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Renzi e il referendum: chi semina vento, raccoglie tempesta

Matteo Renzi dalla "svolta" al capolinea della sconfitta sul Referendum costituzionale

matteo renzi dimissioni
Gli italiani hanno respinto chi si è presentato come un superuomo, supponente e presuntuoso. Renzi era la sintesi del peggio del “nuovo” e il peggio del “vecchio”. L’Italia del No al Referendum, dice chiaramente cosa non vuole e confusamente cosa vorrebbe; non sa dire come lo vuole, complice una classe politica composta da capponi che si credono galli

Avrà tempo, Matteo Renzi, per meditare su quel passaggio del libro di Osea, nella Bibbia: “Poiché seminano vento, raccoglieranno tempesta. Lo stelo di grano non metterà germogli e non produrrà farina; e se mai ne producesse, gli stranieri la divorerebbero”.

Per giorni, settimane, mesi, Renzi, non ha prestato orecchio ai “suggerimenti” del presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano e del “consigliere” Jim Messina (perché mai lo avrà ingaggiato, e pagato profumatamente, se poi sistematicamente ha fatto l’opposto di quello che “consigliava”?). Ha voluto tenacemente personalizzare la campagna referendaria, ha giocato la carta dell’uno contro tutti; ha inventato le categorie dei “gufi” e dei “rosiconi”; ha definito i suoi oppositori come “accozzaglia”… Alla fine è stato ripagato con moneta di identico conio.

I risultati sono inequivocabili. La valanga di No letteralmente travolge e tramortisce Renzi e la sua compagine. Il “giglio” magico fiorentino di colpo appassisce. Per lui valgono i toni del vittorioso bollettino del generale Armando Diaz: “…risalgono in disordine e senza speranza le valli che aveano discese con orgogliosa sicurezza…”.

Una sorpresa? Fino a un certo punto. Da tempo i sondaggi, in Italia, sono diventati strumenti di propaganda, agitati non per cogliere gli umori dell’opinione pubblica, piuttosto per accreditare l’immagine che quello che si fa e si propone è ben accetto (o, nel caso, rigettato). Segnali comunque qua e là si potevano cogliere. Gli allibratori, per esempio: loro se sbagliano, ci rimettono quattrini; dunque nelle loro valutazioni sono attenti e oculati. Ovunque davano vincenti i No, qualcosa questo significa.

 Non solo. Una sondaggista che finora non ha sbagliato mai un “pronostico”, è Alessandra Ghisleri di Euromedia Research; Ghisleri fa rilevazioni serie, non per uso pubblicitario; i committenti sanno che di lei si possono fidare: già una decina di giorni fa aveva colto gli umori che si agitano nel paese: tra l’incredulità di molti, aveva previsto la Caporetto renziana, nelle esatte dimensioni che poi le urne hanno rivelato. Se Silvio Berlusconi, sia pure con prudenza, si è impegnato per il NO, è sulla base di quelle rilevazioni.

Qualcosa lo aveva percepito lo stesso Renzi: negli ultimi quindici giorni ha cercato in modo febbrile di recuperare, con una presenza ossessiva e aggressiva nei mass media. Segno di timore che accadesse quello che effettivamente poi è accaduto. Paura di finire nella polvere, come è caduto.

Non ha vinto il fronte del No alla riforma costituzionale proposta da Renzi e Maria Elena Boschi. Non hanno vinto Berlusconi, Grillo, Salvini, Giorgia Meloni. Sì, sono tutti ringalluzziti, chiedono a gran voce un nuovo governo, elezioni anticipate, cambio di rotta in Italia e in Europa. Ma non sono loro i vincitori. Piuttosto è Renzi che ha perso. Dite che se non è zuppa è pan bagnato? Proprio no. E’ accaduto quello che è successo negli Stati Uniti: Donald Trump è il nuovo inquilino della Casa Bianca. Ma gli americani non hanno tanto detto Si a lui, quanto hanno detto No a Hillary Clinton e Barack Obama.

