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Trump, la scarpa stretta e il piede che duole

La vittoria di Trump e i ricordi di una conversazione con Leonardo Sciascia su John Dewey

Trump Mussolini Hitler
Donald Trump molto probabilmente si rivelerà fra breve una scarpa scomodissima ma Hillary Clinton era stata percepita “vissuta” come una scarpa che faceva male. A questo punto torna molto utile studiare come Mussolini e Hitler furono abili nell'utilizzo degli strumenti di comunicazione, nella propaganda per mantenere il consenso

Ancora sulla “sorprendente” elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Ricordi di una ormai lontana conversazione con Leonardo Sciascia, mentre si passa da una libreria antiquaria e l’altra, e fa incetta di vecchi mondadoriani volumi della “Scala d’oro” sui quali lui, ragazzino, si era deliziato, e ora voleva che anche gli adorati nipoti provassero analoga delizia.

Poteva essere l’inizio dell’estate del 1981? Si era comunque votato; qualche commento di circostanza e d’occasione, probabilmente banale; e lui assorto, un po’ ascolta, un po’ sembra che stia inseguendo suoi pensieri; a un certo punto la domanda che non ti aspetti: “Conosci John Dewey?”.

No, rispondo. “Era un filosofo e un pedagogista americano. Nel corso della sua lunga vita – è stato anche scrittore e insegnava all’università – ha esercitato una notevole influenza nel suo paese, e non solo per quel che riguarda i metodi di insegnamento. Si è battuto per il voto alle donne, e contro l’esecuzione dei due anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti”.

Doveva essere una persona interessante, dico più che altro per cercare di stimolare Sciascia a dirmi qualcosa di più su Dewey. Allora non c’erano i tablet e altre diavolerie elettroniche che ti consentono di sapere tutto in cinque minuti e un paio di “clic”.

Sì, Dewey è stato un personaggio interessante. Una volta ha dato della democrazia una definizione che mi è sempre piaciuta e che trovo esatta: a quanti trovavano ripugnante che anche persone ignoranti, rozze, potessero con i loro voti decidere la sorte di un paese, lui faceva l’esempio del piede: per quanto possa essere ignorante un uomo, sa se la scarpa gli viene stretta al piede. Ecco, quando si vota è la stessa cosa; magari la scarpa successiva risulta ancora più insopportabile da indossare, ma se si cambia la scarpa significa che quella di prima va stretta”.

La passeggiata, e la riflessione di Sciascia mi sono venute in mente quando, a dispetto di tutti i pronostici, Trump ha battuto Hillary Clinton. Trump molto probabilmente si rivelerà fra breve una scarpa scomodissima; ma Hillary Clinton ora è stata percepita, “vissuta” come una scarpa che faceva male. Lei e Barack Obama. Spiacevole, inquietante, ripugnante quanto si vuole; ma questo è.   

Di questo si dovrebbe forse cercare di ragionare: per capire quello che evidentemente non si è compreso, o non si è compreso abbastanza: il problema non è il piede che duole; è la scarpa stretta.

Poi, certo, andrebbe fatta qualche altra considerazione. Non sarebbe inutile studiare i comportamenti di certi dittatori, come sono stati abili e capaci di fare buon uso degli strumenti di comunicazione.

Dice nulla il nome di Leni Riefenstahl? Grandissima regista tedesca, oltre che attrice e fotografa. Nel suo campo, davvero in gamba, ancor oggi i suoi film e documentari dal punto di vista “tecnico” strappano applausi. Nazistissima, e molte delle sue opere esaltano in modo sfacciato il regime hitleriano. Di Hitler era grande amica; pur senza essersi mai iscritta al partito, la “mitologia” e l’estetica nazista devono molto alla Riefenstahl, che in quegli anni cupi ha ricoperto una posizione di primo piano nella cinematografia tedesca. Un prestigio e una qualità professionale che le hanno permesso di sopravvivere alla caduta del nazismo e di cavarsela senza conseguenze gravose. Fatto è che Hitler e gli altri gerarchi compresero subito come utilizzare la Riefenstahl per i loro fini.

