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Paolo Messa: “Per gli USA l’Italia è cruciale, anche con Trump”

Per il direttore del "Think Tank" di Roma, il tycoon presidente cambierà le posizioni, ma anche l’UE deve fare la sua parte

paola messa trump

Paola Messa mentre commenta l'elezione di Donald Trump

La Voce intervista Paolo Messa, direttore dell'autorevole Centro Studi Americani, per capire cosa riserva il dopo elezioni USA e se ci saranno conseguenze per l'aperto appoggio del governo Renzi alla Clinton: “Trump dovrà avere posizioni più equilibrate rispetto a quelle della campagna elettorale” ma l’Europa è miope, se non cambia rischia la disgregazione

A quasi un mese dalle elezioni americane il mondo si domanda quali scenari nasconda l’inaspettata presidenza di Donald Trump, soprattutto dopo le affermazioni del magnate sui rapporti con la NATO e l’Europa fatte in campagna elettorale. E di fronte all’ondata populista che ha investito l’America, noi italiani ci chiediamo quale sarà il ruolo strategico del nostro paese nelle relazioni con gli Stati Uniti. Per avere un’idea più chiara su ciò che potrebbe aspettarci La Voce ha intervistato Paolo Messa, esperto di politica americana, fondatore della rivista Formiche e direttore del prestigioso Centro Studi Americani, storico istituto con sede a Roma che da sempre promuove il dialogo e la reciproca conoscenza tra gli USA e l’Italia.

Dott. Messa, ci può spiegare innanzitutto quali sono gli scopi principali del Centro Studi Americani? 

“Il centro è una delle istituzioni culturali bilaterali più antiche del nostro paese e tra poco compirà ben 100 anni di attività. Gli scopi possiamo riassumerli in 2 filoni: Il primo (e più antico) è legato alla nostra library, la più importante biblioteca americana fuori dagli USA, che conta più di 100.000 volumi e un accesso illimitato ai principali database nazionali; il secondo invece riguarda una costante promozione di iniziative di confronto per incrementare la relazione tra Stati Uniti e Italia. Un anno fa abbiamo modificato il nostro statuto inserendo anche un riferimento all’Unione europea, perché è indispensabile che il Centro guardi alla dimensione comunitaria, oltre che a quella italiana”.

A più di un anno da quando ha assunto la dirigenza del Centro, qual è il maggiore traguardo che si sente di avere raggiunto? E quale quello che intende perseguire in futuro?

“L’obiettivo che mi sono dato è di aprire il più possibile il Centro ai giovani, soprattutto studenti universitari, e anche per questo è necessario tenere quasi ogni giorno una nuova iniziativa, che può essere di cultura, politica estera, innovazione, sicurezza. Siamo in stretto contatto con università italiane e americane, think thank, e abbiamo anche promosso un programma di internship riservato agli studenti dell’università di Stanford. Quest’anno abbiamo inoltre promosso diversi appuntamenti importanti, dal forum transatlantico con la Russia, al dialogo con l’Attorney General degli Stati Uniti Loretta Lynch, fino al commento del risultato delle elezioni presidenziali. Il prossimo 2 dicembre avremo ospite Francis Fukuyama (politologo americano noto per essere l’autore del celebre saggio “La fine della Storia” ndr), mentre il 12 dicembre inaugureremo la prima edizione di un premio del Centro, e tra gli altri sarà premiato Louis Louis Freeh, ex direttore dell’Fbi”.

Nella sua lunga storia, il Centro ha attraversato il periodo della Guerra Fredda, nel quale l’importanza strategica dell’Italia per gli Stati Uniti era chiara. Il ruolo del nostro paese oggi è lo stesso?

“Il contesto internazionale è completamente diverso. Non siamo più un mondo bipolare, ma in uno scenario diviso, frammentato, e globalmente in crisi. Tuttavia il ruolo dell’Italia rimane cruciale. Geograficamente siamo posti lungo due frontiere: quella Est – Ovest e quella Nord —Sud, cioè obiettivamente tra aree fondamentali nel contesto internazionale. Guardando al confine mediterraneo, per esempio, possiamo ambire a un ruolo non solo militare o diplomatico ma anche di pensiero strategico. Politicamente, poi, potremo essere altrettanto importanti guardando all’Europa del dopo Brexit. Con l’uscita politica della Gran Bretagna, che è stato il più importante partner degli USA, possiamo godere di una relazione speciale con gli Stati Uniti, ma dobbiamo maturare maggiore consapevolezza”.

In campagna elettorale Trump ha detto di voler ridimensionare le relazioni  con gli alleati europei e con la NATO. Secondo lei c’è la reale possibilità di un deterioramento dei rapporti tra gli Stati Uniti e l’Europa?