Gli italiani hanno detto No a chi si è presentato in questi ultimi mesi come un superuomo, supponente, presuntuoso. Lo hanno preso in parola. Ricordate? Con sicumera l’11 gennaio, in Senato Renzi proclama: “…Se perdessi il referendum considererei conclusa la mia esperienza perché credo profondamente nel valore della dignità della cosa pubblica”. Concetto ribadito il 25 gennaio: “Io non sono come gli altri. Se sulle riforme gli italiani diranno di No, prendo la borsettina e torno a casa”. Il 22 maggio è Maria Elena Boschi, a garantire: “Renzi lascerà se non passa il referendum sulle riforme? Sì, è una persona che quando dice una cosa la fa”.

Cosa insegna e rivela questa consultazione referendaria? Che le piccole furbizie, una politica (si fa per dire) fatta di piccoli ricatti, di “mance”, di minacce di disastri in agguato se si fa questo o quello, non paga. Non dura. La tattica, per quanto abile, lascia il tempo che trova, se non si coniuga a una strategia solida; presentarsi come il salvatore unico che sistema il paese a suon di slide e parlantina, è un bluff di corto respiro; che senza “visione” è vano occupare tutto l’occupabile. Che anche in politica occorre un’anima, in caso contrario, si avverte il suono di falso; e che chi nasce protesi, una volta che viene meno l’impulso del cervello, si muove meccanicamente; sempre e solo protesi rimane.    

Ora bisogna confidare nelle capacità e nella sapienza politica del presidente Sergio Mattarella: politico alieno da gesti clamorosi, ma che cela,  nel suo guanto di velluto un pugno di ferro, che sa ben usare, all’occorrenza. Scuola morotea, la sua, non dimentichiamolo: quel Moro che sapeva tessere le sue trame con l’inesorabilità della goccia che martella sulla roccia e la scava nel profondo…

Il presidente Mattarella non vuole elezioni anticipate; vuole che la legislatura finisca alla sua normale scadenza; deve fare in modo che giunga in porto la legge di stabilità; e deve trovare la quadra per una nuova legge elettorale. Renzi, dimettendosi, lancia la palla nel campo del No: “Avete vinto, ora fatela”, è il suo guanto di sfida. Bizzarra affermazione, e per due motivi: lui per primo aveva promesso di cambiare la legge elettorale e di avere in mente il modo per farlo. Inoltre pur se non è più presidente del Consiglio è pur sempre il segretario del Partito Democratico, il maggior “azionista” politico in Parlamento. Non può pilatescamente lavarsene le mani. La situazione che si è creata è il risultato, in grandissima parte, del suo avventurismo politico, della sua incapacità di prevedere un “piano B”. E’ lui che di volta in volta ha minacciato elezioni anticipate, evocato il pericolo di crisi e di tornadi istituzionali e finanziari, regista e attore (non il solo, certo; ma tra gli interpreti protagonisti) di uno spettacolo indecente di una gazzarra volgare è durato fino alle ultime ore. E qui, si torna a Osea: ha seminato vento, raccoglie tempesta. Ha intorbidato le già stagnanti acque della palude politica. Si doveva votare su un assetto costituzionale; ci è stato impedito che si venisse messi in condizione di conoscere e poter giudicare; hanno creato dispositivi complicati, confusi, nei quali non sanno orientarsi neppure i più eminenti costituzionalisti: da Francesco Paolo Casavola a Enzo Cheli; da Giovanni Maria Flick, a Valerio Onida e Gustavo Zagrebesky.

In mezzo a tutto questo scombiccherare, vale la pena di ricordare i problemi che si lasciano incancrenire. La legge di Bilancio 2017, per esempio; e ancora: le banche: sono ben otto, a essere in sofferenza, e tra tutte svetta il Monte dei Paschi di Siena; otto dolorosissime spine nel fianco. C’è il “dossier” Giustizia: il governo Renzi aveva promesso una quantità di innovative riforme sulla prescrizione, le intercettazioni, la riforma del processo penale… Tutto fermo al palo, il “pacchetto” predisposto dal ministro della Giustizia Andrea Orlando giace mestamente accantonato in qualche cassetto, condannato a produrre polvere. E poi il potere “reale”, sotto forma di nomine importanti, ai vertici di ENI, ENEL, Finmeccanica, Poste, Terna, RAI… Questo il  “contesto” e il “testo”.