 Anche Mussolini sapeva fare un uso sapiente dei mezzi di comunicazione di allora, la radio in particolare; e aveva colto le straordinarie potenzialità del cinema, come strumento di consenso.

E’ Mussolini che trasferisce la nascente industria cinematografica italiana da Torino a Roma e il 28 aprile 1937, inaugura Cinecittà: 14 teatri di posa, tre piscine per le riprese acquatiche, 40mila metri quadrati di strade e piazze, 35mila di aiuole e giardini, 900 dipendenti fissi, un complesso progettato dall’architetto Gino Peressutti, costruito a tempo di record: in 475 giorni. Mussolini definisce Cinecittà “un nuovo moderno centro di operosità fascista”, soprattutto strumento formidabile ed essenziale nella fabbrica del consenso: il regime offre eroi autarchici, storie esuberanti. I personaggi sono donne fatali e signorine ingenue, timidi impiegati squattrinati, sfrontati rubacuori, studentesse e nobildonne, autisti e signori in frac, tutti lanciati in avventure sentimentali, riassunte nel colore del sempre più diffuso telefono, simbolo della sana e prospera modernità dei tempi: appunto i telefoni bianchi. I registi di allora si chiamano Mario Camerini, Alessandro Blasetti, Carmine Gallone, Mario Soldati: signori registi. Gli attori Amedeo Nazzari, Fosco Giachetti, Gino Cervi, Vittorio De Sica, Massimo Girotti: signori attori.

Joseph Goebbels, la “mente” propagandistica di Hitler, elabora alcuni principi comunicativi di “aggressione” che ancora oggi possono risultare validi, fare presa:

   1) Semplificare il più possibile; una sola “idea”, picchiare su quella, ossessivamente; non avere avversari, ma “nemici”, e additarli come i responsabili di ogni male, passato, presente, futuro.

   2) Tutti gli avversari costituiscono un solo grande “nemico” da combattere senza concedere quartiere.

   3) I “nemici” sono responsabili sempre e comunque di ogni errore e difetto. Se anche l’avversario ha a disposizione “notizie” negative da controbattere, inventarne altre sul conto del “nemico”, per distrarre.

   4) Esagerare sempre, e qualunque buccia di banana del “nemico” farla diventare una gravissima minaccia per la comunità.

   5) Parlare la “lingua” che tutti parlano, battutacce e imprecazioni comprese. Scendere al livello meno intelligente dell’interlocutore, farlo sentire a suo agio. Quanto più è grande la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare.

   6) Poche idee, pochissimi concetti, e ripeterli instancabilmente, declinarli in tanti modi, ma la conclusione deve essere sempre la stessa. Mai dubbi, mai incertezze: una menzogna ripetuta all’infinito diventa verità.

   7) Sfornare in continuazione informazioni e nuove accuse (non importa anche se pretestuose) a ritmo frenetico, e così costringere l’avversario a rispondere; a ogni risposta opporre nuove accuse.

   8) Fabbricare argomenti fittizi a partire da fonti diverse, e non importa se sulla base di informazioni parziali e/o incomplete.

   9) Ignorare le domande sulle quali non ci sono argomenti da opporre, e dissimulare le notizie che favoriscono l’avversario.

10) La propaganda deve fare leva su un precedente substrato: mitologie nazionali, odi e pregiudizi “storici”, ecc.

11)  Convincere l’interlocutore che le opinioni espresse sono condivise da tutti, creare un “clima” di unanimità sfavorevole all’avversario-“nemico”.

 Queste, diciamo, sono le undici “regolette” consigliate da Goebbels. Tutto il perno della propaganda nazista e dei dittatori in genere fa leva su questi “principi”. Non solo Goebbels e i dittatori, dite? Anche in qualche tempio della democrazia? Ah! Allora, ragazzi, torniamo alla scarpa stretta, al piede che duole.

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