescenza,  prodotto pressocché esclusivamente da oltre vent’anni di “Mani Pulite Continua”, cioè di diritto processual-balneare; di indagini che “dicono tutto quello che c’é da dire” e così, esautorandolo, si mangiano il giudizio (oppure, posto che il giudizio é un incubo, offrono, longanimi, che l’accusato “accetti” o “proponga” un “rito alternativo”: confidando in un giudice curioso di calarsi fra i meandri degli unilaterali atti d’indagine); di amministrazione della giustizia venduta come sinonimo di “lotta”; con i giudici civili che, non dovendo “lottare”, conseguentemente sono un sesto del totale, avendo però il doppio di cause di cui occuparsi, rispetto al settore penale; con il numero dei magistrati, in servizio circa 9 mila, mantenuto chirurgicamente pressoché stabile.

Dicevo prima che proporre una soluzione capitaria (da caput, testa) sprigiona un inconfondibile lezzo liquidatorio. Ma mi chiedevo anche se la voce del dott. Davigo fosse voce solitaria. Non lo é. Perché ha un suo terreno di coltura, che é il  nucleo ideale, diciamo, di queste proposte meramente quantistiche. Numero chiuso, dimezzamento delle parcelle, troppi avvocati, e così via.

Il nucleo é l’idea che questo problema, come altri similari, possano essere risolti per via burocratica, sovietizzante: affastellando barriere, strettoie, filtri. Se il processo é diventato terra di nessuno, é ovvio che attragga anche quanti non abbiano da fare di meglio altrove. Ma allora si dovrebbe guardare al numero degli avvocati come un sintomo, non come la causa del male, alias: il Processo-Terra-Di-Nessuno. Peraltro, come prima accennavo non bisognerebbe guardare al numero in sé. L’Inghilterra (dati 2014), dunque escluse Scozia e Irlanda del Nord, ha 174.279 avvocati, 308 per 100.000 abitanti; la Germania 160.880, 200 per 100.000abitanti, ma va considerato che nelle cause civili, il patrocinio é esperibile anche da soggetti diversi dagli avvocati; in Spagna sono 131.337, 285 per 100.000 abitanti; in Italia sono 379 per 100.000 abitanti; come si vede non sono ordini di grandezza disomogenei, specie se si considerano gli specifici caratteri ordinamentali di ciascun Paese, come sopra con la Germania.

L’unico dato veramente distante (ma lo é anche dagli altri Stati) é quello della Francia, il paese più amato nelle comparazioni a beneficio di telecamera proposte dal dott. Davigo. Lì ci sono 60.000 avvocati, quasi la metà a Parigi (come tutto, del resto, in Francia, per metà é a Parigi), 85 per 100.000 abitanti. Anche in questo caso, però, c’é una particolarità nazionale: gli huisier de justice, ufficiali giudiziari, a differenza che in Italia, sono privati (cioè assorbono domanda di lavoro giuridico) e, soprattutto, hanno competenza su moltissime attività processuali che qui da noi sono curate da avvocati (procedure esecutive, decreti ingiuntivi e convalide di sfratto –al 90%., tutto lo stragiudiziale su recupero crediti e infortunistica stradale). Perciò la Francia, é proprio l’unico paese con cui il paragone non andrebbe fatto, come invece spesso insiste a fare il dott. Davigo.

Questo, per dire che cercare di affrontare la questione in termini da Commissariato del Popolo, con decimazioni, o volgari riferimenti alle parcelle, avvilisce per la pochezza, senza con questo rincalzare una soluzione. Anche perché,  e non posso non osservarlo in conclusione, si colgono preoccupanti espressioni di sudditanza, a quella sottocultura meccanicistico-burocratica, pure lì, dove meno le si vorrebbe cogliere.

Le nuove norme professionali sull’accesso all’avvocatura, varate quest’anno col decisivo concorso di essa, hanno introdotto una schiera di nuovi requisiti, altri otto, in aggiunta ai tre “classici” (laurea, tirocinio e abilitazione). Dato alla teoria e alle buone intenzioni quel che deve essere dato alla teoria e alle buone intenzioni, si ha l’impressione che ci si voglia pigramente dirigere verso la “comune patria burocratica”: che tende a risolvere le questioni complesse con le “carte a posto”, distogliendosi dai fatti. Distogliendosi, cioé, dalla naturale selettività di un processo mediamente funzionante, che così, proprio in quanto non funzionante nelle regole e nella capacità di accertamento in giudizio, continua a non essere considerato la causa prima di ogni guasto e, dunque, a poter mancare senza destare troppo strepito.

Con questi chiari di luna, che paiono non lontani dagli auspici quantisticamente  liquidatori del dott. Davigo, le sue stesse intemerate vincono facile.

Non per nulla i magistrati rimangono i veri padroni del vapore. Questi sì, organizzati, e immuni da pulsioni autocannibalesche; questi sì, in grado di far cadere governi e sciogliere parlamenti; questi sì, sicuri di un trattamento economico e funzionale al riparo dal fluire del mondo; questi sì, personalmente irresponsabili per legge; questi sì, intessuti nella trama di potentissime influenze mediatiche; questi sì, con presenze stabili nei posti-chiave del ministero; questi sì, pochi e ben selezionati; questi sì, “potente lobby”.

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