“In futuro Trump dovrà avere posizioni più equilibrate rispetto a quelle della campagna  elettorale, che tra l’altro ha svolto senza pensare davvero di essere eletto. Ma sui rapporti con l’UE non sottovaluterei il tema posto da Trump, anche se ovviamente lui l’ha sollevato in modo politicamente scorretto. In fondo, anche Obama in molte occasioni ha richiamato gli alleati europei alle loro responsabilità. L’Unione deve per esempio investire sulla difesa e sulla sicurezza, dovere al quale noi europei non abbiamo adempiuto. Nel corso del tempo, invece, ci siamo sempre riparati dietro lo scudo degli Usa, chiedendo agli americani di intervenire di ogniqualvolta scoppiava una crisi (magari a due passi da casa nostra) salvo poi rimproverarli dopo l’intervento. In uno scenario in cui la finanza pubblica (anche quella americana) è in difficoltà, le parole di Trump (anche se in modo molto diverso) sarebbero più o meno dette da Hillary Clinton”.

In un articolo uscito a settembre su Foreign Affairs, il professor Jakub Grygiel dichiara che gli USA dovrebbero ripensare la loro posizione sull’Unione Europea, arrivando a dire che “una rinazionalizzazione dell’Europa potrebbe essere la migliore speranza del continente per la sua sicurezza” e definendo l’UE “una fonte di instabilità”. Data l’autorevolezza della fonte, e date le posizioni eterodosse di Trump in politica estera, secondo lei il ritorno graduale agli stati nazionali è la nuova prospettiva a cui mirano gli USA?

“Lo scenario prospettato dall’articolo è improbabile, ma non impossibile, e il fatto che non si realizzi dipende unicamente delle scelte dei governi e dei popoli europei. Anzi, a dir la verità negli ultimi mesi la tesi dell’articolo è rafforzata dal comportamento dell’Unione Europea, basti solo pensare alla reazione di Juncker dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca (il presidente della Commissione ha dichiarato che bisognerà spiegare a  Trump in cosa consiste l’Europa e come funziona, ndr). Quest’ultimo la dice lunga sulla miopia politica dell’Europa, che si esprime con troppe voci”.

Tra le tante cose, Trump si è dimostrato critico nei confronti del Primo Emendamento della Costituzione americana ed è in costante guerra con tutti i maggiori media. Non solo, ma molti commentatori negli USA cominciano a considerarlo un’anomalia pericolosa per il sistema democratico. Che ne pensa?

“Direi che c’è stato una sorta di ‘principio di reciprocità‘ tra i media e Trump. È importante in questo senso sottolineare due aspetti: innanzitutto quello di una leadership (quella di Trump ndr) che sarebbe stata impensabile solo pochi mesi fa. E poi la realtà dell’informazione militantemente ostile al tycoon e incapace sia di fermare sia di capire questa ondata che si è abbattuta sulla politica americana. Durante le primarie, tanto per citare un episodio, quando Trump stava per emergere tra i candidati delle primarie repubblicane, il Washington Post fece degli appelli all’élite del partito repubblicano per farla convergere verso un’alternativa a Trump, con un’esito paradossalmente opposto a quello promosso (e una fine simile l’hanno fatta tutti gli appelli successivi). Con riguardo alla Costituzione, da amante degli USA la considero inviolabile e ritengo che Trump non la cambierà. Se dovesse provarci, ne affronterà le inevitabili conseguenze. La democrazia americana ha i necessari anticorpi e ricordiamoci che il sistema di “check and balances” delle istituzioni USA è ancora un modello per tutti noi. Alla fine (e lo spero) Trump potrebbe persino rivelarsi un buon presidente”.

Durante l’ultimo incontro tra il premier Matteo Renzi e Barack Obama, il presidente americano ha definito l’Italia “tra i più forti alleati degli Stati Uniti”. Tuttavia, in questi anni abbiamo appreso da Wikileaks che il nostro paese era anche il più spiato dall’NSA… Perché?

“Non credo assolutamente che gli USA ‘ci spiino di più’, semplicemente in un sistema democratico come quello americano assistiamo anche a episodi come quello di wikileaks. Anzi, scommetterei senza esitazione sul fatto che in molti paesi esercitano lo spionaggio in modo di gran lunga maggiore rispetto agli USA nei nostri confronti…”

Sempre durante la visita di Renzi a Washington, Obama ha dichiarato di tifare per il “Sì” al referendum del 4 dicembre, ricalcando quanto già detto dall’ambasciatore John R. Phillips. Quali sono secondo lei i motivi che hanno spinto Obama a sbilanciarsi in questo modo?

“Obama e la leadership europea guardano da sempre alle riforme come a un fatto positivo. Un atteggiamento che si è mantenuto uguale da vent’anni a questa parte. Ricordiamoci anche di un’altra cosa: la riforma costituzionale è un provvedimento confermativo di una legge già approvata dalla maggioranza del Parlamento italiano. Il che è diverso dallo schierarsi su altri provvedimenti ancora non approvati”.

In maniera simile, Renzi e Gentiloni si sono schierati nettamente a favore di Hillary Clinton nel corso delle elezioni americane. Aver “puntato” sul perdente potrebbe pregiudicare le  relazioni con la futura amministrazione?

Personalmente, non condivido l’interpretazione comune secondo cui si “punta su qualcuno”. Le parole di Renzi e Gentiloni non erano una sorta di scommessa. In fondo, i due fanno parte di un partito che ha lo stesso nome di quello della Clinton. Semmai si potrebbe discutere sull’opportunità del fatto che si siano espressi, che potrebbe rappresentare una sorta di ‘intoppo’, ma non ci vedo francamente nulla di scandaloso”.

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