Renzi perde, e nel PD assisteremo a breve a feroci regolamenti di conti. Se il “bullo” di Rignano è vendicativo e “cattivo”, uno dei suoi più acerrimi avversari, Massimo D’Alema non è da meno; e Pierluigi Bersani, con le sue ardite metafore, non è certo persona da dimenticare le tante umiliazioni subite. Nella “ditta” scorrerà sangue. Nel campo del centro-destra le cose non andranno meglio: Silvio Berlusconi se la deve vedere con la combattiva Giorgia Meloni e con il demagogo per eccellenza, il leghista Matteo Salvini; nessuno dei due ha la caratura necessaria per aspirare davvero alla leadership del centro-destra, ma insieme possono contrastare con efficacia Berlusconi, che oltretutto patisce l’età che nessun lifting può cancellare, e problemi di salute e stanchezza psico-fisica, innegabili. Oltre lo sfacelo in cui Forza Italia versa. Inevitabile, a questo punto, una qualche forma di accordo tra PD e Berlusconi, favorito dal fatto che, al solito, il movimento di Beppe Grillo continuerà a chiamarsi fuori da tutto, rinnovando la “tradizione” di organizzazione che non accetta di far parte di coalizioni.

L’Italia, con il No di domenica, dice chiaramente cosa non vuole. Confusamente dice cosa vorrebbe; non sa dire come lo vuole, complice una classe politica composta da una quantità di capponi che si credono galli. A proposito della guerra Georges Clémanceau diceva che è cosa troppo seria per lasciarla fare ai soli generali. Parafrasando, si può dire che la politica è cosa troppo seria per lasciarla ai politici. “Questi politici”, almeno. Il No di domenica è anche questo. Piaccia o no, Renzi è stato percepito come la sintesi del peggio del “nuovo” e il peggio del “vecchio”.

Resta, comunque, il problema di fondo: al di là del Sì o del No, il paese (ma non è solo questione italiana) non sa, non vuole, superare lo status quo che legittimamete può essere definito di (s)governo da “democrazia reale”.

C’è una diffusa illegalità, e innanzitutto da parte delle stesse istituzioni statali che non viene risolto né dall’affermazione del No né lo sarebbe stato dall’affermazione del Sì. La madre di tutti i problemi italiani si chiama Giustizia che non c’è, non viene assicurata, non si vuole assicurare; e per tante ragioni tante volte chiarite e denunciate; è il primo problema del paese, il principale freno alla tanto invocata ripresa economica. Certo: il Sì avrebbe ulteriormente compresso la possibilità da parte dei cittadini non organizzati in potentati di poter praticare strumenti di democrazia diretta come gli istituti del referendum e della proposta di legge di iniziativa popolare. Ma è un tassello di un più vasto, preesistente mosaico. E’ il tronco che non ci deve impedire di vedere la foresta.

 Renzi ora avrà tempo, ora di meditare su “La Celidora, ovvero il governo di Malmantile” del pratese Andrea Agostino Casotti; un’opera burlesca, ma non tanto, e in particolare, quel “Chi troppo in alto sal cade sovente / precipitevolissimevolmente…”. Ma questo è perfino secondario, rispetto alla questione primaria: la persistente violazione del diritto, la giustizia che non funziona, lo Stato che non rispetta le sue stesse regole; il “regime”, insomma, che tutto ammorba e tutti opprime. Il No esprime una voglia di libertà e di liberazione, ma non è per questo libertà e liberazione. Non è una vittoria dei “liberi e dei forti”. E’ la sconfitta di una componente del regime. Una, appunto.

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