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Il ruolo dei media nella vittoria di Trump

Gli effetti sociali dei mezzi di comunicazione e informazione stanno cambiando

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Il potere dei media è limitato dall’individuo stesso e dalla sua rete di relazioni. Il media mix di parole, idee, immagini in cui siamo immersi, ci confonde e allora nelle nostre scelte ci affidiamo alle emozioni e a chi è in grado di suscitarle, raccoglierle e dar loro sfogo

Il peggio è che dopo tre giorni dal risultato nessuno sa spiegare perché giornali e TV abbiano così clamorosamente sbagliato”, si legge all’indomani della vittoria di Trump. The New York Times fa il mea culpa: “Nessuno è riuscito a prevedere una notte come questa – continua – Se i mezzi di informazione non sono riusciti a rappresentare uno scenario politico basato sulla realtà, allora vuol dire che non sono riusciti a svolgere la loro funzione fondamentale”. John King della CNN è stato il primo ad ammettere che: “noi non stavamo avendo una conversazione basata sulla realtà”.

Queste sono solo alcune delle frasi che riecheggiano sulla sconfitta, non di Hillary, ma dei media, sulle elezioni americane.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza. La questione è: i media e gli esperti sono stati sconfitti perché non hanno previsto la vittoria di Trump? Apparentemente sembrerebbe di sì. Sta, quindi, esaurendosi l’effetto persuasivo dei grandi media? Il loro potere è in crisi? La risposta è no. Non è in crisi né il mondo degli esperti né quello mediatico. Quello che sta cambiando è il mondo dell’informazione e della comunicazione e gli effetti sociali che hanno sui soggetti coinvolti.

L’errore principale è definire i rapporti per cause ed effetti in maniera inequivocabile. Pensare, anche se sembrerebbe logico, che i media supportano la Clinton, lei perde e quindi i media non hanno più alcun potere risulta semplicistico.

Il grosso errore è di definire il tema della comunicazione esclusivamente dal lato dell’emittente, del contenuto e non del ricevente. È un vecchio paradigma di quasi un secolo fa. La sociologia della comunicazione parla di bullet theory o teoria ipodermica, quella per la quale la comunicazione avrebbe avuto effetti prevedibili solo per il fatto che un potere (economico o politico) ne aveva facoltà e la massa alla quale si rivolgeva no. Si tratta di una teoria fortemente caratterizzata dall’asimmetria di emittente e ricevente del messaggio. Quest’ultimo viene considerato un bersaglio da colpire, per questo bullet theory, oppure un corpo nel quale iniettare sotto pelle una certa dose di informazioni. Gli effetti, così, diventano prevedibili. A definire questa teoria sono due ingegneri, Shannon e Weaver, che applicarono paradigmi rigorosamente scientifici. È la teoria del potere della comunicazione definita come one to many, da uno a molti, e che denota presunzione, distacco dalla realtà, percezione stereotipata del pubblico.

Ma le cose cambiano con il secondo dopo guerra. Questo modo di pensare il potere mediatico viene già definito obsoleto negli anni’50 del secolo scorso, quando, proprio negli Stati Uniti, si diffondono le teorie degli effetti limitati dei media. Il loro potere, in altre parole, è limitato. Da che cosa? Dall’individuo stesso e dalla rete di relazioni nella quale è inserito. Si tratta dei limiti imposti dalla psicologia individuale e dalla rete degli opinion leader. Questi danno senso al grande flusso di informazioni nel quale il cittadino si trova immerso (Il flusso a due fasi della comunicazione di  E. Katz e P. Lazarsfeld).

Si tratta di una definizione psicologica della situazione, caratterizzata da interesse, esposizione, percezione e memorizzazione selettivi che si mescolano in modalità via via diverse ed una sociologica che definisce opinion leaders che “filtrano” i messaggi e stanno, nella maggior parte dei casi, “fuori” dai media: parenti persuasivi, il medico, il parroco, l’amico che se ne intende e così via.

Centinaia di ricerche, piccole e grandi, avevano già mostrato che nella società americana, così complessa, individualistica e costruita su infinite reti di relazioni, l’immagine dei mass media come un pauroso Moloch che manipola cittadini indifesi alla volontà di demagoghi senza scrupoli o di spregiudicati manipolatori delle coscienze per indurre a comportamenti irrazionali, è un’immagine tutt’altro che realistica. Anzi una comunicazione eccessiva e ridondante può determinare effetti opposti: quella di confonderla con un potere ideologico o l’establishment — come molti ripetono in questi giorni.   

A tutto questo si aggiunge la forte incertezza del cittadino esposto ad un media mix (enorme quantità di informazioni proveniente dai diversi supporti mediatici) che crea incertezza, difficoltà ad interpretare la realtà. Siamo  circondati da parole, idee, immagini che ci penetrano le orecchie, gli occhi, la mente,  ci sollecitano senza che ne siamo per lo più consapevoli. E quando si creano queste situazioni a cosa ci affidiamo per scegliere? Alle emozioni. Chi è in grado di suscitarle, raccoglierle, incanalarle, dar loro sfogo, senza passare per sistemi contorti e nebulosi, risulta vincente. Ma queste emozioni prendono forma in un sistema mediatico nuovo e complesso che ha effetti cumulativi, nella lunga durata e che vengono da lontano (teoria della coltivazione).

Trump è uomo mediatico, non del sistema mediatico. La differenza c’è. Gli effetti sociali dei media possono sorprendentemente essere diversi da quelli che i media stessi credono. La differenza c’è. Lo diceva anche Malcom X: “Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono”, anche se apparentemente dicono il contrario.

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